LET’S MOVIE 309 Back to Town for One Shot – Propone ACQUARIUS e commenta PATERSON

LET’S MOVIE 309 Back to Town for One Shot – Propone ACQUARIUS e commenta PATERSON

ACQUARIUS
di Kleber Mendonça Filho
USA, 2017, ‘140
Giovedì 12/Thursday 12
Ore: around 9 pm – controllate telefonando al Mastro!
Astra/ Dal Mastro (eddove sennò!)

 

Mande Moviers,

Qui la stand-up comedy va per la maggiore. Anzi. Qui la stand-up comedy è nata — e Los Angeles taccia, di laggiù! Ce n’è per tutti i gusti e soprattutto per tutti i portafogli. Qua molto dipende dal portafogli, ma che ci volete fare? New York è pur sempre la città dei bling-bling. Se non siete tycoon di professione, ma v’industriate come potete, e volete godere della comicità live, ci sono tutta una serie di occasioni da cogliere al volo in bar, bistrot, ex piscine trasformate in pub — ebbene sì — e non c’è davvero che l’imbarazzo della scelta. Quindi alla fin fine non occorre essere un tycoon di professione, occorre avere gli occhi aperti — e soprattutto essere iscritti a The Skint, il mio provider ufficiale di eventi nascosti e cheap in da City 🙂
Ho scoperto il favoloso mondo dei last-minute tickets. Se sei fast abbastanza da ricevere la notizia e iscriverti, puoi ricevere dei biglietti for free, oppure dei posti disdetti. Ed è successo che una sera della settimana scorsa sia stata fast abbastanza e abbia beneficiato di un biglietto gratuito o disdetto — vallo a sapere — per il Joe Mande Show.

Questo Joe Mande è uno dei comedian più in voga del momento. 33 anni, ebreo, magrino, piccoletto, lingua biforcuta, sarcastico, irriverente. Praticamente Woody Allen, meno 60 anni e al netto di Soon Yi. Io non avevo minimante idea di chi fosse, né di come sarebbe stato lo show — you try your luck, si dice da queste parti. Ma avevo notato la location: Highline Ballroom, un locale a Chelsea noto per ospitare concerti di hip hop e jazz. Se volete, potete anche prenotarlo per le vostre cerimonie — ma sul costo, non posso garantire nulla di accessibile.
Morivo dalla curiosità di assistere a una vera stand-up comedy in un locale così: è nei locali così che la stand-up comedy nasce. I comedians sul palchetto a dire le loro cattiverie, e il pubblico giù in sala al tavolino o in platea, a ridere amaramente della vita sorseggiando un drink, generalmente doppio…
Quindi mi presento all’ora stabilita, mi aggiungo alla fila che aspetta fuori, e aspetto cercando di trascendere il freddo — pratica in cui sto raggiungendo vette vediche. Dopo un po’ ci fanno entrare e ci sparpagliano fra la platea e i tavolini. Dopo dieci minuti di un comico riscalda-pubblico — e già solo lui sarebbe bastato — ecco Joe. Ed è stato davvero uno show. Un’ora e un quarto da solo sul palco, tempi comici direi olimpici, non un’incertezza. Show.

In realtà non sono andata all’Highline Ballroom solo per la location, o per Joe Mande in sé, quanto per sentire su cosa satirizzano questi americani. Il bilancio è: matrimonio/relazione uomo-donna, sesso, droga, ebraismo, ISIS — che qui si pronuncia ai es, e ho impiegato anche qui un qualche bel minuto per capire, sempre per la questione acronimi…. Questi sono i macro-argomenti trattati dalla satira americana. Anche in altri posti in cui ho avuto modo di andare ad assistere a una stand-up comedy — fra cui lo storico Over the Eight Pub a Williamsburg, nell’ultima serata prima della chiusura, sigh — ho capito che quelli sono i topic classici. Di politica interna si parla poco: qualche accenno a Donald Duck, ma più riferendosi a lui come elemento fumetto che come oggetto di una vera e propria critica articolata. Forse perché a quello pensano già certo talk-shaw sui canali più seguiti — a quanto capisco, Stephen Colbert ha preso il posto del leggendario David Letterman. Non penso si tratti di una questione di timore, comunque. Credo sia culturalmente più ardito per un americano, spiattellare su un palco le dinamiche di letto che la squadra di governo del nuovo Presidente Eletto — c’è sempre un sottofondo di padrepellegrinica pruderie dietro a questi argomenti. E arditi, questi comedians, lo sono davvero! Riescono a far battute sull’Olocausto, o sul terrorismo, in una maniera spiazzante e al limite dell’eticamente consentito. Volano sempre lì, attorno a quel limite. Sono degli acrobati straordinari: in qualche modo, riescono a non superarlo mai, pur sfiorandolo tutto il tempo
Lo show era registrato per la tv, e sarà mandato in onda. Mi domando se qualche MOIGE versione americana taglierà qualcosa, oppure se tutto verrà mantenuto così com’è. Se la seconda ipotesi risulterà vera, be’, dovrò ricredermi sulla politica di censura che pensavo applicassero qui…

