LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Mispancio Moviers

dalle risate quando New York mi spiazza così. Venerdì è arrivato. E’ arrivato il freddo. Quello autentico. Nero come la notte e vivo come la vita. Quello che non ti fa respirare se non hai qualche forma di riparo davanti alla bocca per filtrare l’aria e scaldartela un pochino. Quello che se decide di mettersi in combutta con il vento, sei spacciato.
Il vento. Per dieci secondi fa il diavolo a quattro e ti spazza come se dovesse ripulirti da capo a piedi. E’ un vento gelido, come mai ne ho provati, se non quando venni qui negli anni scorsi. E dopo dieci secondi di diavolo a quattro sparisce per tre. E in quei tre secondi tu ti rendi conto di quanto sia benedetto il mondo senza vento. Tutto tranquillo, vivibile. Quando ti stai per abituare all’idea, e ti coccoli con il pensiero “ok è passato”, ecco che riprende. Lo shock fisico si aggiunge allo smacco morale — me l’ha fatta un’altra volta. Screwed!
Non ero pronta, naturalmente — non lo sono mai. Uscita di corsa con un paio di guanti mingherlini e quando sono a Central Park, capisco che le dita non vanno bene. Cerco di muoverle tutto il tempo, ma non è che hai molto margine di movimento mentre corri con un cellulare in mano…
Quando arrivo a casa, la faccia bordeaux e le orecchie finite chissà dove, cerco di allontanarmi mentalmente dalle mie dita: non vuoi sentire i diavoli ballare la rumba all’interno delle tue falangi. E sono rimasta così, cercando di ignorare quel dolore potente che solo chi l’ha provato può capire. I diavoli hanno ballato mezz’ora. Io ho aspettato, maledicendomi tutto il tempo.
Quella sera, a un evento nel West Side raggiunto con grande coraggio, mi dicono che fa meno 12 gradi.

E ieri mattina sento che qualcosa non quadra. Troppo silenzio. Come a Trento, quando nevica, c’è uno strano silenzio. Vale anche qui. Mi affaccio e whaddafa*k, nevica. Per strada ci sono già cinque sei centimetri. Allora aspetto. Mi hanno insegnato che a New York vale la regola del New England: if you do not like the weather, wait five minutes. Ne ho aspettati un po’ di più…Ma poi ha smesso. I fiocchi si sono trasformati in drizzle, e il manto bianco in pantano. Io mi sono avventurata fuori — cosa siamo qui a fare sennò, la calza?? Nel giro di un paio d’ore la temperatura si è alzata di brutto, e la neve si è sciolta. Mi sono messa a fare quello che da un po’ avevo in mente di fare. Prendere le misure di questa città.

Vedete, la metro falsa le distanze. Ti fa credere che da qui a là ci siano miglia e miglia, quando invece non ci sono che dieci minuti di passeggiata.
Ho capito che da Central Park sud (altezza 59esima strada) al Greenwich Village (Washington Square, per capirci, altezza 8ava strada), ci sono tipo quaranta minuti a passo svelto. Certo, le condizioni ieri non erano proprio ottimali, ma tant’è. Lo stesso ho fatto dopo aver visto “Neruda” al Lincoln Center, 66esima Strada — “Neruda” è il film di oggi. 🙂 Da lì, ho camminato su e su e su e su per tutta la Broadway e sono arrivata a casa mia, 150esima strada. La temperatura si era alzata e passeggiare era come passeggiare dentro un film.

New York deve ancora perdere quest’aurea cinematografica per me. I diners che passi, con dentro il bancone, e seduto al bancone l’uomo solo che affoga i dispiaceri in una tazza di brodaglia, oppure il gruppo di amici un tavolo rotondo che chiacchierano e che potrebbero essere Friends di passaggio dopo il Central Perk… Stamane, visto che non volevo ripetere l’esperienza dei diavoli nelle falangi, mi sono bardata con strato e doppio strato di tutto, prontissima per la corsa contro il freddo. Ecco, esco di casa, e un phön che potrebbe benissimo spirare dritto da Tripoli, m’investe, mentre la radio mi dice che ci sono 57 Fahrenheit — tipo 14 gradi. Io scoppio a ridere, perché non ne azzecco mai una! E perché New York mi spiazza sempre. E’ la creatura che mi frega più di tutte quelle che io abbia mai contrato, umane incluse. Mi testa in continuazione. E’ sempre un passo più avanti di te, ma non è cattiva. Si gira, ti guarda, sorride un po’, come a dire “vieni?”, con quello sguardo a cui non puoi oggettivamente resistere, e tu cosa puoi fare se non correrle dietro? Le corri dietro. Questa città è quello che è — frenetica, pazza, adrenalinica— perché ci sono 8 milioni e mezzo d’innamorati che le corrono dietro. Ed è un po’ come la vita: te ne fa capitare di tutti i colori, ti fa arrabbiare, e imprecare anche, ma poi ti porta un vento africano in mezzo al gelo natalizio. E ti guarda con quell’aria innocente, e tu ti sciogli. E sì, cominci a correrle dietro — nel vento subsahariano, nella pioggerella tiepida, e who cares about the wrong outfit…

Ero al Lincoln Center ieri per vedere “Neruda”, di Pablo Larrain. E sono contenta perché so che al momento è dal Mastro e quindi siamo ufficialmente in sync! Mi è capitato questo, durante la visione. Per metà buona del film — forse anche un po’ di più — ho litigato con il regista. Ma checcavolo, decidi di fare un film su Neruda, il Poeta di tutti i tempi, di tutti mondi. Il Poeta forse più conosciuto, letto, abusato, scimmiottato ma senza alcun dubbio amato del ‘900, e ne tiri fuori un film così noioso? Tutto il tempo a litigare non è un bel guardare, converrete con me. Poi però, piano piano — sono lenta, lo sapete — ho capito dove voleva portarmi. E mi ci ha portato — Larrain 1 Board 0.

