LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

LET’S MOVIE 312 from NYC – commenta LA TARTARUGA ROSSA

Philosophy Marathon Fellows Moviers,

Vi parlo sempre delle maratone, mezze, intere e intere + mezze (!), che questi newyorkesi amano tanto correre a Central Park. Sapevo anche di maratone cinematografiche o di serie televisive — il cosiddetto binge-watching — in certi locali, tra cui il Videology, sala di Williamsburg a metà fra la ristorazione e la cinematografia. Ma non avevo idea che declinassero il format anche per la filosofia! …Del resto, sono nella città in cui succede di tutto, vuoi che non succeda una maratona di filosofia??
E’ The Skint — sempre sia lodato — ovvero il mio spacciatore di eventi cheap & free, che mi ha informato di questo evento. “A night of philosophy and ideas. An all-night marathon of philosophical debate, performances, screenings, readings and music. From 7 pm to 7 am” alla Brooklyn Central Library.
Visto che a New York ci sono qualcosa come 87 librerie pubbliche e chissà quante private, ho pensato di cogliere l’occasione, fare un salto in zona Prospect Heights —sopra Flatbush e sotto Boerum Hill— e visitare anche quella.
Mi aspettavo un numero ristretto di partecipanti, un gathering da super nerd con la Fenomenologia di Husserl sul comodino e un sacco di OCD per la testa — altro acronimo in voga da segnare, Obsessive Compulsive Disorder. Invece arrivo in una lobby con centinaia e centinaia di partecipanti! Mi danno in mano un programma e manca poco che perda l’equilibrio — come quando ricevi una bella notizia e le gambe ti abbandonano. Nella scaletta, suddivisa in talks da mezz’ora ciascuno, un nome risplende fra la folla di pensatori invitati. Gayatri Spivak.
Ora magari a voi non dice niente, questo nome. Ma quando vincerà il Nobel, vi dirà qualcosa. E’ una delle menti più raffinate della filosofia e della critica post-colonialista dell’ultimo trentennio. Sull’essenzialismo strategico e il Soggetto Eurocentrico, banchi e banchi di studenti si sono spaccati la testa — me compresa — ma hanno capito che senza questi interpreti del nostro tempo, noi brancoleremmo nel buio dell’ignoranza più trumpiana. Ascoltare 20 minuti di Gayatri Spivak a 2 metri di distanza da Gayatri Spivak, ti fa tornare a credere all’esistenza di una forza superiore che non ha necessariamente a che fare con Dio, ma che ti conferma che “le forze del bene esistono”. Ecco, la Spivak è la Principessa Leila della filosofia post-colonialista post-modernista del secondo ‘900 — lei si definisce “filosofa etica e paradisciplinare”, il che mi sembra un gran bel modo per definirsi e ambire ad essere la nuova eroina di tutte le Guerre Stellari che dobbiamo combattere.
Curiosità: chissà come mai Noam Chomsky — uomo, bianco, americano — è diventato Noam Chomsky e tutti sappiamo chi è, mentre Gayatri Spivak — donna, non-bianca, bengalese — è nota solo agli addetti ai lavori, pur doppiando il buon Noam in termini di vette del pensiero raggiunte… A voi trarre che RAZZA e GENERE di conclusioni volete trarre…

Contemporaneamente al suo intervento, nella sala accanto, parlava un certo Marc Augé, casomai qualcuno di voi avesse dimestichezza con i non-luoghi e la loro architettura… Capirete che non avendo ancora il dono dell’ubiquità, ho dovuto scegliere da chi andare.

Insieme a loro una folla di filosofi o studiosi mai sentiti, oppure sentiti di striscio, che si interrogavano più o meno sul momento che stiamo vivendo. Trump ha scosso l’accademia giù nelle fondamenta, costringendo queste tante teste a calarsi davanti a questioni che vanno aldilà di Husserl e della Fenomenologia.
Non ho sentito molte soluzioni. Purtroppo quelle latitano. Ma ho sentito moltissime idee interessanti. E va bene così.

Per esempio una tale Anna Gotlib — corpo da camionista attorno a una mente niente male — ha tenuto uno speech sul potere che ha il linguaggio di generare e plasmare i fatti — e i fatti fanno la filosofia.  Ha inoltre posto l’accento su un fenomeno: noi non siamo persone, noi diventiamo persone attraverso e grazie al contributo degli altri. L’identità è una costruzione collettiva, quindi. Ma cosa succede se tu sei nero, ispanico, white trash, e il tuo Presidente ti dice, più o meno apertamente, che tu e la tua gente siete inferiori? Tu punti i piedi e dici “no, io non sono inferiore. Io valgo”. Be’, la Gotlib ha osservato che a lungo andare, il ripetersi di “io non sono inferiore, io valgo, io non sono inferiore, io valgo” si svuota del suo significato, e il soggetto finisce per non crederci più. Un po’ come quello che capita a un bambino trascurato da un genitore: cercherà di convincersi che merita la sua attenzione, ma alla lunga, si convincerà che no, non la merita — con tutte le conseguenze che questa conclusione comporterà sulla sua vita…
Quali sono le soluzioni? Una soluzione possibile sta nelle contro-narrazioni. Se l’Amministrazione Trump fa di tutto per scrivere la propria versione dei fatti — viali e gradinate gremiti all’insediamento a Washington (!), nessun inciucio con il Cremlino circa le elezioni (!!)— noi dobbiamo scrivere l’altra Verità, quella “contro”. La Women’s March è stata una grande contro-narrazione. E la Gotlib ha esortato tutti a non smettere di scriverne, in piccolo, in grande, in qualsiasi misura.

