LET’S MOVIE 257 – propone NON ESSERE CATTIVO e commenta L’ATTESA

LET’S MOVIE 257 – propone NON ESSERE CATTIVO e commenta L’ATTESA

NON ESSERE CATTIVO
di Claudio Caligari
Italia, 2015, ‘100
Lunedì 28/Monday 28
Ore 21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

Folksvaghen Fellows,

Eh eh eh…ecchisselo sarebbe mai aspettato, dai primi della classe? Quelli che fanno tutto sempre bene, tutto assennato (prima “Raus!” e poi “Wilkommen” agli Immigraten), tutto sempre puntuale come gli svizzeri, ma con quelle gote rosso Oktoberfest che li distingue dai visipallidi elvetici. Adesso vien fuori che i teteschi di Cemania truccavano i motori delle macchine del popolo! A momenti mi schiantavo contro la macchina del popolo davanti alla mia sentendo la notizia alla radio.
Allora in questa fine di settembre 2015 vien fuori che gli incorruttibili non sono incorruttibili. Siamo davanti al Crepuscolo degli Dei, all’epica nibelunga nell’automobilistica, Wagner uber Wagen! Se anche loro scendono a mezzucci che la stereotipia mondiale potrebbe imputare all’italianità ― noi, popolo di estremi, che oscilla tra eccellenze e delinquenze ― se anche loro diventano come noi, allora non c’è più un “loro” e un “noi”. Siamo tutti “noi”. Lo scandalo Volkswagen, oltre a farmi bullare della mia Toyota, mi fa capire che non si deve mai mescolare il nazionale con l’universale. Che certe debolezze sono semplicemente umane e non hanno a che fare con questa (in)civiltà piuttosto che quell’altra. Errare humanum est, etiam germanicum.

No tranquilli, non s’è parlato di questo a Let’s Movie martedì. A Let’s Movie, o meglio, dopo il Let’s Movie, ci mancavano sole le poltrone di pelle, luci soffuse, dipinti incomprensibili alle pareti e pareti coperte di libri: noi eravamo sul marciapiede fuori dal Mastro, ma si disquisiva come in un caffè culturale parigino al tempo dei caffè culturali parigini.
Siamo partiti tutti molto cauti, forse per questo lo stupore è stato ancor più stupefacente quando ci siamo ritrovati davanti a “L’attesa”, e con così tante cose da dire dopo “L’attesa”.
La Whynot, la More, il Felix, l’Andy {the Candy} ed io abbiamo preso posto circospetti, come se fossimo pronti al pacco che di lì a poco ci sarebbe piombato sulla testa. Con il pacco-proof attivato, abbiamo preso posto.
Il film s’ispira a un testo di Pirandello, “La vita che ti diedi” ― ringrazio la More, per la precisazione 🙂 ― che a sua volta si ispira a una sua novella “La camera in attesa”. Io aggiungo di aver sentito anche l’odore di un racconto di Dino Buzzati, “Il mantello”***, ma può essere che il mio naso sia viziato da troppa roba scritta, e al momento non so spiegarvi la relazione che lo lega all’opera di Piero Messina, il regista…Vediamo poi…
E’ importante sottolineare che il film si rifà a un testo scritto perché ne assorbe la natura e assume dei lineamenti molto letterari. Se avete visto “La scelta”, bassissimo film di Michele Placido tratto anch’esso da un testo pirandelliano, vedrete con i vostri occhi cosa significhi prendere un pezzo di letteratura e farne una fiction oppure farne un’opera d’ingegno ― no, tirar fuori un Pinocchio da un bel pezzo di ciliegio non riesce a tutti…
Anna è una madre che ha appena perso il figlio, Giuseppe. Abita in Sicilia, in un casolare di quelli che riempiono la nostra immaginazione quando pensiamo alla Sicilia e ai casolari: tende scostate dal vento, il lavandino in pietra della cucina, mobilio che ricorda vagamente  il Gattopardo, un cortile polveroso in cui crescono, nodosi e millenari, gli ulivi. Ed ecco che arriva dalla Francia Jeanne, la ragazza di Giuseppe: lei e lui rimasti d’accordo che lei avrebbe passato l’estate lì, anche se lui negli ultimi giorni non ha più risposto al cellulare… Jeanne non sa nulla della sua morte, e Anna non le dice nulla. Evita le domande, le mente ― “è morto mio cognato”, motiva così le persone piene di condoglianze in casa…
Tra le due nasce un legame, una strana complicità. Anna cucina per Jeanne, vanno insieme al lago, al bagno turco. Parlano. E non parlano di Giuseppe. Il film è tutto lì, nelle parole centellinate che lo spettatore aspetta come un assetato, e che beve con foga quando arrivano. È una scelta coraggiosa, quella di Messina: i silenzi fanno sempre paura nei film. Attirano le critiche, respingono il pubblico. Messina è andato dritto per la sua strada ― bravo.
Va detto che c’è tanto ― forse troppo, specie all’inizio ― del suo mentore: Messina è stato l’aiutoregista di Sorrentino per “This Must Be the Place” e “La grande bellezza”. E indubbiamente Messina sorrentina ― che buffa la geografia siculo-campana nei nomi :-)… Sorrentino è presente nell’estetismo spinto di certe inquadrature, nel loro virtuosismo fine a se stesso. Le scene subacquee, per esempio, oppure il bambino controcorrente sul tapis-roulant dell’aeroporto all’inizio inizio, sono indubbiamente delle sorrentinate, così come l’insistenza su alcuni dettagli ― certe sale da pranzo sprofondate in un buio ecclesiastico, certe uova sul punto di farsi occhio di bue, oppure l’uso di certi rallentì. Però mano a mano che il film procede ― è lento a carburare, all’inizio, un diesel non truccato ― Messina si svincola dalla mano che il maestro gli tiene poggiata sulla spalla e cammina per conto suo. La sceneggiatura è robusta e non solo per via di Pirandello. La trovata del cellulare ― “trovata” nel duplice senso di idea e ritrovamento ― attualizza e personalizza il canovaccio offerto dal testo d’ispirazione e porta il film da Girgenti a Messina…

