LET’S MOVIE 310 From NYC – commenta THE FOUNDER

LET’S MOVIE 310 From NYC – commenta THE FOUNDER

Finisco Fellows

in un vagone sfortunato, nella tratta Trento-Verona, domenica all’alba, diretta in aeroporto. Oppure sul più fortunato che potesse capitarmi — ogni esperienza fa sapienza.

Prendo posto. La carrozza mi sembra vuota. Non mi accorgo che nello scomparto avanti sulla destra, c’è qualcuno che dorme: io mi fermo nello scomparto prima, sulla sinistra.
Il treno si avvia e entrano una marmaglia di individui fra cui due adolescenti. 17 anni circa. Bomber nero, cerchi neri nelle orecchie, anelli lisci di metallo, piercing al sopracciglio e capelli rasati sopra le orecchie con quelle stripes orizzontali che sembrano un errore del rasoio e di cui non si capisce affatto il valore aggiunto che possano avere in un’ottica hair-style. Brufolame sparso su una pelle bianchissima. Sguardo malevolo e uno straordinario odio nei confronti del mondo che non presenti le suddette caratteristiche.
Sì, l’odore nell’aria è quello di Forza Nuova.
Uno dei due annaffia con del Gatorade il sedile nello scomparto avanti al mio, sulla destra. Quello su cui io non ho una visuale. E i due ridono come due adolescenti riderebbero dopo un atto di vandalismo travestito da bravata. Ma da lì, dal nulla — e da sotto una coperta, poi scoprirò — spunta una donna.
Nera.
La donna si arrabbia, giustamente. Perché mi avete fatto questo?, chiede, incredula. Perché’?
La risposta di uno dei due, che potrebbe essere il perfetto rampollo di casa Calderoli-Le Pen, è una sequela di luoghi comuni della Lega vecchia scuola.
Taci, negra di mer*a. Le paghi le tasse? Tornatene a casa. Che ca**o parli tro*a, continua a dormire, str*nza…
Un italiano di mezz’età seduto nello scomparto avanti, si alza e dice ai ragazzi di moderare i toni.
I ragazzi lo ignorano e continuano.
“Io non ho fatto niente”, dice uno dei due ragazzi. “Non so che ca**o dice quella negra. Mi hai visto fare qualcosa?”, chiede il Piccolo Lord nazi al signore, che non aveva visto la scena, essendo nello scomparto avanti.
Io però ero nello scomparto dietro.
Io, la scena, l’ho vista. Ho visto l’arco arancio del Gatorade precipitare nel vuoto. Ma mai avrei immaginato che quel vuoto fosse occupato da un essere umano.
“Io ti ho visto”, dico, alzandomi in piedi, senza nemmeno pensarci. E lo guardo dritto negli occhi e non tolgo gli occhi dai suoi per tutto il tempo. E’ lo sguardo freddissimo che fulmina e incenerisce. So di averlo. E’ lo sguardo da tenere sotto chiave come la bomba H e da non utilizzare mai. Tranne che in questi casi.
Lo colgo alla sprovvista: né lui né il suo amico mi avevano notato, entrando.
E per una frazione di secondo esce fuori il ragazzo che è in lui. Quando cogli alla sprovvista gli adolescenti, fai crollare loro il cm quadrato di sicurezza su cui poggiano le loro All Stars.
Passato quell’istante, arriva l’ignoranza, l’animalità, il razzismo, con tutta la violenza che queste bestie portano con sé, specie se accompagnate dalla giovinezza.
Non sa a cosa appigliarsi ovviamente. Si sente incastrato. Allora si attacca all’età, e alle scuse da serie televisiva.
“Tu non hai visto un ca**o, magari è stato il mio amico e ti sbagli, che ne sai, hai le prove di quello che dici? Vedi abbiamo una Coca e un Gatorade…magari è stato lui…”, indica vittorioso una Coca e il Gatorade.
“No, io ti ho visto”, dico io, sempre con lo sguardo bomba H.
“E che ca**o vuoi fare sono minorenne e poi quella tro*a non ha diritto di parlare”…e va avanti con tutta una serie di improperi illogici che non voglio ripetere, nemmeno tappezzando la sua malalingua di asterischi**.
Il signore si arrabbia e comincia a rimproverarli come un padre, minacciando di andare a chiamare il controllore. La donna, nel frattempo, continua a lamentarsi “perché mi avete fatto questo? Razzisti, razzisti, brutti razzisti, chiamo la polizia…”
Io sono in piedi calmissima, ma attacco con la veemenza che mi contraddistingue — e che ben conoscete quando discuto con il WG Mat! E comincio a dire cose che mi ribollono dentro da centinaia di anni e contro cui loro due non possono ribattere, né lui né il suo compare, che ha gli occhi maligni, ma che segue il boss e senza boss, forse, sarebbe diverso.
Lo guardo dritto negli occhi tutto il tempo. Tutto il tempo con lo sguardo all’idrogeno.
Dico tutto quello che c’è da dire. Che il colore non c’entra niente, che lei è una persona come loro, che ha gli stessi di vivere in Italia o altrove esattamente come loro. E chiedo “ma in che razza di mondo volete vivere?? Nemmeno gli animali si comportano così. Volete essere meno degli animali??”.
Il boss farfuglia qualcosa ma non osa insultarmi — del resto io sono bianca e probabilmente trentina, faccio parte degli eletti — ed esce dallo scomparto, sbrodolando insulti razzisti molto pesanti verso la donna. Lo scagnozzo lo segue e mi dice, un sorrisino post-LSD, “Io non ho fatto niente”. Io gli dico “Se tu avvalli quello che fa lui, è come se lo facessi anche tu”. Lui mi guarda senza aver capito. E io mi rendo immediatamente conto di parlare con un adolescente con un vocabolario medio di 100 parole articoli inclusi, e che non può sapere cosa significa “avvallare”. Riformulo.
Se tu gli permetti di farlo, tu sei come lui.
Mi guarda, e so che ha capito. Ma non vuole capire.
Nel frattempo arriviamo alla stazione di Rovereto e i due scendono.
Dal binario, forti della distanza e del finestrino in mezzo, cominciano a ridere. Il boss si avvicina allo scomparto di mezzo e indirizza un dito medio alla donna di colore.
Non guarda dalla mia parte.
Il treno finalmente riparte.
La donna si alza e mi ringrazia. Io sono mortificata. Mi scuso per quello che è successo. Mi scuso per queste persone (?). Per questo Trentino, quest’Italia, questi bianchi, questi eletti.
Le dico che mi vergogno. E che mi spiace tanto. Lei mi sorride un sorriso di sconfitta che io non scorderò mai.
Certo non mi aspettavo di trovare questo, tornando in Italia. Dopo tanto parlare di razzismo USA, ecco che incappo nel più banale episodio di xenofobia nella mia stessa città, come mai mi era capitato.