Intorno a mezzanotte e mezza me ne sono andata, invidiando i partecipanti che sarebbero riusciti a fare le 7 del mattino. Io avevo il cervello che fumava. Ma sono stata davvero molto grata a The Skint per avermi messo questo evento sulla strada del mio sabato sera, facendomi rimanere impressionata dal seguito della manifestazione. Tanto impressionata e grata, da chiudere un occhio persino sull’architettura della Brooklyn Library, un edificio razionalista deturpato da un portone con inserti egizi/romani/ellenici/massonici fra Stargate e Gardaland davvero poco appealing… Ho chiuso un occhio anche sulla copia della porta di Brandeburgo in cima a Prospect Park, circondata da un trionfo di colonne finto-dorico dal sapore molto Terzo Reich.
Vedere il Frunic per credere, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

And you see, tutto è stranamente molto coerente in Let’s Movie… Il film di cui vi parlo questa settimana è The Red Turtle, un’animazione dell’olandese Michaël Dudok de Wit co-prodotto dallo Studio Ghibli — casa Miyazaki, per capirci 😉

Più che un film, un racconto filosofico per immagini. Un’opera talmente raffinata che mi sento d’impiegare il termine “video arte” per definirla.
Un uomo solo, in mezzo al mare in tempesta, approda su un’isola deserta. Ecco, pensate voi, Robinson Crusoe. Tom Hanks in Castaway. Niente di tutto ciò. Proprio l’opposto. Tanto quelli erano racconti dell’ingegno umano che gabbava la natura e riusciva a salvarsi — retaggio del mito Odisseo, capace di districarsi da ogni situazione difficile, Maghe e Sirene, Proci e Ciclopi— qui l’uomo esce sconfitto. Per la prima parte del film il naufrago prova disperatamente a scappare dall’isola. Costruisce zattere che vengono sistematicamente distrutte a pochi metri dalla riva. Si ostina, fallisce, riprova, rifallisce. Il fallimento lo frustra talmente tanto da prendersela con una tartaruga rossa che ritiene responsabile dell’ennesimo naufragio. Accecato dalla rabbia, la uccide. Ma questa tartaruga, che lui considera la causa del suo male, si dimostrerà l’esatto contrario… Risulterà poi essere la fonte della sua felicità e della sua realizzazione come essere umano… Non voglio svelarvi troppo, anche perché la poesia di quest’opera va vista, ovvero, vanno visti i disegni, le magie con cui una scena trova il modo di fondersi in un’altra, una tartaruga trasformarsi in una donna, l’odio in amore…

“La tartaruga rossa” è un film filosofico che non ha bisogno di parole che spieghino, né di personaggi che parlino. Non una parola è proferita, eppure il racconto che ne esce è ricchissimo, sa di mitologico, anzi, di pre-mitologico — Upanishads, Gilmesh, ma anche le epiche mitiche disegnate dal Maestro Miyazaki: Ponyo, La Principessa Mononoke
Sembra non succedere nulla, su quest’isola deserta non-così-deserta, ma invece succede tutto quello che ci succede in una vita attraverso gli ostacoli, la solitudine, l’incontro con l’amore, l’approccio con la genitorialità, il rapporto con il figlio e il distacco dal figlio, la vecchiaia e  infine la morte. Tutto questo accompagnato da una presenza viva — respirante direi — come la Natura, mai così sovrana, eppure non priva di una logica superiore e misteriosa, per mezzo della quale gli incidenti e le avversità si sanano in modi inaspettati, solo apparentemente irrazionali.
“La tartaruga rossa” è, anche, un documentario favoloso e metaforico sulla storia dell’uomo, le avversità che deve affrontare, gli impulsi barbari che gli muovono la mano contro creature innocenti — nell’uccisione della tartaruga, impossibile non cogliere il riferimento all’albatros di Coleridge in “The Rime of the Ancient Mariner” — e le meraviglie che gli spuntano dal nulla e gli cambiano la vita. La malinconia è una musica sottile che pervade il racconto dall’inizio alla fine, come se il regista non avesse potuto lasciarla andare nemmeno per un momento, nemmeno quando il protagonista sembra contento — e di questo ringraziamo il regista, coerente fino alla fine. Non immaginatevi la storia dell’uomo che vive in pace a contatto con la natura — non è una favola filo-bioecologica, né, come dicevo, il trionfo dell’umano sul naturale. E’ piuttosto l’uomo nel mondo, in un mondo dominato dalla Natura, in cui le sue manine — le manine dell’omino Uomo — non le fanno nemmeno il solletico.
Scordatevi anche l’estetica ricca e lussureggiante di Casa Ghibli quando Miyazaki crea. I disegni di de Wit sono brulli, scarni, ridotti all’essenziale — spesso siamo ai limiti della bidimensionalità, gli alberi quasi piatti, così come la spiaggia, i promontori. Non si vuole sedurre con il dettaglio rotondeggiante, il colore sgargiante, gli occhioni liquidi dei personaggi ghibliniani. Qui i tre personaggi hanno praticamente lo stesso volto. Non sono connotati. Così come il paesaggio naturale. Tutto è semplicissimo. Se c’è qualcosa che si distingue, è il rosso della tartaruga, e dei capelli della donna. Perché lì, nell’alterità, e nell’incontro con l’altro, può accadere la tragedia dell’incomprensione tanto quanto il miracolo dell’amore…

