LET’S MOVIE 254 – propone LA BELLA GENTE e commenta TAXI TEHERAN

LET’S MOVIE 254 – propone LA BELLA GENTE e commenta TAXI TEHERAN

LA BELLA GENTE
di Ivano de Matteo
Italia, 2009, ’98
Lunedì 7/ Monday 7
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

Minion Moviers,

Vi parla una che non ha visto “Cattivissimo me” ―lacune incolmabili colmano il mio essere, lo so― quindi mi manca la nascita cinematografica di questi cosini gialli che fanno letteralmente impazzire platee di spettatori, adulti e bambini. Non è un grosso problema, sappiatelo. “I Minions” non sono trama ―trametta, casomai, quella che c’è dietro al film. I Minions si vanno a vedere per la loro pura itterica e replicata esistenza. Perché ti fa stare fisicamente bene vedere quest’orda gialla di creature tra il pinolo e la patata che combinano un guaio dietro l’altro. Fa anche bene interrogarsi su COSA effettivamente siano; ma dopotutto questo succede con tutte le tribù di affarini che hanno popolato la nostra infanzia ―cos’erano i Puffi? E gli Snorky? …Ma cosa cavolo erano gli Snorky??
Fa star bene pure sentirli parlare, senza assolutamente capirli. I Minions parlano una specie di pastiche linguistico che unisce inglese, spagnolo, francese, tedesco, italiano e, mi dicono dal web, anche di russo, coreano e giapponese. Chissà che commozione sarebbe per Zamenhof, il padre dell’Esperanto, se potesse sentir parlare i Minions oggi, dopo che il suo esperimento linguistico è naufragato rovinosamente sulle spiagge dei nazionalismi linguistici ―di qui il famoso dipinto d’epoca Romantica “Il naufragio dell’Esperanto”… ok, basta Board 🙂
Forse i Mionion ci fanno sciogliere perché scatenano in noi la voglia di credere che siano possibili. Creaturai senza forma che sono buone e goffissime –combinazione esplosiva― e che riescono a sconfiggere il male senza ricorrere ad armi di distruzioni di massa o bere pozioni panoramixtiche…
Certo, io vi sarei grata se qualcuno, dopo avermi spiegato cosa cavolo fossero gli Snorky, mi spiegasse perché non ci siano Minions femmine e perché Scarlet Stermiantor, la cattiva, sia magra, mora, attaccabrighe e con dei tacchi molto carini –magra, mora, attaccabrighe e con dei tacchi molto carini…mi ricorda vagamente qualcuno… 🙂
Va be’, la critica femminista la lasciamo a un’altra volta, ora dobbiamo parlare del Lez Muvi di lunedì, che vedeva tra i partecipanti, lo Scacco-matto, il D-Bridge, la Vanilla detta anche Van per la rapidità. Inoltre, dopo tanti giorni fuori servizio il Col Tenente, che s’è portato appresso il potenziale di un nuovo Movier, Marco, il cui cognome declinato al participio presente giammai scorderò, e che per questo motivo battezzo, con felliniano giubilo, Movier AMarcord 🙂

L’Orso d’Oro a “Taxi Teheran” l’avremmo dato tutti, dopo averlo visto. M correggo, tutti tranne il D-Bridge a cui spiegheremo, un giorno, che il cinema gioca tra realtà e finzione sin da quando è nato, con quella locomotiva che bucava lo schermo, a long long time ago ―sarà vera o non sarà vera?― e i primi spettatori scappavano impauriti… 🙂 🙂
Anche il film di Panahi si serve della realtà per costruirci una finzione che di quella realtà fa un’opera d’arte e di critica. Grazie a una telecamera fissa piazzata dentro un taxi, lì, proprio sul cruscotto, noi spettatori finiamo dentro l’abitacolo insieme al regista, che si finge taxi-driver per un giorno, raccogliendo passeggeri per strada e scortandoli in giro per la città. Ovviamente non è un reality, non siamo dentro il Grande Fratello. C’è un canovaccio ragionato dietro: il regista vuole passare in rassegna le abitudini, le ingiustizie, le assurdità della sua madre patria. E non è mai volutamente chiarito allo spettatore il confine tra finzione e realtà riguardo i partecipanti al film che recitano, ma appaiono davvero spontanei ― e rimangono anonimi per evitare eventuali ripercussioni.
Ora, tenete conto che dal 2011 Panahi sta scontando una condanna di sei anni per propaganda anti islamica che gli impedisce di muoversi dall’Iran e gli vieta di girare “opere d’ignegno” per i prossimi vent’anni. Togliere la macchina da presa a un regista, capirete, è come spegnere i colori sulla tavolozza di un pittore, infilare le manette ai polsi di un poeta. Eppure Panahi, nonostante tutto, gira. E fa praticamente tutto da solo: sceneggiatore, attore, regista, macchinista ― non può permettersi di mettere in pericolo altre persone. Quindi s’ingegna. Ed è l’arma migliore… Mi togliete il diritto di girare secondo le vostre regole? Allora io le aggiro, e giro… Il coraggio, quando c’è, è come l’acqua: trova sempre la via.

