Posts made in Aprile 10th, 2017

LET’S MOVIE 322 da NYC commenta “GET OUT”/”SCAPPA!” di Jordan Peele

LET’S MOVIE 322 da NYC commenta “GET OUT”/”SCAPPA!” di Jordan Peele

Manhattan II Moviers,

Così si chiamava il battello a vapore che mi ha portato, un paio di settimane fa, a risalire l’Hudson. Non sto qui a spiegarvi come ci sono finita, in una gita su un battello a vapore su per l’Hudson — tanto ormai avete capito che l’unica cosa prevedibile di New York City è la sua imprevedibilità. Ma vi dico che i passeggeri erano stati selezionati con il preciso intento di conoscersi, fare networking, diventare amici. Architetti navigatissimi — a prescindere dal contesto natante — giovani impresarie operistiche dal lessico assai losangelino — una sequela imbarazzante di “Oh-my-god-you-this-is-so-awesome-!” — e poi poeti che però sono anche associati di studi finanziari di grido — sarà forse questo, il futuro della poesia? — e organizzatori di eventi e cantanti di musica swing e gemelli imprenditori edili e aggiungete vari ed eventuali. Lo scopo, a parte far socializzare, è quello di far conoscere la Hudson Valley a chi non la conosce.
Ogni ora e mezza il battello attraccava a un porticciolo di un paese dai nomi Far West tipo Cold Spring, e chi voleva poteva scendere e tornare a New York in treno — il treno costeggia l’Hudson come l’Autobrennero costeggia l’Adige. Gli altri proseguivano. Io ho proseguito fino a Poughkeepsie, cittadina che si sente spesso nominare nei film ma che si pensa non esista, anche per via di quel nome che più che alla toponomastica può far pensare all’industria dolciaria — sono fermamente convinta che le caramelle “Poughkeepsie” venderebbero milioni e milioni di sacchetti.
C’era un meteo da lupi di mare, quella domenica. Considerando che l’Hudson è un mare, il lupo va bene anche per quel tipo di fluvialità espansa. Quindi il paesaggio è diventato altamente scenografico e soprattutto, evocativo. Se all’inizio io ero partita, anche solo nella mia immaginazione, come una sorta di Huckleberry Finn sulle acque del Mississippi, le nuvole e l’umido mi hanno portato in pieno “Apocalypse Now”, nel quale i nostri eroi navigavano le acque di un fiume nel cuore dell’Africa Nera. Ecco, io non avevo nessun Capitan Kurtz da cui finire, ma qualcuno dice sempre che il viaggio non sta nella destinazione, ma nel percorso. Poi c’è anche da dire che l’atmosfera militare è stata evocata dall’Accademia di West Point, che vi si presenta dopo circa un paio d’ore di navigazione, sulla vostra sinistra. Anche in quel caso lì, io non pensavo che quel posto esistesse veramente. Esiste nei film, esiste nell’immaginario orroroso di tutte le cose orrorose che succedono dentro le accademie militari — nonnismo giornaliero, punizioni corporali, spazzolini che fregano fughe di piastrelle dall’alba al tramonto, ragazzoni del Kentucky che piangono disperati davanti a un tratto di percorso resistenza che non riescono proprio a superare mentre il Generale urla “incapaceincapaceincape”, e allora il ragazzone del Kentucky rotolerà nella fantasia di un certo Stanley Kubrick e prenderà il nome di Palla-di-lardo…. Invece l’Accademia di West Point, my Moviers, esiste veramente.
Si erge lugubre sopra le scogliere e fa l’effetto che farebbe uno scarpone finito dentro una torta nuziale. Ora potrete dirmi che i tempi sono cambiati, che non è più come una volta e che io mi lascio suggestionare troppo dal cine. E potrà anche essere vero. Ma la vertigine che ho provato guardando quei muri, quelle finestre, quello strapiombo sotto di loro, nemmeno quando siete in cima a qualche grattacielo e guardate sotto, ve lo assicuro…
Passi anche accanto a nomi che toccano altre zone della memoria. Yonkers ti accende l’area dedicata alle patatine. Marlboro alle sigarette e Sleepy Hollow al mistero che aveva visto Johnny Depp per protagonista.
Poi incappi in Manitou. E fai due conti. Qui, prima degli yankee e prima dei britannici, ci stavano i nativi. Quelli ai quali, prima i britannici e poi gli yankee, hanno gentilmente portato via tutto, soprattutto la terra. Tanto passato indiano risuona qui, e non solo nella gita lungo l’Hudson. Lo stesso “Manhattan” è la corruzione di “Mannahatta”, parola degli Indiani del Delaware che significa “isola con molte colline”. “Poughkeepsie”, prima di diventare la marca di caramelle più famosa degli Stati Uniti (!), era un termine indiano Delaware, apokeepsingk, ovvero “porto sicuro”. E poi è ancora fortissima la presenza olandese, che di fatto amministrarono New Amsterdam/York praticamente fino alla fine del ‘700. Nomi tipo Harlem, Brooklyn, Hudson, arrivano proprio dall’Olanda. Tutto questo per dire che alla fine il mondo è fatto di ladrocini, di sovrapposizioni, di stratificazioni. Nulla è puro nella costruzione di una nazione.