E’ un film questo, per occhi attenti, animi delicati e stomaci forti. Ciò che mostra — il ciclo inesorabile della vita — è un argomento con cui fatichiamo a discorrere. Ed è per questo che abbiamo riempito il mondo di divinità. Morire non ci piace affatto, a noi umani. E ancora meno ci piace l’idea che tutto questo abbia un senso in se stesso e non rinvii a nient’altro che a questo — nascita, molte pene, qualche gioia, morte, stop.
Ma c’è anche lo spazio per i momenti unici. La scoperta dell’amore, la condivisione con un nuovo essere umano, la dimensione del gioco, la possibilità dell’arte come espressione personale e mezzo di comunicazione. Tutto questo rende una vita valevole di essere vissuta.
Vi prego, pertanto, coglietelo al volo, se lo vedete capitare nelle sale italiane! Era stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, quindi penso sarà distribuito. Ecco, magari non portateci bambini piccoli. Portatevi Platone, Camus, e anche quel menagramo di Schopenhauer… Ma andateci!

Prima di lasciarvi al vostro lunedì italiano, volevo condividere con voi l’incredibile notizia della mia NYC ID. Al momento sono un soggetto immigrato con la cittadinanza italiana e la carta d’identità newyorchese, il che non è affatto male come combinazione. 🙂 Sorvoliamo sul fatto che Trump ha cominciato a fare dei gran macelli con i visti, e non solo ponendo il veto ai paesi spauracchio, ma anche impedendo il rinnovo automatico a tutti gli altri. Nemmeno lui si rende conto del caos burocratico che questo comporterà, ma che ci vogliamo fare, il suo unico neurone— che certo non risiede nel cervello — è impegnato con altre priorità, tipo come fare a costruire un muro e farlo pagare al paese che vuole penalizzare costruendolo…
Non ho fatto domanda per la NYC ID solo per una questione di show-off — capirete, per una fissata con New York da una vita, conquistarne la carta d’identità è un po’ come accaparrarsi Parco della Vittoria (!) al Monopoli…  Ho fatto domanda perché la ID ti permette tutta una serie di sconti a strutture culturali, teatrali, cinematografiche che fanno gran comodo a chiunque si trovi a vivere nella città più cara del mondo. Da oggi detengo ufficialmente una membership al MET, una membership al MoMA e una in corso di approvazione al Film Forum — una delle sale storiche del cinema indipendente newyorchese.
Se avete in testa di trasferirvi qui a New York, vi basterà armarvi di un indirizzo di casa nella City, di un documento che lo provi — meglio se un conto corrente in una banca americana — una lettera di referenza della banca, il passaporto, volendo anche il certificato di nascita, poi vi presentate una prima volta, poi prenotate un secondo appuntamento online, vi ripresentate, e se tutto fila liscio, vi spediscono a casa la ID dopo due settimane…. Sì, lo so, è una trafila un po’ lunga —un mese e dieci giorni! — ma questo per dimostrarvi che anche qui c’è della burocrazia, non solo all’Anagrafe in Italia…
Nel Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88, trovate, tra gli altri, degli scatti a opere del MET che non immaginavo minimamente fossero al MET. E vi dico una cosa. Se pianificate un viaggio qui e dovete scegliere tra i mille musei del Museum Mile sulla Quinta, il MET è da METtere al primo posto. E badate, ho visitato solo l’ala Arte Moderna e Contemporanea e Sculture Italiane e Francesi… Non oso immaginare tutta la parte egizia, arte dei nativi americani, arte dell’antica Roma…

Okay Moviers, mi taccio, ho parlato troppo oggi… Nel Maelstrom vi getto un link, stavolta a Magazzino 26, al Frullato che ho preparato su “La La Land”. So che molti di voi sono andati a vederlo in questo weekend — bravi bravissimi, i miei Moviers&Anti 🙂 — quindi ho pensato che potreste avere piacere a leggere alcune idee che avevo buttato giù quando ne avevo parlato nel Lez Muvi di dicembre quando l’avevo visto qui.

Ora andate pure e moltiplicatevi…No, volevo dire, sparpagliatevi… E accettate questi saluti, socraticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

http://www.magazzino26.it/problemi-con-il-musical-al-cinema-provate-la-la-land/

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