LET’S MOVIE 278 propone URGE e VELOCE COME IL VENTO e commenta ASCENSORE PER IL PATIBOLO

LET’S MOVIE 278 propone URGE e VELOCE COME IL VENTO e commenta ASCENSORE PER IL PATIBOLO

URGE
di Alessandro Bergonzoni
Italia, 2014, ‘101
Lunedì 11 / Monday 11
20:15 / 8:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

VELOCE COME IL VENTO
di Matteo Rovere
Italia, 2016, ‘118
Lunedì 11 / Monday 11
22:30 / 10:30 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

Franzen Fellows,

In questi giorni sono rientrata in contatto con lui, il Jonathan internazionale, il santo padre delle Correzioni, un romanzo che dovrebbe far sfigurare ogni libro di ogni libreria di ogni soggiorno di ogni casa del mondo. Sono rientrata in contatto con lui perché si parla molto del suo ultimo capolavoro, Purity― da cui, rumours has it, sarà tratto un film con Daniel Craig come protagonista, peccato che la protagonista sia una lei… I giornali sono pieni di articoli sull’autore e sul suo pensiero che definisco tentacolare giacché arriva a toccare e abbracciare e stritolare argomenti e questioni extra letterarie, relative alla società e al mondo che viviamo. Tra i molti punti che tocca nei suoi libri, saggi, interviste, mi piace da impazzire il modo estremamente colt(o) con cui spara a zero sui social media e sulla democrazia digitale. Jonathan ― o il Tredicesimo Apostolo ― definisce Facebook “La fiera della vanità”… “Diventare amico di una persona su Facebook significa semplicemente includerla nella nostra personale sala degli specchi adulatori. Un luogo virtuale pieno di “vanitose proiezioni di sé”. Ebbene sì, siamo anime gemelle… 🙂
Lo sapete, io inveisco sempre come un’ossessa contro Facebook&Twitter, e non spaccherei ulteriori decibel reiterando il concetto over and over. Ma poi vedete lui traccia una linea fra tecnologia e oblio, e se ne esce fuori con questa spietata verità: “Non avrete ricordi delle ore trascorse a confrontare le applicazioni dell’iPhone o a leggere i feed di Twitter o a personalizzare la vostra pagina Facebook; quelle ore scompariranno dalla vostra vita”. E io non posso tacervela, questa spietata verità: mi fa tremare le gambe. La domanda sottesa a questa affermazione è: quante ore buttiamo via cazzeggiando con i gingilli che la tecnologia c’infila in tasca?
E non possiamo non assentire con lui sulla “digital democracy”, che definisce “un incubo. Non servono più politici o esperti: basta dare alla gente libero mercato, informazioni non mediate via Internet e strumenti per comunicare, e magicamente nascerà una società perfetta. Ecco, il risultato è Donald Trump” ― trovate tutto qui http://www.lastampa.it/2016/03/27/cultura/democrazia-digitale-un-incubo-nbn0Acaxr5tOTNsyC91HuI/pagina.html.
Capirete, anche alla luce del mio post della settimana scorsa, che quando ho letto tutto ciò, ho sentito un sommovimento sommuovermi dall’interno ― Donald Duck Trump grava su di noi come il più funesto dei presagi.
Ho piacere di citare questo super scrittore e le sue parole perché è uno dei pochi americani in grado di alzare la voce contro un coro yankee pro-Jobs, pro-incubatori, pro-startuppari, pro-tutta-la-vita-Silicon Valley a cui noi italiani ci siamo uniti, scimmiottando entusiasmi per dei modelli la cui efficacia va bene per loro, popolo business sin dall’approdo del Mayflower, ma MAGARI non per noi. Non dovremmo forse smetterla di guardare sempre da quella parte e credere che tutto quello che viene fatto, cotto e mangiato sia importabile, introiettabile e digeribile qui, come il più Kentucky Fried Chicken dei pasti? Quando smetteremo il mito americano? Pensiamoci un attimo. Nel Rinascimento, quando l’America non era che un silos da cui attingevamo patate e pomodori, l’Italia ha vissuto la sua Età dell’Oro. Non dico che dobbiamo guardarci l’ombelico e vivere da autarchici, come Moretti tanti anni fa. Dico solo di ritrovare quello che abbiamo. Invece di riempirci la testa e la bocca di nuovi inglesismi, facciamo bene quello che sappiamo fare… Siamo una terra di bellezza. Ma ci vuole tanto a ricavarci dell’indotto? Ma lo vogliamo indurre o no??