Tornando ai passeggeri, ho letto che solo alcuni di loro, che non sono attori ma conoscenti o amici alla lontana, erano consapevoli dell’operazione ― il Bridge sarà contento :-). Tra questi la nipotina Hana ―tremendissima e con una parlantina che mi fa tremare di paura al pensarla, femmina e sveglia, in uno stato così― Omid, ossia il venditore di DVD, e l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, che sale in macchina e ricorda un fatto realmente successo ― “giovane arrestata mentre cercava di entrare allo stadio per assistere alla partita di volley Iran-Italia, poi liberata su cauzione” (internet serve, già).
E’ doveroso sapere che il regista, una volta finito di montare le parti giornaliere, nascondeva le copie in città diverse per non essere scoperto, e che il film è stato fatto arrivare segretamente al Festival di Berlino a bordo di una chiavetta USB… L’Iran non lo può vedere, ma 30 Paesi possono, fra cui, per una volta fortunella, l’Italia.
Per questo tengo in modo particolare che questo film venga visto, e visto il più possibile: è cinema che si fa militanza pur non scordando mai la sua natura artistica. Come ripeto, Panahi non ha girato un reality in presa diretta per condannare i soprusi di un paese imbrigliato in un sistema di regole talmente assurde da risultare persino comiche. Ci ragiona artisticamente sopra, e il prodotto ha un grande valore dal punto di vista teorico e meta-cinematografico, oltreché sociologico e politico.
Durante le diverse corse in taxi con i diversi personaggi si parla molto del far cinema, anche grazie alla nipotina, che permette al regista di spiegare in modo semplice la censura e di mostrarne l’assurdità. Hana legge allo zio le regole per la realizzazione di un film “secondo il regime” che la maestra ha dettato in classe, tra cui, inserire personaggi buoni solo in veste islamica, evitare abiti occidentali (tipo le cravatte!) e raccontare la realtà solo in chiave positiva, “evitando il sordido realismo” ―il “sordido realismo” mi è rimasto impresso… A noi spettatori sembra tutto così assurdo, grottescamente assurdo, che ridiamo. E questo è un riso strano, ambivalente, il riso dei privilegiati, forse, quelli che possono guardare questo sistema dall’esterno, giudicarne l’errore e lasciarsi andare ― il riso dei liberi. Ma per chi ci sta dentro, come le maestre di Hana e Hana stessa, il decalogo del bravo regista appare perfettamente logico.
E’ stato astuto, Panahi. Ha sfruttato l’abitacolo della macchina come luogo di passaggio dei personaggi che, a turno, esprimono la propria opinione sulle restrizioni della società in cui vivono, agevolando cosi’ la discussione di temi controversi, come per esempio la pirateria dei dvd da un lato e la loro funzione culturale dall’altro, la condizione femminile, la pena capitale e il furto. Tutti argomenti scottanti e anche pesanti, la cui serietà, tuttavia, è alleggerita da siparietti di puro umorismo che incontriamo cammin facendo. Mi riferisco per esempio alla scena in cui salgono a bordo due vecchiette con un’improbabile boccia di pesci rossi. Con la loro teatralità, le due ―che sembrano in tutto e per tutto due zitelle acide dell’Hampshire― servono a smorzare la tensione della corsa precedente: un uomo caduto in moto caricato in fin di vita sul taxi. Il vero dramma non nella gravità delle ferite riportate, quanto nell’urgenza di far dettare al moribondo due righe di testamento in cui dichiara di lasciare tutto alla moglie, altrimenti impossibilitata dalla legge, in quanto donna, ad ereditare.
Ho nominato la teatralità. Questo film potrebbe benissimo diventare una pièce per il palcoscenico. Noi ―gli spettatori― siamo ancorati al cruscotto della macchina, il nostro occhio è fermo lì. E questa è un’altra grande lezione cinematografica che ci dà Panahi. Teheran può benissimo essere rinchiusa in un abitacolo attraverso le storie dei passeggeri. Il che è come dire, astraendo, che il mondo può benissimo arrivare dentro uno stato-abitacolo come l’Iran. Per quanto il mio paese voglia tenerlo fuori, io lo faccio entrare attraverso il passaggio segreto dell’arte ―questo, ci dice, Panahi.
La scena conclusiva poi è un piccolo saggio d’inventiva metacinematografica [warning: pericolo spoiler!]: due poliziotti in borghese fanno irruzione nella macchina momentaneamente abbandonata dal regista e dalla nipote, alla ricerca di un “girato” ― che poi è il film stesso ― da distruggere o di cui servirsi contro il regista… La scena è privata delle immagini, lo schermo é nero, noi sentiamo i poliziotti armeggiare per entrare in macchina, e noi siamo lì, dentro la macchina (ricordate, noi siamo la telecamera piazzata sul cruscotto) noi diventiamo testimoni e subiamo allegoricamente la violenza dell’irruzione, il gesto del potere costituito che vuole a ogni costo zittire il zittibile. In questo caso, distruggere il girato.
Poteva esserci trovata migliore? No, perché in questo modo il regista ci permette di vivere sulla nostra pelle i metodi brutali di quello stato. Ma a questo lui si oppone: guardate, io, nonostante le mani legate, lotto, e questo film, che in terra mia farebbe questa fine, sprofonderebbe nel buio della censura, io, lo faccio arrivare nel cuore luminoso di Berlino e del vostro mondo. Affinché si veda com’è il mio paese.
Ora capite perché ho particolarmente a cuore che “Taxi Teheran” venga visto? 🙂