Che il razzismo sia una malattia pressoché inguaribile connaturata all’essere umano purtroppo è una realtà con cui devo fare i conti — benché io abbia in tasca tutta una serie di ideali che mi piace portarmi appresso e tastare di quando in quando, sentire che sono lì, sempre con me, pronti a sbocciare.
Parliamo delle reazioni, invece. Se non possiamo eliminare il razzismo in quanto fenomeno imperituro dentro un sistema umano, almeno possiamo combatterlo con il nostro agire. Cominciamo a guarire prima l’organo per poi guarire l’organismo.
Nel vagone era presente anche un altro ragazzo, sui venticinque. Timoroso. Non ha proferito parola.
E’ colpevolizzabile per questo? Nella pratica, le sue parole avrebbero cambiato qualcosa?
No.
Le mie hanno cambiato qualcosa?
No.
Allora perché parlare, rischiare, esporsi?
La risposta è difficile e traballa su un filo di lana.
Per contrastare la legge del tacito assenso. Il mio silenzio accetta il detto altrui, e finché si fa la scimmia che si tappa gli occhi, gli orecchi e non parla, il mondo perpetuerà questi episodi.
Credere che parlare sia un atto eroico è anche sbagliato. Io penso di aver fatto quello che tutti avrebbero fatto e che sta scritto nella più grande Costituzione che sia mai stata vergata: quella della coscienza di ognuno.
Se mi chiedete come si contrasta la vergogna, questo proprio non lo so. E non ho ancora trovato il modo di scoprirlo.

