LET’S MOVIE 260 – propone SUBURRA e commenta TIMBUKTU

LET’S MOVIE 260 – propone SUBURRA e commenta TIMBUKTU

SUBURRA
di Stefano Sollima
Italia, 2015, ‘130
Lunedì 19 / Monday 19
21:00 / 9 pm
Cinema Nuovo Roma / Il Pornoroma

 

 

Marcuse Moviers,

Ed eccolo qua in arrivo anche da noi. C’hanno provato per più di 20 anni, e alla fine, gli ammmaricani ce l’hanno fatta. Cari Fellows, Starbucks starba, ehm sbarca, a Milano. E se negli anni ’80 la Milano era da bere, e si sottintendevano il Cynar e l’Amaretto di Saronno, ora sul tavolo troviamo il Caramel Frappuccino e il Mocha Latte, e la lista infinita di aberrazioni commestibili di cui la perversione yankee è capace. Per carità, nulla contro il modello Starbucks, ovvero, vieni nel mio locale, parcheggiati in zona chill-out anche per 5 ore e scrivici pure il pitch della nuova start-up che rivoluzionerà il mondo, you are most welcome ― …by the way, buffo notare che questo modello era nato in Europa, con i caffè letterari, nell’’800, ma ci sono voluti gli occhi a $$ delle aquile americane per cavarci fuori un business plan di successo… Anyway…L’importazione di un modello che di certo genererà un grande indotto a Mr e Mrs Starbucks, comporta anche l’importazione di pratiche molto malsane tipiche del coffee-drinking on-the-go d’oltreoceano. Gli americani ― non tutti, tanti ― non pensano minimamente cosa porti con sé il take-away. L’eco-pensiero non sfiora nemmeno la loro no-fly zone, e nemmeno se glielo scandisco piano e con termini a loro familiari, tipo “no-fly zone” capirebbero, figuriamoci poi se inserisco concetti di alta immondizia tipo esubero di scarto e conferimento differenziato di bicchierone e coperchio del take-way kit. Ovviamente non accenno nemmeno al rito italiano del caffè bevuto nella tazzina, i 4 minuti passati al bancone del bar a cui corrispondono le 4 chiacchiere che coprono la legge di Stabilità, il crociato destro di Messi e il fondoschiena di Mila Kunis. Il modello di Starbucks non prevede porcellana e politica.
Anche se non ce ne accorgiamo, questi mono-marca ci riportano dentro a una mono-dimensione della quale eravamo stati avvisati back in 1967 dal caro Herbert. Io aggiungo che noi uomini massa tendiamo ai luoghi massa, e lì veniamo fatti convergere. Ecco allora le multisala, gli H&M, i fast-food, gli Starbucks e gli ultimi arrivati, i (po)Grom. Io, che di geometria non capisco un cateto, credo che gli angoli e le curve dei localini in piedi per miracolo siano molto più affascinanti delle catene che spianano il nostro panorama urbano e sociale allineandolo/ci a un unico credo commerciale. Globalizzazione uguale scelta, pulsano le slides dei neo-businessmen pro-global. Io dico che il meccanismo della scelta in questa contemporaneità spinta al trar-profitto selvaggio è forte di certe manipolazioni psicologiche di cui siamo fatti ignari bersagli: il sabato sera si va a Multiplex & Mac Donald’s, la domenica al centro commerciale.
Fortunatamente ci sono i Moviers, che sono altra pasta, altra storia, e il sabato sera vanno a vedere i cinema rimusicati dal vivo e la domenica fanno i Moviers in attesa di Lez Muvi, che è già tanto.
E fortunatamente x2 ci sono film tipo “Timbuktu”, che in 97 minuti spazzano via la minaccia del pattume, del piattume e di noi potenziali sottilette ― “il monodimensionale” di Marcuse è molto più raffinato come termine, ok, ma io sono pur sempre il Board, buffone di professione. 🙂
Ad imbarcarsi con me alla volta del Mali, ecco il nostro duo bigusto finalmente ricomposto, Vanilla & Chocolate, il Pizzo, che mi aspetta davanti all’ingresso puntuale come un sangallo (!), il Sommario e il Respirolibero già belli pronti a bordo.