Il film che sono andata a vedere questa settimana mi rimbalza in testa da un mesetto. È stato un caso — tutt’ora lo è. Parlo di “Get Out” del regista Jordan Peele, che dal comico è passato all’horror, proponendoci una sceneggiatura di un’originalità rara — specie quando si tratta di film di genere, specie specie quando si tratta di film di genere horror. E’ stato un caso perché “Get out” ha incassato 30,5 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione, a fronte di un costo di 4,5. E continua su questa via.
Chris e Rose. Una coppia mista ai giorni nostri in una grande città americana non ben precisata. Lui nero nero lei bianca bianca. Belli entrambi, innamorati entrambi. Talmente innamorati che lei decide di presentarlo ai suoi, famiglia altoborghese con la correttezza politica scritta nel corredo genetico. Fate conto che, se la città non ben precisata è New York, i genitori di Rose abitano negli Hamptons. Detta così potrebbe farvi venire in mente “Indovina chi viene a cena?”. E un po’ anche “Ti presento i miei” — anche se lì siamo in territorio buffonesco. Gli ingredienti sono quelli. Ma ricordiamoci che qui siamo in zona horror e in zona horror c’è sempre qualcosa che non va come dovrebbe andare.
Chris decide, con non poca riluttanza, di accettare la proposta dell’amata e i due partono per il weekend dalla famiglia di lei. “Non ti preoccupare”, lo rassicura Rose, “I miei sono le persone più mansuete e democratiche che tu possa immaginare. Non sono razzisti, come on…”. Le ultime parole famose… All’interno di una cornice di agghiacciante political correctness in cui “Obama è il miglior presidente della storia degli USA” e “Tiger Woods il miglior giocatore di golf”, Chris deve affrontare prima situazioni solo un po’ imbarazzanti, e poi via via sempre più strane. Comincia pian piano a realizzare che i futuri suoceri non sono affatto quello che appaiono. E lo stesso vale anche per gli amici e i vicini, riuniti in una festa che, secondo me, passerà alla storia come la miglior peggior festa mai organizzata dalla cinematografia horror.
Non voglio farvi spoiler — sull’horror proprio non posso, altrimenti vi ammazzo il film, e ammazzare un film horror ha un che di perverso che è meglio non esplorare. Però posso dirvi dove originano gli asset del film e del suo regista. Innanzitutto aver studiato alla Hitchcock Academy. Ovvero non ti faccio vedere l’orrore attraverso mostri e nel cuore della notte, ma te lo faccio vedere attraverso persone assolutamente normali e in pieno giorno. Questo ti scioccherà di brutto. Così il film è ambientato nella tranquilla countryside dell’America bene — ripeto, Hamptons, oppure il bel New England in pieno foliage — villette isolate eleganti, famiglie benestanti. E trac, in mezzo a tanta sonnolenta perfezione, scopriamo che le opinioni progressiste e democraticissime dei personaggi che la abitano sono anche più inquietanti delle opinioni conservatrici o trumpiane (!). Lo spettatore capisce immediatamente che dietro il bello di tutta quella facciata buona pulsano un male e un marcio ben peggiori di male e marcio alla luce del sole. “Get Out” investiga il razzismo nella società americana dissezionando — con un piglio sadicamente chirurgico — il perbenismo ipocrita di un mindset “bianco” che va di pari passo con un paternalismo assolutamente insopportabile. Il risultato è disorientante da tutte le prospettive: lo spettatore si trova a sorridere della stoltezza del bianco, ma anche del nero, colpevole, forse, di arrendersi troppo repentinamente all’idea di passare per “quello che deve essere accettato”. “Get Out” provoca, smaschera, satirizza, ti lascia interdetto e ti fa ridere e rabbrividire. Cosa si può chiedere di più a un film?
Il successo del film non si deve solo alla combinazione originalità+solidità della trama, o alla lucidità con cui Peele scorpora le psicologie dei suoi personaggi, ma anche alla costruzione del film stesso, che rispetta alla lettera certe geometrie del genere. Esempio. Mentre Rose e Chris si dirigono in macchina verso la casa dei genitori di lei, investono un cervo. Ora, nulla succede mai per caso nel cinema. La morte del cervo è un avvenimento presago che anticipa un futuro prossimo per Chris. E allo stesso modo, la testa di un cervo imbalsamato, aiuterà Chris a districarsi in un momento difficile.
“Get Out” è una favola dark dei giorni nostri in cui noi potremmo benissimo essere i protagonisti — e per la sottoscritta che si trova su suolo stelle&strisce questa ipotesi è quanto mai raccapricciante. Ci racconta gli eterni luoghi comuni dei bianchi — ma siamo ancora lì?! — ma anche le eterne insicurezza dei neri — ma sono ancora lì? Tutto questo facendoci ridere e spaventare… Il pubblico del BAM Rose Cinema, sala strepitosa all’interno della Brooklyn Academy of Music, era molto molto coinvolto… 🙂
Non perdetelo assolutamente! In Italia uscirà a metà maggio con il titolo “Scappa”…

E per oggi è tutto, Fellows.
Frunyc aggiornato, e nel Maelstrom sempre cinema, con un’intervista a un giovane regista, Alessandro Comodin.

Ringraziamenti sempre molto sentiti e saluti, stasera, natantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi l’articolo, 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2017/04/09/in-blocchi-grezzi-di-realta-le-cose-belle-il-cinema-di-alessandro-comodin/

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