Per complicare ulteriormente il resoconto, potrei aggiungere che il resto della marmaglia entrata nello scomparto con i due nazi, era gente dell’Est Europa fieramente senza biglietto. Conoscevano i due nazi, ma non hanno mosso un dito né detto nulla.
Sono rimasti a bordo fino a Verona, passando tutto il viaggio sul chi va là, pronti a scendere all’arrivo del controllore e decidendo quale scusa raccontargli in caso di controllo.
Quindi non pensiate che io creda nel mito dell’Immigrato Santo — come una volta c’era il mito del “Bon Sauvage”. Ma meglio non mettere troppa carne al fuoco…

Passano le mille miglia che devono passare e arrivo dal mio amore, New York City.
Alla fermata dell’A train, alla 145esima, la mia, non c’è alcun ascensore, ma tre rampe irte di scale, lo so. Ci penso sin dall’aeroporto di Venezia. Tre rampe con 23 kg di valigia più 12 di bagaglio a mano tra zaino e borsa. E purtroppo nessuna stazza Mike Tyson intorno al mio essere.
Quando mi ritrovo ai piedi delle tre rampe, valutando il daffarsi e maledicendomi come sempre, ecco che mi si affianca un latino. Alto più o meno come un Pitufo, ovvero un Puffo alla latina — courtesy Fellow Killer. 😉 Ha un trolley versione puffo. Guarda il mio trolley versione Bue Grasso.
“What if I take yours and you take mine?”, mi dice, con un inglese che sa di Puerto Vallarta. Io sospiro ciò che mi avete sentito già sospirare in un’altra occasione nel Jersey.
“You are an angel”.
Mi sorride. E facciamo tre rampe così. Io con il suo trolley, lui con il mio.
In cima, non so come ringraziarlo.
“De nada, de nada”, cinguetta.
Sono a casa. E i nazi sono due punti neri che satellitano in giro alla ricerca di pericolosi elenchi…

Ora cerco di scavalcare il buio oltre la siepe trentino e le sfaticate post-viaggio e di buttarmi nella luce del cine.
Avevo lanciato un Let’s Movie da New York prima di partire, proponendo “Acquarius”. Poi il Mastro ha pensato bene di evitarci un film di 149 dubbi minuti e mi ha messo sul piatto una portata che volevo servirmi in qualche sala newyorkese una volta rientrata. La gola è stata troppa e quindi con il WG Mat, l’Onassis Jr e l’[A]ndy/ynda(C) — i miei Cavalieri con lo Zodiaco ma senza Paolo Fox — ci siamo fiondati da “The Founder” di John Lee Hancock.
Qui negli USA si dice che il film farà faville agli Oscar il mese prossimo. Per il momento non si è portato a casa nemmeno un Golden Globe, che si sa, è il premio Cassandra delle competition stelle&strisce: vinto quello, la statuetta è praticamente in mano tua — se non ti chiami Leonardo No-Oscar No-Cry Di Caprio… A ogni modo, il film è presto detto: racconta la storia, in maniera assai piatta e incolore, di Ray Kroc, il venditore di frullatori porta-a-porta che, grazie alla sua scaltrezza e soprattutto ai suoi 2 metri di pelo sullo stomaco, riuscì a portare via il marchio MacDonald’s dai due fratelli, Mac e Dick McDonald’s, che quel marchio lo idearono aprendo il primo storico fast-food nella San Bernardino Valley.