Comunque a questo proposito mi è tornato in mente un documentario proprio su questo argomento che avevano passato alla Festa del Cinema di Roma, “The Last Laugh” di Feste Perlestein, che s’interroga su un punto scottante: si può ridere dell’Olocausto? Speriamo arrivi presto nelle sale italiane perché è un argomento di cui non si parla mai — guardate che effetto fanno i tabù…

Invece, cinematograficamente, questa per me è stata la settimana di Jim Jarmusch. E potrebbe esserlo anche per voi, Moviers, visto che il film è anche nelle sale italiane 😉
Paterson vive a Paterson, New Jersey, e guida l’autobus. Già il personaggio che porta lo stesso nome della città in cui vive ci fa drizzare le orecchie — un soggetto, un luogo. Man mano che il film procede capisci che questa sovrapposizione di soggetto e luogo è oltremodo felice: Paterson è una persona apparentemente comune, la cui vita è scandita dalla routine lavorativa: sveglia, colazione, autobus, casa, passeggiata con il cane, birra al bar e casa. E la cittadina è una cittadina come infinite cittadine degli Stati Uniti. Planimetria urbana a griglia, il take-away cinese, il diner, la chiesa bianca, lo scuolabus giallo. Eppure Paterson non è affatto un tipo comune. E’ un poeta, senza velleità di sfondare nel mondo dell’editoria. Eppure è un poeta, su questo non ci piove — lo sappiamo perché il film è percorso dai suoi versi in voiceover, e trascritti on-screen. Allo stesso modo, Paterson la città, sarà anche un comunissimo paese del dodgy Jersey come tanti, ma è anche un luogo speciale che ha dato i natali al grande poeta William Carlos Williams, o dal quale sono passati Iggy Pop, Allen Ginsberg, Lou Costello e persino Gaetano Bresci — l’assassino del Re Umberto I di Savoia, casomai qualcuno avesse delle amnesie in storia… Jarmusch, attraverso questa sovrapposizione di ordinarietà e straordinarietà, traccia il profilo filosofico del film: attento spettatore, ci dice, la banalità può essere solo uno schermo dietro il quale si nasconde ben altro.
E questo è un discorso che potrebbe essere riferito persino al suo stile registico: attento spettatore, l’apparente “non succede niente in questo film” in realtà nasconde molto altro. Se siete un po’ avvezzi al cinema di Jarmusch, saprete che è stratificato e denso, ricchissimo di citazioni e di rimandi — una vera gioia per i cinéphile a cui si sa, scavare e scavare piace un sacco. Tuttavia non propone un cinema saputo — almeno non in “Paterson” — oppure elitista. Se non conosci Petrarca, trova comunque il modo di farti arrivare il nesso che ha portato alla sua citazione — e per uno spettatore italiano, sentir nominare Petrarca o Gaetano Bresci in un film sepolto nel Jersey, fa un effetto scioccante e gratificante insieme.