E adesso mi ricompongo un attimo e dalle stelle&strisce passo alla ghigliottina, il posto in cui possono infilare il capo tutti quelli che si sono persi “Ascensore per il patibolo” martedì! Hanno furbescamente scampato un simil destino la Vanilla, il Lumière e ilPizzo. Poi abbiamo ballato sul cadavere dell’aristocrazia in Place de la République ― questo lo puntualizzo per correttezza storiografica. 🙂

Cosa vuoi dirgli, a Louis Malle, dopo aver girato un film così? Che a distanza di 60 anni t’inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma, quel viso miracoloso che fu di Jeanne Moreau, che sembra rimpiangere, in quel fotogramma finale, tutta la vita che avrebbe potuto avere e che non avrà…
Il film è un noir con un antefatto dalle geometrie molto classiche. Il triangolo. Julien è innamorato di Florence, la moglie del suo capo ― pure un business villain visto che produce armi. I due vogliono sbarazzarsi del marito di lei inscenando il più classico dei suicidi. Sono follemente innamorati, Florence e Julien. E pregherei voi tutti di inserire nel vostro scrigno segreto dove riponete tutte le scene più pazzesche della cinematografia, l’incipit di questo film. Un primo piano sul viso dei due amanti, al telefono, mentre definiscono i dettagli dell’omicidio-suicidio del terzo incomodo e mentre (s)ragionano sull’amore. E sembrano quasi farlo, l’amore, da un capo all’altro del telefono, tanto è palpabile l’erotismo, e animalesca la voglia di annullare i “piccoli” ostacoli coniugali e finalmente unirsi ― nessun marito osi dividere ciò che Eros ha unito, parafraso, blasfema. Siamo talmente “fra” di loro, noi spettatori, talmente vicini, che sembra quasi di perdere l’equilibrio, come quando ti trovi a un millimetro da una vetrata e la schivi per un pelo.
Il piano procede alla perfezione: Julien uccide il marito, sistema tutto, ma mannaggia, dimentica una corda su un cornicione ― quella che gli ha permesso di entrare nell’ufficio del boss. Allora torna indietro per recuperarla, ma mannaggia, poi decide di prendere l’ascensore e ci rimane bloccato dentro. Ma non è finita qui: un bullo da strada e la sua squinzia gli rubano la macchina che aveva lasciato sul ciglio della strada mentre saliva a prendere la corda. E questi due combineranno dei guai peggio delle simpatiche canaglie senza simpatia ― tipo che uccidono una coppia tedesca, e poi cercano di suicidarsi, senza riuscirci. Nel frattempo Florence vaga per Parigi alla ricerca dell’amante che crede l’abbia abbandonata. Finalmente il mattino arriva, la corrente viene riattivata, Julien può finalmente uscire dall’ascensore, ma si ritrova con la polizia alle calcagna…
No, ovviamente il finale non è un happy-ending ― come potrebbe? È pur sempre un noir FRANCESE questo… Ma non conta tanto quello. Conta il modo quasi hitchcockiano ―anzi, senza quasi ― in cui Malle costruisce la suspense. Riuscirà Julien a cavarsela? Questa domanda ci accompagna fino alla fine, e guardate, non è facile mantenere la tensione per 100 minuti. E aldilà della trama in sé, qui siamo davanti a un’opera che mette sul tavolo Eros e Thanatos e li fa convivere in spazi opposti: Julien incastrato in un luogo chiuso e Florence che erra, in uno stato di allucinata disperazione, per una Parigi fredda, vaga, ostile. Siamo in piena tragedia classica, qui. Lo struggimento di Didone in attesa del suo Enea. UIisse ostacolato da sirene e Polifemi che gli impediscono di raggiungere Itaca e Penelope…. E il regista è proprio un genio-del-Malle ― sì, anche questa dovevo dirla ― un sadico di primo pelo giacché decide di separare gli amanti subito dopo quell’indimenticabile telefonata iniziale, di condannarli, loro così eroticamente accesi, alla separazione ― all’astinenza, mi riprenderebbe Starobinski ― e alla solitudine, per farli congiungere poi solo nel dramma finale. Malle, lo stupendo sadico Malle, decide di assegnare parecchio tempo scenico all’altra coppia del film, i due inetti, Bonnie&Clyde senza il fascino e l’arguzia di Bonnie&Clyde, un bullo e una pupa che sono il negativo di Florence e Julien. Questi sempliciotti di periferia, che badano solo alle “cose” ― la macchina di grossa cilindrata di Julien e lo champagne dei tedeschi che si scolano― non sono nemmeno in grado di suicidarsi, come se l’estremo atto, per loro, sempliciotti, non finisca per essere che un atto mancato. L’amore folle scorta il gesto eroico: un amore dozzinale non merita la nobiltà che la morte conferisce.
Credo si potrebbe anche fare un discorso metacinematografico ― perdonate ma aver visto il documentario “Hitchcock – Truffaut” mercoledì mi ha fatto ripensare al fatto che con la Nouvelle Vague, il cinema finalmente acquisisce coscienza di sé come forma d’arte. E qui la risoluzione del film è affidata a una macchina fotografica ― e non sarà mica un caso, dai. Come se l’apparecchio custodisse la Verità. E la macchina fotografica non è forse la madre della macchina da presa? Malle ci sta forse dicendo che nella macchina da presa ― nel cinema ― risiede la Verità? Io credo di sì, ma voi siete liberissimi di sfogliare tutti i Cahiérs du Cinema tutti e formulare una vostra teoria 🙂