Un biopic tutto sommato mediocre, senza nessun particolare fuoco d’artificio nella sceneggiatura né nell’interpretazione di Michael Keaton, che mi aveva convinto molto di più in “Birdman”. Ma a sua discolpa possiamo dire che il personaggio da interpretare non lasciava molto agio. Quando ti trovi a vestire i panni di un individuo assolutamente privo di coscienza, un opportunista interessato al proprio profitto e incurante dei desideri e delle volontà altrui. Quando ti devi calare in quel ruolo be’ non hai molta scelta. Cerchi di lasciar filtrare il meno possibile, con il rischio di passare per gli strali della recitazione monotonica — one man, one tone. Ray Krroc si è comportato in maniera talmente bassa con i due fratelli McDonald, portandogli via il loro amato ristorante con astuzia, perizia e forse anche un poco di furbizia, — giusto per rigirarsi un po’ gli anni ’80 animati in bocca — talmente meschina e, diciamocelo, bastarda, che non c’è molto da dire su di lui. Rappresenta quel lato dell’America tutta greed&grit che, guarda un po’, è ben incarnata dal nostro nuovo Presidente Eletto… L’arrivista che calpesta e non guarda in faccia nessuno e che propone l’“upgrade” della filosofia dog-eat-dog con quella del rat-eat-rat.

Siccome io sono crescita con JR Ewin di “Dallas” e credendo che quello fosse l’Hannibal Lecter degli affari americani, trovandomi davanti Ray Kroc capisco che c’è di molto peggio. Capisco anche che magari lo scopo di “The Founder” è proprio informativo: far conoscere il dark side dell’impero MacDonald’s a chi non ne sa nulla. E di questo bisogna dar atto al regista. Fossi una cliente, dopo la visione del film, passerei a Burger King — esiste ancora, per altro?? Ma come dicevo, dal punto di vista dello spessore del film, viaggiamo a zero metri sul livello del mare…

Ci sarebbe anche un discorso da fare sul ruolo del villain — il cattivo — negli affari. Come mai JR Ewin era un GFDP, ovvero un Greatsonofabitch del business petrolifero texano, eppure ci piaceva? Come mai alcuni spietati ci intrigano, nella loro malignità, e altri invece ci stanno solo sulle scatole, tipo Ray Kroc? Pensate al Jocker in Batman, a Jack Torrence in Shining a Drugo di Arancia Meccanica, a Dracula, e a lui, il sommo e unico Padre-Io-Sono-Tuo-Padre di tutti i Cattivi, Darth Vader… Perché a volte funziona e a volte no? Forse in “The Founder” c’è la storia vera dietro, e allora il nostro inconscio dice, ehi wait a minute, questo farabutto è esistito davvero. Tutte queste carognate, le ha fatte sul serio. Ma allora come mai il farabutto Jordan Belfort di “The Wolf of Wall Street”, farabutto realmente esistito, in fondo in fondo alla fine un po’ ci piaceva, come Lupin? Canaglia, ma in fondo simpatica? Come mai alcuni cattivi sono ottimi, e altri cattivi sono pessimi?
Mmm… Magari anche la caratterizzazione dei due MacDonald brothers ha inciso. Sono troppo troppo orsacchiottoni con animo Winnie Da Pooh per essere attaccati in alcun modo… Insomma, c’è qualcosa che non mi quadra nel film. Se Hancock, il regista, era convinto dello scopo didattico del film, allora sarebbe stato apprezzabile maggior materiale di repertorio —immagini, voci, filmati— durante tutto il film, e non solo alla fine.
Mah, sarà anche il rimando a una tipologia di aggressività commerciale che evoca incubi trumpiani, forse…

Moviers, oggi la mia giornata è durata 48 ore e due continenti, quindi credo sia ora che giunga al termine. Voi invece state per cominciarne un’altra, il tempo burlone…

Oggi il Frunyc non è aggiornato, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Potrei mettere le foto di Trentoville imbiancata a lutto (!), ma quella la conoscete bene anche senza foto… 🙂
Però nel Maelstrom getto un articolo su Pirandello 150 che potrebbe interessare centomila di voi, o magari nessuno, ma speriamo almeno uno… 😉
E per oggi è tutto (!), come sempre GRAZIE e saluti, stasera terminatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E a voi Moviers, Giganti della Montagna, Così è (se vi piace) … 😉
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/11/pirandello-150-a-birthday-celebration-at-film-forum/

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