“Paterson” non è solo Paterson, ma è anche Laura, sua moglie, una creatura dolcissima, un po’ sognatrice — in senso sia letterale che figurato — un po’ bambina. Quelle anime entusiaste che le provano tutte nella ricerca della propria strada e che non si scoraggiano, né si fanno remore a passare di passione in passione. La pittura, la musica country, i cupcakes. Non sa nemmeno lei quale sia il suo talento. Ma cerca, in continuazione, e nel frattempo crea — casa Paterson è tutt’un pattern (!) bianco-nero a pois e zebrato: ossessione primaria di Laura. Oltre a questo — e a me, scusate, ma pare già tanto — “Paterson” non parla semplicemente di poesie o di un poeta, ma va a monitorare e estrinsecare (!) i meccanismi della scrittura in versi, della nascita dell’ispirazione, del rapporto tra parola e immagine. E soprattutto la nascita della meraviglia che può scaturire da uno strano gioco di coincidenze e che rende il quotidiano un luogo sempre speciale. Esempio. All’inizio del film, Laura sogna una coppia di gemelli. E in tutto il film, Paterson non fa che incontrare coppie di gemelli! L’ironia soffonde il film dall’inizio alla fine, sia nelle piccole disavventure che costellano la vita di Paterson, come l’odio per il cane Marvin, pupillo di Laura — “Marvin, I hate you”, sussurra a un certo punto Paterson, e Marvin, per vendetta gli divora il suo taccuino di poesie…
E’ raro, -issimo, trovare un film che riesca a guardare dentro agli ingranaggi della poesia, e al tempo stesso lasci una sensazione di serenità e di benessere. L’ho colta sul viso di tutti gli spettatori che uscivano dalla sala del Sunshine, nell’East Village, un cine che amo particolarmente perché propone sempre film giusti, e che prima del “play” getta sotto il maxischermo un povero addetto del cine che vi fa la ramanzina sul divieto di filmare con lo smart-phone pena reclusione a vita in qualche carcere di massima sicurezza — qui sono assai angosciati dal pericolo pirateria. Al Regal in Times Square — cine truzzo per eccellenza — la sala è piantonata da due omoni della security il cui compito è quello di osservare che nessuno smart-phone salti fuori da qualche borsa e abbia il coraggio di riprendere il film.
Pertanto io vi chiedo, come favore personale, di dare a Jarmusch il beneficio del dubbio, e di andare a vedere “Paterson” senza preconcetti…

E questa settimana, Moviers, colpo di scena! Let’s Movie comes back to town per uno special, giovedì, allo spettacolo intorno alle 9 pm per vedere

ACQUARIUS
di Kleber Mendonça Filho

Il Board rimane in Trentoville town per tre giorni tre, poi se ne ritorna a casa, di là dall’oceano 😉 Se volete salutarmi, questa è l’occasione! Io certo speravo di venire personalmente a casa di ciascuno —come quando si consegnano gli inviti ai matrimoni… paura!— ma purtroppo non so se arrivo con tutti… 🙂
Spero di farcela per il Let’s Movie Back-in-Town. Casomai non dovessi, voi prendete pure posto. 😉

Nel frattempo, se volete favorire, ho aggiornato il Frunyc… https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

E con un paio di settimane di attesa, finalmente arriva il mega-pippone del nostro WG Mat su Star Wars – Rogue One, che sobbolle laggiù nel Maelstrom in attesa del vostro palato… Devo dire che è valsa la pena aspettare: guardate che po’ po’ di square meal acculturato e accorato che ci serve il WG. E sì, la logorrea è una malattia che colpisce tutti i cinepatici, non solo il Board… 🙂

E vi porgo saluti, comediantemente cinematografici, e vi dico a presto…

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

A te la parola Mat!