Partiamo con il dire che la storia che “Neruda” racconta è inventata. Il contorno è vero — 1948, Cile, Neruda è costretto all’esilio per sfuggire al governo di Gabriel Gonzalez Videla, presidente filo-americano e anti-comunista. Il plot proposto è un’invenzione larraniana — per sfuggire alla cattura, Neruda deve depistare Oscar Peluchonneau, l’ispettore di polizia che Videla gli mette alle calcagna. Il film è sostanzialmente una caccia-al-ladro: Lupin Neruda sfugge a Zenigata Peluchonneau. Questa trama non è che un pretesto di cui Larrain si serve per fare un film “nerudiano” non “su Neruda”: Neruda crea il personaggio dell’ispettore — così come tutto ciò che crea nella sua poesia. E’ come se il Poeta fosse il Dio che partorisce l’uomo che gli dà la caccia… Ed è come se questa creatura, a un certo punto, prendesse consapevolezza e vita propria — il mostro creato dal Dr Frankenstein?? — e rivendicasse la propria esistenza, il proprio diritto a esistere.

“Neruda” è un film sottilissimo, per spettatori che sanno apprezzare uno stravolgimento delle regole classiche del biopic, in cuj il regista rispetta un patto di verità, o per lo meno di verosimiglianza, nei confronti della vita del personaggio storico che racconta. Larrain sovverte lo schema e realizza un film di finzione su un personaggio vero, ricorrendo agli stilemi del noir americano anni ’40. Inoltre inserisce il rapporto onirico tra carnefice e vittima in una cornice assolutamente realistica — quella del Cile in dittatura di quegli anni. E più il film progredisce, più ti rendi conto del piano del regista: fare del film una creazione uscita dalla mente di Neruda, e non già un film su di lui. Non scordiamoci che Larrain è nelle sale anche con “Jackie”, di cui abbiamo parlato due settimane fa. Il biopic è senz’altro un genere che lo affascina molto e che gli permette di scardinarne le basi classiche. Anche “Jackie” non segue le regole. Invece che costruire un quadro chiaro della persona e della personalità di questa donna, ci restituisce una figura piena di contraddizioni, ambigua. E noi usciamo dalla sala con moltissimi dubbi.
Lo stesso dicasi per “Neruda”. Alla fine chi è Neruda? Il grande cantore del mondo moderno, oppure un dissoluto a cui piaceva correre dietro alle donne? Oppure un egocentrico tale da arrivare a creare la sua stessa nemesi pur di sconfiggerla e vincere? Oppure un semplice esule, come un po’ tutti i poeti? Ed è interessante notare come i due biopic, in fondo, non raccontino la Storia, ma la interroghino. Chi erano questi personaggi? Larrain, con i suoi film, sembra dirci che non è più possibile realizzare biografie che diano una visione monodimensionale o univoca del personaggio, o una semplice resa cronachistica degli eventi. E’ come se la sua cinepresa frantumasse lo specchio dentro cui la Storia ha sempre proiettato l’immagine di queste figure di spicco. Larrain ci propone un’altra prospettiva.
Bravo, gli ho detto, dopo averlo tanto rimbrottato. Però c’è un però. “Neruda”, così come era stato “Jackie”, è un film freddo. E’ celebrale, esce dritto da un piano programmatico, è scritto con il bisturi. Se da un lato questo mi lusinga molto — come ogni operazione dell’intelletto — dall’altro manca di quella parte calda, palpitante che ogni forma d’arte deve contenere. Se non la contiene, what’s the point in enjoying any art?

Quindi consiglio Larrain per gli intenditori, per quelli a cui piace il metalavoro che un regista può attuare consapevolmente su un genere. E’ un film un po’ per secchioni, ecco… Per questo lo dico a voi, Moviers. In fondo voi siete quelli che collezionano i Cahiers du Cinéma sin dal 1951, no? 🙂

Ecco, mi sembra di avervi detto non-tutto anche per oggi — ogni volta che devo salutarvi mi sento assai frustrata perché ho la lista di cose a cui non ho nemmeno fatto accenno che mi preme sul groppone…

Come sempre ho aggiornato il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Purtroppo non sono stata in grado di scattare nessuna foto al Whitney Museum per via del freddo di venerdì sera — l’idea di togliere due paia di guanti e sfidare il vento dell’Hudson per fotografare il palazzo di Renzino Piano mi è sembrata semplicemente impraticabile. Però ho fotografato una foto di Madonna che più bella di così non si poteva…  Ritornerò senz’altro nel Meatpacking District, dove il nuovo Whitney si trova… e magari rimarrò anche più impressed dalle nuove mostre, visto che questa, be’ insomma, anche no… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/11/18/dreamlands-il-mondo-dei-sogni-in-mostra-al-whitney/

Nel Maelstrom vi mando un articolino, se vi piace l’arte al cine… E un altro cine-regalo che vi consiglio di non perdere… Direttamente dal Fellow Lumière 🙂

E ora saluti, spiritosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Po’ ‘nteressà? 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/12/16/art-stars-on-screen-at-casa-italiana-nyu/

Questo di sicuro… https://www.youtube.com/watch?v=bF2cBloiYT8
E’ un corto rimusicato da quei talenti dei Radio Days, che scovano — God knows how — tutte queste perle dal passato e ce le restituiscono, corredandole di musica… We are so damned lucky, Fellows!
Grazie Lumière!

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