LET’S MOVIE 287 propone THE NEON DEMON e commenta FIORE

LET’S MOVIE 287 propone THE NEON DEMON e commenta FIORE

THE NEON DEMON
di Nicolas Winding Refn
Danimarca, 2016, ‘117
Martedì/Tuesday 14
21:00 / 9 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

 

MAXXI Moviers,

L’altro giorno, nel museo disegnato dalla compianta Zaha Hadid, passava uno degli autori più interessanti della scena inglese dell’ultimo ventennio, Hanif Kureishi ― che è pure sceneggiatore e potreste spararvi il suo “My Beautiful Laundrette”, per dire eh… Kureishi è pakistano di origini, ma vive a Londra praticamente da sempre. E si è sempre occupato di questioni identitarie ― “Otto braccia per abbracciarti” è una sua bella micro raccolta di saggi sull’argomento che potreste anche spararvi, sempre per dire eh…. La materia scottante dell’immigrazione, pertanto, la maneggia con destrezza. Hanif ha un’idea molto positiva. Lui dice “gli immigrati nel dopoguerra hanno contribuito allo sviluppo economico del Regno Unito e Londra, oggi, deve la sua vivacità e il suo successo anche alle energie che essi apportano”. Io lo applaudo sempre, Hanif ― come fai a smettere di applaudirlo dopo che ha scritto un romanzo tanto bello quanto “Il corpo”, che pure potreste spararvi…sempre per dire eh 🙂 Lo applaudo ma se guardo verso nord, in zona UK, vedo dei nuvoloni neri poco rassicuranti. In Inghilterra stanno spolverando i seggi che accoglieranno il referendum, lo sapete. Brexit or not Brexit, this is the question, si chiederebbe Amleto oggi, se altri dilemmi non furoreggiassero nella sua allucinata testolina. Se fino a qualche tempo fa, i pro-Europeisti non si angustiavano troppo e continuavano ad annaffiare i loro Friday night di pinte e pinte come non esistesse un Saturday morning, certi che la questione fosse assolutamente sotto controllo, oggi le cose sono cambiate. Ai sondaggi di oggi, sarebbero addirittura avanti i favorevoli all’uscita dall’Unione Europea e l’ipotesi che il 23 giugno l’UK potrebbe prendere la porta e, con una cadenza meneghina, farci un bel “UE, tanti saluti”, non sembra più solo un’ipotesi.
Quindi da una parte abbiamo un Hanif Kureishi, che, caro lui, cerca di ribadire quanto l’immigrazione abbia giovato al Regno Unito. Dall’altra abbiamo suppergiù il fifty-fifty della popolazione per la quale l’UK dovrebbe uscire dall’Europa proprio per controllare l’afflusso d’immigrati nel paese.
Ma la questione immigrazione lì ha tinte diverse rispetto alle nostre qui, sulla terraferma. Gli inglesi non si lamentano tanto della quota di richiedenti asilo, si lamentano degli immigrati che arrivano dalla stessa Unione Europea… Tipo noi, insomma! E lamentano un pienone ovunque che manco H&M coi saldi. Scuole, ospedali, uffici. Non ce la fanno più, e giù lacrime.
Io dico che “Anche i ricchi piangono”, prima di essere una soap-opera di successo, è un modo di farci guardare alla situazione da una certa, interessante prospettiva… E poi dico che gli essere umani sono animali nomadi alla ricerca della felicità, oltre che della sopravvivenza. Se in un posto stanno male, sia esso la Siria o il Polesine, prendono e cambiano aria. Cercano una terra in cui stare meglio. Negare loro di perseguire la felicità e la sopravvivenza è una violazione di un diritto inalienabile riconosciuto da paesi civili e non ― l’America, a prescindere della sua +/- civiltà, se l’è messo pure nella Costituzione, questo punto. E non dovrei aprire qui l’armadio del colonialismo ― chi ha voglia di rovistare fra tutti quegli scheletri… Ma lo faccio. Perché un conto è essere mossi dalla ricerca della sopravvivenza e della felicità, e un conto dai piani “Annettiamo tutto l’annettibile pottibile per diventare i Princes of the Universe”, come hanno fatto gli inglesi dal ‘700 in poi, e vivere di rendita grazie al Commonweath ― che, toh, vuol dire proprio “Cassa comune”…
La notate anche voi una mancanza generalizzata di coscienza autocritica nei confronti di storia, fatti e misfatti? Dopo tanto take-in in nome dell’Impero, non sarebbe arrivato il momento del give-back, miei cari English friends? E lo stesso dicasi per noi. Le nostre valigie di cartone non hanno viaggiato i sette mari e non sono state accolte altrove, nel ‘900? Non dovremmo essere NOI, ora, ad accogliere quelle altrui?
La ruota gira. Prima o poi si finisce sempre ad essere dall’altra parte.