“A scanso di equivoci lo dico subito: la trilogia originale è nell’olimpo dell’epica e sono mitologici, nel senso che fondano una propria mitologia e parlano di archetipi dell’inconscio collettivo che in quanto tali sono assoluti, cioè con valore universale. (come nell’epica, nelle religioni, nelle mitologie).
Non è un caso che Lucas li scrisse basandosi sul lavoro di Campbell (a sua volta basato su Jung) e il mito dell’eroe, a cui rimando http://www.archetipi.org/mitologia/joseph-campbell per approfondire.
I prequel tra alti e bassi sono uno scaffale di sotto (per usare la metafora Fru) ma delimitano meglio il protagonista della saga originaria – Anakin / Darth Vader – che racchiude in sè tutti i temi.
Ecco, Rogue One non è nello stesso scaffale. Ma Star Wars è un proprio universo con i suoi temi cari ricorrenti, ed è nello spirito della saga la continuazione di questi e il passaggio del racconto in nuove mani (alla maniera degli aedi), lo diceva anche Yoda no?  “Always pass on what you have learned.”
Il topos principale è sempre l’espiazione eschilea della colpa dei padri, unito al tema forte della speranza e della Forza (la Forza in italiano rende meno che “the Force”, […] an energy field created by all living things. It surrounds us and penetrates us; it binds the galaxy together.”) contro la macchina. Da Luke che spegne il computer del suo xwing per distruggere la Morte Nera usando i suoi sensi, a Darth Vader ormai mezza macchina e non più umano, alla ribellione “disperata” contro la macchina militare perfetta con i suoi strumenti e soldati obbedienti dell’impero
Con questi temi però in questo capitolo il nuovo regista Edwards ha voluto sperimentare rispetto agli altri capitoli con altri linguaggi, e un po’ mi ha sorpreso considerando che la produzione è Disney.
Ed il film riprende i primi Star Wars e se ne distacca allo stesso tempo: come i classici anche qui c’è un universo sporco, una specie di far west galattico in cui gli abitanti, i più vari per colori e specie, si arrabattano per vivere e sono oppressi da un impero rappresentato palesemente come fascista (le divise tra l’altro sono sempre state ispirate a quelle tedesche degli anni 40) e uniforme e che non tollera nessuna differenza.
Le novità assolute di questo film però è che per la prima volta non ci sono Jedi, sterminati nelle purghe di Darth Vader e dell’Imperatore degli anni precedenti, e che il racconto avviene al culmine del potere dell’Impero, nel momento più cupo della galassia.
Ciò che rimane dei Jedi, e di ciò che rappresentavano sono ormai solo il vago ricordo di pochi, e alcune statue abbattute davanti ai templi Jedi razziati dall’impero.
Narrativamente la sfida è raccontare cos’è l’universo di Star Wars per i normali abitanti di quel mondo, non per gli eroi mitologici che abbiamo sempre seguito (e si, concordo con la Fru che forse così si perde parte della caratteristica epica, perchè l’eterno equilibrio del mondo tra il lato Chiaro e il lato Oscuro della Forza, tra Jedi e Sith e ciò che rappresentano è ciò che più ci affascina)
La prima metà è sicuramente più lenta e debole, ma è evidente un influsso di generi di film di guerra del filone alla Sporca dozzina / Inglorious Bastards. Il tema poi è quello e sono stati tanti i critici a ritrovarcisi: ambientazione guerra e occupazione militare col pugno di ferro, ribelli partigiani che si organizzano eu un manipolo di eroi improbabili che dovrà portare a termine una missione disperata. Uno svolgimento che richiama anche Platoon e Salvate il soldato Ryan.
La seconda metà in un crescendo di ritmo e di dimensione epica ci ricorda più lo Star Wars che siamo abituati a vedere, certo lo ammetto con qualcosa di riproposto come schema narrativo (missione contro il tempo contro una base nemica) ma come racconto di guerra sono evidenti qui i modelli a cui il regista fa riferimento come film bellici.
Lo scontro tra l’Impero e l’Alleanza è lo scontro più violento e senza pietà mai visto in Star Wars. Ciò che racconta è semplice: la guerra è l’inferno. Ed infatti il film è pieno a riferimenti non nascosti all’immaginario sconvolgente visto in film e documenti sul Vietnam, include le dispute tra fazioni di ribelli e ne caratterizza alcuni come estremisti (uno stormtrooper ad un certo punta urla anche “puntate al terrorista”, indicando un ribello che stava per attaccare un mercato pubblico), mina l’utilità di una repubblica democratica, e dipinge un mondo pieno di personaggi che hanno subito danni incommensurabili e non sono eroi perché hanno fatto cose orribili.
E questa è la vera novità di Rogue One, sicuramente sotto il livello dell’epica della trilogia classica ma con una propria dignità.
Ultima cosa ma non meno importante: ci tengo a sottolineare ancora la distinzione di Star Wars tra impero omologatore, fascista, che annienta ogni diversità e una ribellione fatta di diversità e specie e colori diversi.
Guardate bene, la squadra di Jyn Erso della ribellione non ha un solo maschio bianco, sono tutti di etnie diverse (più un robot) guidate da una donna forte.
E Star Wars è universo in cui il genere non ha mai contato, e ricordiamo tutti solo come esempio la Principessa Leia della grande Carrie Fisher, l’unica principessa che già dagli anni 70 non aveva bisogno di essere salvata ma che finiva lei per salvare gli altri.
La Disney ha spinto ancora oltre questo anche già con Episodio VII del 2015, anche li con una protagonista femminile, anche lei come Jyn forte perchè protagonista, e non “nonostante” sia donna o “in quanto” donna, è una domanda che nessuno dei personaggi non si fa mai.
Ecco, a livello di industria culturale Star Wars è e sarà una pietra miliare della cultura pop, e la Disney credo abbia fatto una bella operazione, e anche se qualcuno dirà “è solo un film”, beh io rispondo che le idee che un film, un libro, una canzone ci raccontano sono ben più forti di quel che si possa credere”.

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