“L’attesa” non è un film solo sul dolore per la perdita (morte) di un figlio, ma anche per la perdita (fine) di un amore. In un bellissimo confronto tra Anna e Jeanne, Anna prosegue sulla via della menzogna, pur porgendo alla ragazza un’ustionante verità: Giuseppe ha deciso di lasciarti, tu devi andare avanti con la tua vita, lui andrà avanti con la sua. Brucia, fa male, è dura, ma tutto va avanti, ti rinnamorerai, ritroverai la felicità. E lo capite, no? Siamo davanti a una coincidenza emotiva. Il lutto che si prova per la perdita di un caro si sovrappone perfettamente al lutto che si prova quando un amore finisce. Non serve un funerale a portarti via una persona: basta anche la bara di un ascensore… Ed è un film, questo, sul vuoto, la mancanza, e non avrebbe potuto esserci scelta migliore per il titolo: cos’è “l’attesa” se non un vuoto che ci testa, ci tortura e su cui non abbiamo il controllo? Eppure noi sospendiamo il giudizio nei confronti di Anna ― la grandiosità di Pirandello, Nobel micaperniente! ― noi non c’indigniamo con lei, niente indice puntato addosso, niente “perché non glielo dici?”. Capiamo. Capiamo che lei non vuole lasciar andare né il figlio né tutto quello che attorno a lui orbitava, sia che si tratti del piatto con gli avanzi di un suo pasto, di una tazza di tè lasciato a metà, di un materassino gonfiabile che lui ha gonfiato e che lei, Anna, sgonfia stringendolo al petto in un abbraccio disarmante, inspirando tutta l’aria che può perché l’aria è il suo respiro (è lui) ― una delle scene più toccanti e forti del film. Sia che si tratti, naturalmente, della sua ragazza. Anna non vuole lasciarlo andare ― così come la madre non vuol lasciar andare il figlio verso la Morte ne “Il mantello” di Buzzati, ecco dov’era il legame, eureka, Fellows!
A un certo punto, tuttavia, è costretta a farlo. E il punto è stato scelto ad arte da Messina: la Pasqua. E cos’è, allegoricamente la Pasqua, se non la dipartita ultima del Cristo dalla terra, la sua transustanziazione, la fine della sua passione? Nella processione notturna a cui Anna partecipa, la presenza del figlio in tutta la sua assenza al suo fianco, si vede la statua di una Madonna a cui viene tolto il velo nero che la ricopre. Solo lasciando andare suo figlio, ovvero il suo Cristo, il suo tutto, Anna può perdere il suo lutto.
Il linguaggio visivo cristiano di cui Messina si serve ― il film si apre con un crocifisso fluttuante nel buio e continua con pratiche funerarie care alla cattolicità, come la copertura degli specchi con dei drappi neri dopo una morte ― è bilanciato attraverso l’alto potere sensuale che carica certi momenti del film. Come la cena organizzata con i due ragazzi conosciuti da Jeanne al lago. Anna è bellissima, alla cena, così come Jeanne ― più che suocera e nuora sembrano due amiche che seducono una coppia di amici. Quindi, benché il film mantenga inalterata un’identità ieratica fino alla fine, è attraversato anche da una corrente sensoriale sotterranea che non passa inosservata, e che è tuttasalute per il film ― lo rende caldo di vita, salvandolo dai rigori dell’esperimento estetico-letterario.
Va detto che “L’attesa” poggia molto sulle spalle di Juliette Binoche, la quale non è semplicemente brava ― interpretare il ruolo della madre coraggio farebbe esclamare un “mangano-per-sogno!” a qualsiasi attrice ― ma è dotata di una presenza scenica da opera d’arte. Questa donna dà vera e propria vita all’inquadratura, cioè riempie di vita uno spazio, anche senza parlare anche senza muoversi, come succede con le opere d’arte. Può stare seduta immobile a bordo di un letto, oppure ridere sguaiata a una tavola, oppure guardare assente fuori da una finestra e tutto intorno riverbera della sua vita ― immaginate cosa dev’essere vederla di persona in una stanza vera… Brava anche la ragazza, Lou De l’Aaage ― recitare accanto a un’opera d’arte e non sfigurare, provateci voi… E un bravo anche a Giorgio Colangeli, in un ruolo piccolo e grande insieme ― tuttofare del casale, Pietro è in realtà la coscienza di Anna, quella che le ricorda cosa “sarebbe giusto fare”…