Ormai avete capito che non riesco a evitare l’urgenza di parlare in questo spazio di questioni extra-cinematografiche. Del resto per me, ogni spazio linguistico, è politico, anche se qui la priorità è accordata al cinematografico.

Ma mi mi avvio, ora, seminando robe della res publica lungo la via, verso il Fiore di film che abbiamo visto martedì. La Modenella, l’Onassis Jr con me ― coraggiosissimi loro, perché il film, dall’esterno e in superficie ed en passant ma proprio di fretta fretta senza badarci, potrebbe sembrare il visto-e-rivisto drammone sentimentale che combina la storia d’amore dietro le sbarre alla denuncia delle condizioni carcerarie italiane…
E invece nouuuu, D-Bridge, niente pippazza! 🙂

Lascio a Marquez il colera e parlo, per “Fiore”, di amore ai tempi della galera.
Questo sì, perché Daphne e Josciua si conoscono lì: abitano due ali di un penitenziario per minori e under 21. Ribelle come solo una 17enne con un vuoto d’amore grande così può essere, Daphne è un fiore cresciuto sull’asfalto e sul cemento, come reppa in serenata il Jova negli anni ‘90. È dentro per aver rubato un cellulare e per aver accumulato dei precedenti simili sulla fedina penale. Anche Josciua è dentro per rapina ― quando si dice badare ai dettagli… prendete la finezza di scrivere “Joshua” all’italiana, tipico dei genitori criminali di fine anni 90… La differenza fra i due sta nella pena: a lui manca un mese, a lei un anno.
La storia tra i due ha tutte le caratteristiche tipiche dell’amor cortese medievale. Roba da Chretien de Troyes, da cicli arturiani, se ricordate l’Antologia di terza liceo… E qui, con un cortocircuito linguistico partito da Lancillotto e Ginevra e arrivato fino a noi, possiamo dire che galeotta fu la galera.
L’amore tra Daphne e Josciua segue gli stilemi di quegli amoroni lì, nati nel mito e sviluppati nella tradizione cavalleresca. Un amore sbocciato per caso, coltivato attraverso la parola scritta ― le lettere che i due si scrivono e si scambiano attraverso un portavivande ― e poi impedito dalle circostanze e dalle avversità ― il carcere e le forze criminali della giustizia nei panni di guardie cerbere che fanno di tutto per ostacolare il loro amore. E poi i malintesi, gli scoppi d’ira e gelosia, e la consapevolezza sentita da entrambi, di esserci l’uno per l’altra, nonostante la distanza fisica, nonostante le cerbere, le celle, le regole.