Lì finiamo, a Timbuktu, che a me fa sempre venire in mente veli colorati e magie, e invece è tutt’altro, una città in mano ai fondamentalisti islamici che spadroneggiano, imponendo tutta una serie di divieti e restrizioni che gli abitanti sono costretti a rispettare se non vogliono subire punizioni corporali che fan male anche solo a pensarle.
A Timbuktu non si può cantare, ballare, suonare, fumare, aggirarsi sole per la città ― l’immodestia, si sa, è sempre in agguato ― e naturalmente ci si deve coprire il più possibile, anche con calze e guanti, anche se sei una pescivendola e le mani ti servono per lavorare.
Al pastore Kidane non piace molto questo regime, quindi ha preso moglie e figlia, e si è traferito in periferia, che in Mali è il deserto, ma almeno può crescerci le sue mucche e vivere tranquillo lungo il fiume. Un giorno una di queste mucche ― chiamata GPS, vedi te ― finisce impigliata nelle reti da pesca di un vicino che, preso da chissà quale schizzo, le spara. Kidane lo affronta per avere delle spiegazioni, in un secondo si passa alle mani e il vicino, per sbaglio, rimane ucciso.
Diciamo che questa è la voce solista nel coro di storie che compongono il film. L’intento del regista, Sissako, è quello di presentare un paese nella sua interezza e denunciare, con una potentissima-efficacissima ironia, le barbarie compiute dall’integralismo islamico ai danni della popolazione. E allora la voce solista si mescola alle altre voci. Quella della pescivendola che vi ho nominato, che proprio non ci sta a mettersi i guanti e risponde per le rimane alla polizia islamica; il ragazzo e la ragazza presi a frustate per essere stati nella stessa stanza (oltraggio) e per aver suonato e contato (doppio oltraggio); il confronto tra l’imam della moschea e il leader dei jihadisti, ovvero “parliamone” contro “mancomorto”. Ciò che distingue questo film da altri di denuncia è l’angolo ironico da cui il regista guarda il panorama che gli si prospetta davanti e che ci permette di vedere il lato assurdo delle cose, e di sorriderne. Per esempio, gli integralisti fanno tanto i santarelli tutti presi a far rispettare la legge islamica, ma poi sono i primi a sgarrare: c’è quello che fuma di nascosto, quello che danza come un derviscio in cima a un tetto, quello che parla di calcio europeo con una cognizione di causa alla giacomovalenti. Assurdità che raggiunge livelli grotteschi: vedi il jihadista che, megafono alla mano, gira per la città in moto a sciorinare tutti i divieti dalla A alla Z, e dopo l’elenco completo, aggiunge, somaramente, idiotamente, “E’ vietato tutto”. Se da un lato lo spettatore ride di loro, e delle incongruenze che infuriano all’interno del regime, dall’altra incassa botte su botte a livello emotivo, come quando si ritrova due teste che spuntano vive dal terreno, due frutti umani martoriati da una pioggia di sassi, e tutto questo per aver cantato una canzone. Il tonfo di quelle pietre su quei crani mi risuona ancora nelle orecchie.
Quest’uso politico dell’ironia, e l’effetto wake-up-stand-up prodotto sullo spettatore, mi ha fatto tornare alla memoria Brecht, con la sua arte che grida da poesia a palco per risvegliare le coscienze.
Anche l’ironia di Sissako, come quella di Bertold, si serve della poesia, e per cogliere le alternative alla dittatura religiosa. C’è una scena, Moviers, che controbilancia i tonfi, e ribadisce il diritto del film ad essere collocato in piena dimensione d’arte cinematografica. Un gruppo di ragazzi, a cui, abbiamo detto, è proibito giocare a calcio, allestiscono una partita senza pallone ― mi togli il pallone? Be’, io me lo immagino, tiè. La macchina da presa gira in tondo a questi calciatori astuti e a questo loro gesto di sfida, come a voler ritagliare il loro campo d’azione (!) separandoli dallo sguardo dei jihadisti impotenti, e allontanandoli, anche solo per il tempo di una partita immaginaria, da quello stato infame delle cose: è la libertà che prende il suo spazio, in attesa di poter travalicare quei confini sciocchi.