Oggi mi mantengo più leggera perché la settimana scorso ho messo a dura prova la vostra linea con due pipponi due… Ma mi piacerebbe moltissimo che gli amanti della letteratura andassero a vedere “L’attesa”. E anche gli amanti tutti, senza discriminazione alcuna. 🙂

Dalla Laguna ci arriva un cargo di film che siamo ben lieti di scaricare davanti alle vostre porte. Il primo della lista ― precedenza assoluta― è

NON ESSERE CATTIVO
di Claudio Caligari

Il regista di questo film, Claudio Caligari, è mancato lo scorso maggio. Nella sua carriera ha girato due film, considerati dei cult “difficili”, specie “Amore tossico”, del 1983. La sua è la storia dell’artista che trova tanti, troppi ostacoli sulla sua strada e a un certo punto un brutto male arriva e se lo porta via così, senza dargli il tempo di finire il discorso che aveva cominciato, ― il suo terzo film. Fortunatamente ci sono quelli che hanno sempre creduto nella sua opera e hanno portato a compimento il suo progetto. Valerio Mastandrea è uno di questi, e il film è uscito anche grazie ― o meglio, soprattutto ― al mazzo che si e fatto per farlo uscire.
Questa storia è già un film in sé… Andare a vedere il film da cui è partita, mi sembra il minimo.