Grazie al nostro Lumière, il nostro rimusicatore di film muti nonché sommo esperto di qualunque tipo di “quality music” ― musica di spessore ― di tutti i tempi nonché detentore della Biografia definitiva di Miles Davis scritta da Ian Carr, ci ha svelato molte curiosità relative alla colonna sonora di Miles, che è il secondo motivo per cui NON perdere il film ed evitarvi la ghigliottina ― il primo è la flaneuse Jeanne Moreau, la mina vagante in cerca della miccia perduta fra le vie parigine… quanto paradigma, in un unico personaggio…
Pensate, Miles Davis e i suoi musicisti improvvisarono la musica davanti alle immagini mute del film, e finirono il lavoro nel giro di una sola notte di registrazione, “dieci brani realizzati fra la mezzanotte e il mattino”. Il risultato ha qualcosa di diabolicamente celestiale. La tromba di Miles, che accompagna, ora lamentosa, ora sinistra, ora bisbetica ora calda come un caffè, Florence per le vie di Parigi, regala un piano in più al film. Come se la musica ampliasse il mood contradditorio del film, imperniato attorno al contrasto ― prima dicevamo di Eros e Thanatos, desiderio e morte…
Il Lumière ha gentilmente passato a noi Moviers presenti alcuni stralci tratti dallaBiografia Definitiva ― e ora ditemi se questo non è essere quality Moviers, Moviers di spessore! Cito da Miles: “Visto che si trattava di un omicidio e doveva essere un film di suspense, usai questo vecchio, scuro, cupo edificio per farci suonare i miei musicisti. Pensavo che avrebbe dato una giusta atmosfera alla musica, e lo fece”. Dare un’atmosfera alla musica…come se il vecchio, scuro, cupo edificio tirasse fuori dagli strumenti lo scuro e il cupo che avrebbe ammiccato allo scuro e cupo della trama…
Se vi interessano quelle quattro pagine in cui Miles parla della sua esperienza con “Ascensore per il patibolo”, fatemi un fischio, e ve le mando via mail 🙂 ―[email protected].
Sapete no, c’è un fissa fra cinefili: se di un film dici che ti piace la colonna sonora, non c’è altro che merita di essere nominato… In questo caso, la colonna sonora è un pezzo di storia dell’arte. È come andare al Louvre, vedere Delacroix….

Questa settimana è stata molto ricca, cinematograficulturalmente. Non solo il capolavoro di Malle, ma anche il documentario “Hitchcock – Truffaut”, condiviso con degli esperti d’eccezione: il WG Mat, la Vanilla e il Village. Non posso andare nello specifico anche di questo film ― un pippone più fb-filippica in apertura possono bastare. Ma se avete qualche pur vago interesse nel cinema, cercatevi questo documentario. Decidendo di volare a Los Angeles, intervistare Hitchcock e scriverci un libro, “Il cinema secondo Hitchcock”, che è come un Vangelo per chi si vòta al cinema, Truffaut ha compiuto un gesto d’importanza capitale: ha conferito credibilità al cine hitchcockiano attraverso la letteratura. Di più: ha fatto letteratura del cine hitchcockiano, che fino a quel momento, il 1962, era considerato puro entertainment. Truffaut vede oltre quello che vedono i suoi contemporanei. Capisce che oltre la pancia e la strizza c’è di più. Mi piacerebbe avere più spazio per ragionare sopra i tanti spunti che ho appuntato… Tipo sapete cosa diceva Hitch, sul cine? “Il cinema è mettere insieme due o tre pezzi di pellicola per creare un’idea”. E poi aggiunge: “Fantasy is real”. Il cinema crea idee ―quindi possibilità astratte, immaginarie ― ma che esistono.
Io mi sento molto meglio, quando mi si ricorda che tutto quello che esce dalle mani di un artista, sia esso un pittore, un regista, uno scrittore, un musicista vive e vegeta tanto quanto la realtà che esiste là fuori dalla nostra finestra. Diffidate da quelli che ghettizzano la fantasia, che la considerano una sorta di piterpanica Isola Che Non C’è, e la relegano in un non ben precisato luogo fuori dalla realtà. La fantasia è qui. Se così non fosse, Lez Muvi non esisterebbe. Io non esisterei.
Fantasy is real.
E poi ― vi prego di segnarvelo ― Hitch non voleva dare nessun messaggio. Hitch, col suo cine, vuole creare “un’emozione di massa”. Attraverso la dilatazione del tempo. Questo è il cine, per Hitchcock, definito dai critici “teorico dello spazio”, la dilatazione del tempo.
Se penso che per me la scrittura è ricavare spazio nel tempo, mi sento molto pappa e ciccia con Alfred…