Non solo grottesco e poetico. Non solo tragico e politico. “Timbuktu” tira fuori dalla montagna di drammi che l’Africa si porta sulla schiena, anche il sacro e il religioso. Sissako non aspetta che il film ingrani e ci propone questo dissidio sin dall’inizio, e con un linguaggio simbolico ma immediato, comprensibile. Una gazzella ― antilope, mi corregge, provvidenziale, il Pizzo ― un’antilope corre libera nel deserto. Alle sue calcagna una jeep di jihadisti armati che cercano in ogni modo di abbatterla. Gli spari rimbombano forti, più forti del previsto, e non so bene se questo sia un effetto cercato oppure l’acustica ipersensibile del Teatro San Marco oppure il mio orecchio finalmente tornato al suono dopo anni di Amplifon 🙂 … Immediatamente dopo questa scena, una carrellata di inquadrature su una fila di statuette, rappresentanti delle divinità femminili, crivellate da proiettili. La contrapposizione salta agli occhi: la dimensione del sacro originario, naturale, ancestrale della terra africana (antilope ed effigi sacre) massacrata dalla dittatura della religione imposta con il suo ferro e il suo fuoco, con le sue proibizione da cartone animato dell’orrore. Il dogmatico fanatico sopprime lo spirituale naturale.
L’abile Sissako chiude il film con un’antilope umana, la figlia del pastore nel frattempo condannato a morte per l’omicidio del pescatore con lo schizzo. La ragazzina corre corre corre come l’antilope dell’inzio. Corre corre corre verso di noi. Questa sua corsa verso di NOI non lascia dubbi d’interpretazione.

Purtroppo i film dei cineasti africani, o dei paesi “del terzo mondo” ― ancora si usa, questo divisionismo cardinale?? ― rischiano sempre di subire un giudizio a priori: un film di un mauritano ti strapperà per forza le lacrime dagli occhi, richiamerà per forza le Pubblicità Progresso, darà per forza precedenza al contenuto che alla forma. “Timbuktu” è quanto di più distante da tutto ciò. Sissako sa come maneggiare un obbiettivo: c’è un campo lungo su un fiume che per me potrebbe entrare nei manuali di cinema ―o forse esce dritto proprio da lì.
Sissako non strilla “vendetta”, non vuole scandalizzare. Direi che l’effetto che ottiene, miscelando attentamente comico, tragico, assurdo, è quello piuttosto di disorientare. “Ma come?” ti chiedi, uscendo dalla sala, frastornato. Ma come si fa? Ma come fa l’uomo a fare tanto male per imporre la legge di un Dio, che dovrebbe essere il sommo Bene? Naturalmente queste domande sono tanto banali quanto campali e non è certo questa la sede per sviscerarle. C’hanno organizzato il Religion Festival Today a questo proposito. E chissà poi se ci sono riusciti, a sviscerarle…

E dopo l’Africa, rimontiamo in aereo e facciamo scalo a Fiumicino per

SUBURRA
di Stefano Sollima

Sollima è il regista di “ACAB – All Cops Are Bastards”, un film che si vide un paio d’anni fa con la Honorary Member Mic e l’Anarcozumi, e che ci era entrato dentro a tal punto che canticchiammo “Celerino figlio di put*ana celerino figlio di put*ana” per una settimana. 🙂 Aneddotica a parte, Sollima è considerato uno dei registi italiani più esperti quando si tratta di azione e di poliziesco: oltre al bell’ACAB, ha firmato le serie televisive Gomorra e Romanzo Criminale e vari episodi di “La squadra”.
Allora. Qui ho assoluta necessità di quanti più Moviers possibili: ho certi piccoli dubbi dovuti ai successi catodici, che solo un numero elevato di Moviers mi aiuterà a fugare. Pertanto non fatemi gli gnorri, non trattate questo appello come i soliti che appello da 5 anni a questa parte…. Come and join me 🙂

Ed è con piacere tutto immobiliare, che questa settimana il Maelstrom è stato assegnato usucapione allo Scaccomatto, che ha due ― non una, ma due! ― segnalazioni per noi Muviani (ecco, “Muviani” mi sempre una valida alternativa sinonimica a Moviers). 🙂
Lo ringrazio molto ed esorto tutti voi locatari a beneficiare dello spazio comunitario senza timore di eventuali lamentele in sede di assemblea condominiale.
Ok, ora abbandono una metafora che, potessi, non abbandonerei più, vi sottopongo alla tortura di un riassunto lunghissimo di cui ovviamente ignoro il contenuto, vi ringrazio as usual, e vi mando dei saluti, alienatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ecco Scaccomatto, il Maelstrom è tuuuutto tuo 🙂