E per questa settimana, un altro film con un trascorso rocambolesco, rimasto fermo nel cafarneo della distribuzione italiana per 6 anni (6!)

LA BELLA GENTE
di Ivano de Matteo

Sentite un po’ che storia… Nel 2009 il film vince il Gran Premio della Giuria al Festival di Annency, in Francia, dove viene distribuito e riscuote un gran successo di pubblico e critica. Poi viene proiettato, un’unica volta, al Festival del Cinema di Torino di quell’anno. E poi, come usa dire, non se ne seppe più nulla… Un cavillo burocratico lo relega nel cafarneo e lì ci rimane, al freddo e al gelo, fino a oggi.
Ci lamentiamo delle assurdità del regime a Teheran, ma poi si sentono queste storie… benvenuti in Iranlia allora…
Per fortuna il regista ha girato altri film nel frattempo: “Gli equilibristi” e il recente “I nostri ragazzi”, che tanto piacque al Candy the [Andy] … 😉
Non vedere questo film dopo 6 anni di reclusione, mi sembrerebbe cinematograficamente disumano…

E ora sì, ho finito, Moviers, lascio il posto alla domenica sera…è quì che spintona da un po’… Prima però, il Malestrom ―in memoriam― e il riassunto, da utilizzare come bersaglio per le freccette di Zoran, e saluti, adorabilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Avrete sentito tutti della scomparsa di Wes Craven, immagino.
Da qualche mese sto rivedendo il mio rapporto con l’horror, quindi dedicare un Maelstrom al papà di Freddy Fruner, ehm, Kruger, è davvero necessario. Non dimenticheremo mai la faccia filante, la mano lamata e il Borsalino sopra le ustioni… Né dimenticheremo “Scream”, film cult in cui Craven prende gli schemi e i meccanismi classici dell’horror e li smonta attraverso la parodia, con effetti esilaranti. Il film, all’epoca ―eravamo nel 1996 e ascoltavamo gli East Seventeen― mi aveva fatto mooolto ridere… Chissà come sarebbe rivederlo ora…
Gli diciamo ciao ciao intonando la filastrocca di Freddie…

One, Two, Freddy’s coming for you,
Three, Four, Better lock your door,
Five, Six, Grab your crucifix,
Seven, Eight, Gonna stay up late,
Nine, Ten, Never sleep again!

Brrr!


LA BELLA GENTE: Alfredo è un architetto. Susanna una psicologa. Cinquantenni dall’aria giovanile, dalla battuta pronta e lo sguardo intelligente. Vivono a Roma ma trascorrono i fine settimana e parte dell’estate nella loro casa di campagna all’interno di una tenuta privata. Un giorno Susanna, andando in paese, resta colpita da una giovanissima prostituta che viene umiliata e picchiata da un uomo sulla stradina che porta alla statale. In un attimo la vita di Susanna cambia, ha deciso che vuole salvare quella ragazza. Salvarla per salvare i propri ideali. Ma una ragazza straniera che fa la puttana, può diventare altro? Può migliorare la sua condizione? E una famiglia vissuta sempre nell’agiatezza, con dei solidi riferimenti intellettuali, può rischiare di mettere a repentaglio tutto ciò che ha avuto in eredità e tutto ciò che ha costruito per rispettare le proprie convinzioni? Forse…

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