Il film è tutto un lieve beccheggiare fra tristezza e tenerezza, fra amore e squallore. Siamo nelle periferie, e siamo fra le macerie, quelle di una famiglia mancata per Daphne ― e di un amore finito per Josciua fuori dal carcere. “Fiore” non è solo l’amore della ragazza per Josciua, ma anche per il padre, un ex detenuto, Ascanio, che noi percepiamo essere fragile e perso proprio come la figlia. Sta cercando di ricomporre la sua vita, grazie a una nuova compagna, un figlio acquisito. Daphne, con i suoi casini, minerebbe questo delicatissimo equilibrio che l’uomo cerca di costruirsi dopo il carcere. Non c’è posto per lei. E lei lo sa e lo sente, e la ribellione che sfoga sugli altri, sul sistema, le scemenze che combina in giro, non sono altro che manifesti scritti dalla sua rabbia e dalla sua sofferenza. Ci sono scene che commuoverebbero un bue. Daphne si tatua “Ascanio” sul braccio, sogna che entri in cella e le accarezzi il volto. Non aspetterebbe altro che farsi andare bene una microbrandina e accamparsi nel loro micro-appartamento, vedersi accolta. Invece no. Perché questo mondo non è mai come la volevi tu, Raf aveva un sacco di ragione, e a Daphne viene proprio voglia di gridare e non fermarsi più… E le scemenze continuano, una dietro l’altra, perché in fondo, tutto, che senso ha?
In questo panorama di delusione e frustrazione, Josciua gioca il ruolo del pharmakon. “Mi alleggerisci la galera” ― si scrivono reciprocamente i due, in una delle prime lettere. Poi quella missione, diventa altro, ma all’inizio i due partono come amici, due braccia che si reggono a galla in quel gorgo buio che è la prigione. E Josciua è davvero la tenerezza incarnata! Forza Daphne a parlare, per evitare che si rinchiuda nel suo silenzio sterile e autistico. La fa sognare anche. Bastano delle bolle di sapone, basta un bacio clandestino scoccato fra le grate, o un saluto da due finestre lontane.

“Fiore” accenna senza sbraitare. Non ci sono critiche a questo o a quello, niente pubblicità progresso pro o contro le carceri. Lo capiamo da soli che un sistema di detenzione così è da cambiare, che produce effetti contrari ai buoni propositi che si propone. Accenna senza sbraitare perché è dall’espressione sorridente stampata sul viso di Daphne quando sente una canzone dopo tanti giorni di astinenza da lettore Mp3, è da quell’espressione che capiamo il valore della libertà e di quello che diamo per scontato quando l’abbiamo. Basta così poco ― “Sally” di Vasco Rossi (pochissimo davvero! 🙂 :-)) ― per svoltare una giornata in galera. Basta un calcio a un pallone, un neonato cullato, un rossetto.
Quando Daphne ottiene un permesso di due giorni per partecipare alla Comunione del fratellastro, la libertà ritrovata ha il colore del cielo, che il sguardo incredulo e grato abbraccia. E durante quella libera uscita, Daphne capisce che tornare dentro non è pensabile. Non prima di aver preso un treno per Milano, e di essere andata da Josciua. E ancora ci troviamo davanti agli amanti in fuga. Romeo e Giulietta o “Romeo + Juliet”, Bonnie e Clyde ― come suggerisce giustamente l’Onassis JR. E sappiamo che la loro fuga avrà vita breve, che faranno la fine di Heathcliff e Catherine, di Rick e Ilse (come scordare “Casablanca”??), di Manon e Des Grieux (come scordare “Manon Lescaut”??).
Ma al film il dramma non interessa. Si conclude prima, nei loro due sorrisi soddisfatti, dopo aver seminato i Cops in stazione, si conclude nel momento. Perché alla fine è quello, il momento, che conta. Non il futuro ― impossibile o improbabile o ostacolato. Conta l’imminente, i Cops seminati, il treno che corre verso chissà dove, e loro due incuranti delle conseguenze, delle persone a casa che potrebbero preoccuparsi.
Contano loro due perché l’amore è l’unico egoista incosciente che dovremmo perdonare.