Il Maelstrom stasera diventa il palco su cui si esibisce il nostro Magician Zadramat, Matteo, in uno spettacolo che ci piace moltissimo a cui vi prego di prestare attenzione: s’intitola WALKIN’ THROUGH THE DESERT. Quattro film sui luoghi disabitati 😉

Il riassunto invece non vale una cicca. “Skip summary watch wildly” sarà uno dei nuovi tormentoni lezmuviani, avvertiti 🙂
Per ora grazie, sempre, e saluti, stasera, macchinalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

***Please help yourself, http://www.aetnanet.org/scuola-news-13564.html  🙂

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Guardate qua sotto cosa si sono inventati quei locos del Locos Bar di Rovereto, come c’informa il nostro Magician Zadramat, una delle menti matte dietro la rassegna WALKIN’ THROUGH THE DESERT. Quattro film sui luoghi disabitati
…Adoro quando il pensiero diventa azione ― e dove le regole non esistono, esistono solo le eccezioni… va be’, scusatale dai…
Di seguito info e date…
Let’s Walk Through The Desert! 🙂

WALKIN’ THROUGH THE DESERT
Quattro film su luoghi apparentemente disabitati

È nota la storia di quel ricco ed eccentrico francese che volle allestire un cinema all’aperto nel deserto del Sinai. Fece dunque trasportare tutto il necessario: proiettore, schermo, poltroncine. Nonostante fosse tutto pronto per la prima proiezione, per motivi tuttora misteriosi, il cinema non venne mai inaugurato.
Non potendo portare il cinema nel deserto, sulla scia di questo moderno Fitzcarraldo abbiamo cercato di portare un po’ di deserti nel nostro cinema sottoterra.

21.9 Walkabout (L’inizio del cammino). Nicolas Roeg (1971) 100′
Un uomo va coi figli a fare una gita in auto nel deserto australiano. Durante una sosta dà fuoco all’auto e si uccide dopo aver sparato in direzione dei figli senza ferirli. La ragazza e il bambino cominciano a camminare nel deserto fino a che non trovano una piccola oasi che ben presto si prosciuga. Li aiuta un indigeno che trascorrerà con loro dei giorni felici.

28.9 Bitter Victory (Vittoria Amara). Nicholas Ray (1957) 97′
Durante la Seconda Guerra Mondiale a due ufficiali inglesi, il codardo Brand e il valoroso Leith, viene affidata una pericolosa missione al Cairo. Durante il ritorno, Brand fa di tutto per eliminare l’altro, di cui è anche geloso. Tratto dal libro di René Hardy (anche co-sceneggiatore), “Vittoria amara”.

5.10 Die Wand (La parete). Julian Pölsler (2012) 108′
Una donna si unisce ad una coppia per una gita ad un rifugio di montagna. La prima sera, la coppia scende a valle mentre la donna rimane a casa con il cane. La mattina dopo, accortasi che la coppia non ha fatto ritorno, scende verso il villaggio e fa una scoperta incredibile: un muro invisibile è comparso a separarla dal resto del mondo. Sola con un cane, un gatto e una mucca, si trova a dover tentare di sopravvivere nella foresta. Tratto dal romanzo Die Wand scritto nel 1961 da Marlen Haushofer.

12.10 Figures in a landscape (Caccia Sadica). Joseph Losey (1970) 106′
Due evasi, Ansell e Mac, del cui passato poco sappiamo, fuggono disperatamente attraverso pianure e montagne per raggiungere una vicina frontiera. Li sovrasta in continuazione un mostruoso elicottero del cui conducente non vedremo mai il volto. Gli stessi soldati che li inseguono hanno connotati imprecisi. Tutto risulta volutamente indeterminato.

Si inizia alle 21.15, siate puntuali.
L’ingresso è libero, i posti limitati.
Da un’idea di Loco’s bar, Matteo Zadra, Marco Segabinazzi.

NON ESSERE CATTIVO: È la storia di Cesare (Luca Martinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), legati da «una forte amicizia virile. È un legame che resiste anche quando separano i loro destini, Vittorio cerca di salvarsi e di integrarsi attraverso il lavoro, mentre Cesare affonda nell’inferno della droga e dello spaccio, finché durante una rapina viene ferito. Non essere cattivo è ambientato a metà degli anni Novanta, perché, secondo il regista, «come Pasolini aveva intuito, è il momento in cui muore il mondo pasoliniano”.

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