  1. Quattro volti del cinema francese

L’Alliance française, in collaborazione con l’Institut français che coopera con l’Ambasciata di Francia per la diffusione del patrimonio cinematografico francese nel mondo, ha organizzato il Festival del Cinema francese che si terrà a Trento, per quattro mercoledì alle ore 20.30 nella Sala della Circoscrizione comunale in Via Clarina 2/1.
L’ingresso è libero e i film sono in versione originale con i sottotitoli in italiano.
Il programma è disponibile qui http://www.alliancefr-verona.org/Nell-ambito-della-promozione-della.html?lang=fr

Le quattro proiezioni avranno luogo:
mercoledì 14 ottobre: Le Nom des Gens (2010)
mercoledì 21 ottobre: Les beaux jours (2013)
mercoledì 28 ottobre: Pauline détective (2012)
mercoledì 04 novembre: Une place sur la terre (2013)

  1. 40 anni di The Rocky Horror Picture Show

Lunedì 16 novembre 2015 ore 20.30
Cineplexx – Sala 1, Via Macello 53, Bolzano

“Non fatevi scioccare dal mio aspetto / non giudicate un libro dalla copertina / non sono un granché alla luce del giorno / ma di notte sono un diavolo di amante”: forse è questa la battuta più famosa di Rocky Horror Picture Show, un film, anzi un musical, anzi un feticcio. Ed è quella che infatti lo rappresenta meglio: nelle prime sere di proiezione, in sala non c’erano molti spettatori, ma erano sempre gli stessi: gli stessi della sera dopo, e di quella dopo ancora…. e così per QUARANT’ANNI! Ebbene sì, dal 1975 il suo successo continua fino ad oggi. Anarchico, sensuale, allegro, un po’ horror un po’ thriller un po’ porno, un po’ kitch un po’ elegantissimo: ogni paese del mondo ha un cinema che non trasmette più nient’altro …. Festeggiamo tutti insieme quest’anniversario… trans-vestiamoci, cantiamo e recitiamo il Rocky Horror Picture Show durante la proiezione 🙂
Un EVENTO UNICO per l’arrivo a Bolzano di Movieday, la prima piattaforma web in Italia che permette al pubblico di organizzare proiezioni al cinema. L’unica condizione è PRENOTARE ONLINE i biglietti entro la scadenza. Solo raggiungendo la soglia minima l’evento verrà confermato! I biglietti prenotati online COSTANO MENO del biglietto in sala, e se la soglia non è raggiunta non ci saranno addebiti. Aderite e passate parola!

SUBURRA: Nell’antica Roma, la Suburra era il quartiere dove il potere e la criminalità segretamente si incontravano. Dopo oltre duemila anni, quel luogo esiste ancora. Perché oggi, forse più di allora, Roma e’ la città del potere: quello dei grandi palazzi della politica, delle stanze affrescate e cariche di spiritualità del Vaticano e quello, infine, della strada, dove la criminalità continua da sempre a cercare la via più diretta per imporre a tutti la propria legge.
Il film e’ la storia di una grande speculazione edilizia, il Water-front, che trasformerà il litorale romano in una nuova Las Vegas. Per realizzarla servirà l’appoggio di Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), politico corrotto e invischiato fino al collo con la malavita, di Numero 8 (Alessandro Borghi), capo di una potentissima famiglia che gestisce il territorio e, soprattutto, di Samurai (Claudio Amendola), il più temuto rappresentate della criminalità romana e ultimo componente della Banda della Magliana.
Ma a generare un inarrestabile effetto domino capace di inceppare definitivamente questo meccanismo saranno, in realtà, dei personaggi che vivono ai margini dei giochi di potere come Sebastiano (Elio Germano), un PR viscido e senza scrupoli, Sabrina un’avvenente escort (Giulia Elettra Gorietti), Viola (Greta Scarano) la fidanzata tossicodipendente di Numero 8 e Manfredi (Adamo Dionisi) il capoclan di una pericolosa famiglia di zingari.

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