Dunque vorrei tanto cercare di spiegarvi la spasmodica voglia di andare a ripescare tutto-Truffaut e tutto-Hitchcock che questo documentario ha innescato in me, ma devo proporvi un esperimento che ho in mente per lunedì. Lunedì, cari Fellows, per la sconfinata gioia del Mastro ― che dall’alto della sua bontà, perdonerà questa mia ironia ― lunedì si aprono i Cinema Days, la fiera del bianco del cinema in cui tutti i film proposti in sala sono offerti a 3 euri. Per spingere il bestiame a riempire le sale cinematografiche…
Il Mastro ci propone un gran pezzo da 90, e noi non possiamo certo perdercelo. Ma al contempo vi lancio il film Lez Muvi della settimana allo Smelly: una pellicola a cui concedo il beneficio del dubbio. Quindi se un tempo c’era il mercoledì da leoni, Lez Muvi oggi propone il lunedì da braccini con un BIATHLON!
Partiamo con

URGE
di Alessandro Bergonzoni

Bergonzoni, l’intelligenza in forma di folletto, ha fatto del suo spettacolo teatrale, un film. Dando il modo a chi non ha potuto andare a vederlo a teatro, di recuperarlo al cine. Siccome lo spettacolo è uno dei suoi migliori, il film non sarà da meno.
Appena finisce, intorno alle 10:00 pm, noi ci fiondiamo allo Smelly e concludiamo il BIATHLON con

VELOCE COME IL VENTO
di Matteo Rovere

Il Biathlon è abbastanza folle, me ne rendo conto. Ma voi potete anche optare per un solo film ― “Veloce come il vento”, vi ripeto, è il Lez Muvi della settimana. Certo il Biathlon prescriverebbe entrambe le discipline, ma per voi chiuderei un occhio… Siete pur sempre i miei Moviers 🙂
Inoltre tutto è molto in balia della quantità di bestiame che si accalcherà intorno al botteghino, attirato dal richiamo dei 3 Euri, e se riusciremo a vedere uno, due, entrambi i film o nessuno…
Quindi vedete di arrivare dal Mastro o allo Smelly con un po’ di anticipo per assicurarvi il posto 😉

So che ho abusato molto del vostro tempo oggi. Ma sono pur sempre il vostro Board 🙂
Quindi ora non dovete fare altro che lanciare un’occhiata al Maelstrom, accettare questi ringraziamenti e questi saluti, puramente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque ricordate i Pugaciov sulla Luna, il loro ultimo album, “Freestanding”, di cui vi avevo parlato in qualche Maelstrom fa? Be’ ragazzi, sta andando alla grande, tanto che lunedì l’Adige ha pubblicato una bellissima intervista al nostro Riccardo ― voce, basso, batteria e soprattutto Movier Pugaciov 🙂 ― che ha così definito il loro obbiettivo “la ricerca ostinata di uno stato di grazia contro le avversità”… Riccardo, e glielo dico qui ora, ha intercettato uno dei miei progetti di vita: la ricerca ostinata di uno stato di grazia contro le avversità…
Ascoltateli, seguiteli!

Un’altra band che ci sentiamo di promuovere, per l’originalità dei contorni transtemporali che hanno scelto di assumere, collocandosi in un futuro sbocciato sulle macerie del passato, sono i Future By Fax, un progetto che, cito: “sintetizza un suono elettronico abbinando vecchi macchinari analogici a nuove e sofisticate tecnologie provenienti dal futuro”. Il cantante, Herz, che per me è e rimarrà sempre il Doc da Nomansland, mi ha mandato il singolo “Sopra di voi”.
Vi consiglio di vederlo, oltreché ascoltarlo https://www.youtube.com/watch?v=Vk7RWuY3Pyc La location è da urlo… E pensate che i Future By Fax hanno anche musicato “Lunga Attesa” un testo dei Marlene Kunz, nientepopodimenoche…
Per saperne di più http://www.futurebyfax.com/  😉

URGE: Tratto dall’omonimo successo teatrale di Bergonzoni, il film è la ripresa del monologo con cui l’attore-autore bolognese si scaglia, artisticamente e civilmente, contro le vacuità e le metastasi culturali della società di massa.

VELOCE COME IL VENTO: La passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Viene da una famiglia che da generazioni sforna campioni di corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento eccezionale che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario. Ma un giorno tutto cambia e Giulia si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno inaspettato del fratello Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. Saranno obbligati a lavorare insieme, in un susseguirsi di adrenalina ed emozioni che gli farà scoprire quanto sia difficile e importante provare ad essere una famiglia.

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