Dal punto di vista della recitazione, lode alla protagonista, Daphne ― che si chiama Daphne (Scoccia) anche nella vita ― e anche a Josciua, che pure lui si chiama Josciua (Algeri), nella vita. Entrambi credibilissimi nei panni di due personaggi teneri come due ragazzini e già segnati come due adulti. Sarà che lui è stato in galera un paio d’anni, e lei è una ragazza che vive la periferia romana, e portano il loro vissuto nei loro personaggi, e questo si sente. Valerio Mastandrea non sbaglia ovviamente mai e fa sue la fragilità e l’inadeguatezza con cui Ascanio risponde alla figlia.

Lode anzi lodI plurali e plurime al regista Giovannesi: capisci dopo pochi istanti che tra lui e il suo Fiore ― film e personaggio ― s’instaura una relazione affettiva potente. Lo capisci da come la sua cinepresa non molli mai la ragazza, le stia sempre addosso. Quasi a voler tamponare la grande solitudine che perseguita il personaggio, Giovannesi la segue, da vicinissimo, il viso, qualche volta il busto, di rado la figura d’insieme.
Io sono affetta da sindrome iperinterpretativa cronica, ma per me quella è una cinepresa che si prende cura del suo protagonista, che lo affianca, nel vero senso della parola. Non è uno sguardo distaccato, né mera morbosità cinepatica. Del resto Giovannesi aveva fatto lo stesso con Alì, protagonista di un altro suo film molto bello, “Alì ha gli occhi azzurri”, che fu un Lez Muvi di tre o quattro anni fa e che consiglio a tutti di ritrovare 😉
Dopo il naufragio della Julieta ― una nave su cui lo spettatore sale a suo rischio e pericolo ― godiamo il profumo di questo Fiore di film… E voi, Fellows, andate a vederlo!

Ho fatto una fatica taurina a trattenermi dall’andare a vedere nel weekend la proposta lezmuviana della settimana. Ma per i Moviers domino e monopoli ehm manipolo persino la curiosità di cui sono schiava. E rispetto pure il calendario calcistico, evitando il lunedì sera ― Lez Muvi spera che il cielo sopra Parigi sarà azzurro come quello sopra Berlino del 2006, anche se mancano certi campioni e soprattutto i popopopopopopo White Stripes… 🙂

THE NEON DEMON
di Nicolas Winding Refn

Dunque lui, Nicolas Winding Refn, è il regista di “Drive”, film tenero e spietato quasi quanto “Fiore”, con un Ryan Gosling e una colonna sonora da pelle d’oca ― più lui della colonna sonora, in effetti, ma si sa.
“The Neon Demon” è vietato ai minori di 14 anni e ha sollevato molto scalpore all’ultimo Festival di Cannes, dove era in concorso. C’è chi ha gridato al capolavoro chi allo scandalo.
Volete che noi Moviers non si vada a decidere cosa gridare?? Ts… 🙂

Ed anche per oggi è tutto. Vi invito a sfidare i perigliosi flutti del Maelstrom, prima di correre dietro al pallone, o a qualsiasi cosa vi faccia correre la domenica sera.
Sperando di vedervi luminosi martedì sera, vi ringrazio della pazienza e vi mando questi saluti, extralargamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se dopo il martedì lezmuviano vi va di fare un bis cinematografico mercoledì, vi segnalo“Playtime”, di Jacques Tati, all’Astra, alle ore 9:00 pm. Il film propone le vicende bislacchissime di Mister Hulot, il protagonista di “Mon oncle”, capolavoro di comicità surrealista che ho avuto la fortuna di vedere la settimana scorsa ― mai visto nulla di simile prima, mai…!
Vedete, il Mastro ci vizia con questi classici raffinatissimi prima di darci il colpo di grazia estivo, e far finire la ghigliottina della serranda sul nostro povero collo cinefilo, sigh. Quindi, approfittiamone. Se avete tempo, siete patiti del comico surreale e volete esercitare il vostro diritto inalienabile alla cinematografia (!), correte all’Astra!

THE NEON DEMON: Quando l’aspirante modella Jesse (elle Fanning) si trasferisce a Los Angeles, la sua giovinezza e vitalità vengono  fagocitate da un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte ad usare ogni mezzo per prenderle ciò che ha.

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