LET’S MOVIE 337 da NYC – commenta “CALIFORNIA TYPEWRITER”

LET’S MOVIE 337 da NYC – commenta “CALIFORNIA TYPEWRITER”

Mr Muscolo Moviers,

No non Ryan Gosling. Il gel per sgorgare le tubature. Quello forse avrei potuto addurre, ma non l’ho addotto.

Ho due coinquiline. Vie, asiatica di nascita, newyorkese di adozione. Una combinazione micidiale se unite la disciplina orientale con la proattività occidentale.
E Isa, dolce come una frolla, nata e cresciuta a Los Angeles, con quella easiness, quell’awesome sempre in bocca, che contraddistingue i californiani.
Qualche giorno fa Vie mi ferma in corridoio e mi dice, dobbiamo liberare il tubo di scarico della doccia: è ostruito dai capelli.
Attimo di panico che si protrae ben più di un attimo evocando uno scenario apocalittico. Un tubo di scarico della doccia ostruito da mesi e mesi — anni? — di capelli è meno spaventoso solo di noi stessi che ci apprestiamo a ripulirlo.
“Io mi lavo i capelli sempre in palestra proprio per non doverlo fare qui a casa e riempire di capelli lo scarico”, scarica il barile, Vie. Il che, tuttavia, è vero. Mai vista con un turbante di spugna in testa in tutto il tempo che sono di casa qui.
Stando a NYC, ho capito che uno deve essere sempre pronto. Schivare gli ostacoli — ricordate la bicicletta in mezzo al traffico? Ecco. Stesso identico approccio.
“Be’, a pensarci, nemmeno io… Li lavo sempre in piscina”, ribatto, con una prontezza mai avuta in vita mia, e frutto del terrore suscitato dall’immagine di me stessa ad armeggiare con lo scarico.

Sì, ho preso l’abitudine di nuotare all’alba, nella piscina sulla 145esima che ormai conoscete bene. Sia perché il mignolo del piede è ancora convalescente. Sia perché c’è qualcosa di pristino, miracoloso e matto in un corpo che esce dal nido alle 6 am, vede l’alba rosa e gialla lusingare l’Hudson, i grattacieli del Jersey, il George Washington Bridge, e poi s’infila in un altro nido, azzurro e cloridrico. E ci nuota dentro, scortato, bracciata dopo bracciata, dal fiume, dai grattacieli e dall’alba.
La piscina del Riverbank State Park si affaccia direttamente sul fiume, e l’inizio e la fine della vasca danno su due vetrate che vi regalano tutto questo. Tale e quale ad Amsterdam, nel Centro Sportivo Het Marnix dello studio Meecano, che mai, mai, scorderò: nuotare è come risalire direttamente il canale, alla vostra destra.

Se Vie e io ci siamo costruite due vie di fuga grazie allo sport, Isa, la seicentesca burrosa Isa, che corre forse forse una volta al mese, e con un milkshake in mano, purtroppo, non ha scampo.
“Isaaa”, cinguetto dal corridoio, più dolce della frolla che è.
“Pensa la fortuna! Sei stata selezionata per un incarico di grande responsabilità…”. Non sarò una campionessa di nulla, ma quanto a fasciare l’orrido con strati di fuffa dorata, non ho rivali 😉
Nel frattempo Vie ha estratto da camera sua uno strumento che ti fa pensare a quanto gli americani siano delle menti o indiscutibilmente geniali o irrimediabilmente malate. Devo ancora decidere quale delle due.
Lo strumento si chiama Mr Drain Weasel — weasel in inglese significa donnola, l’animale agile agile con la coda lunga lunga, tenetelo a mente.
Un bastoncino flessibile collegato a una manovella. Voi, anzi lei, Isa, sostanzialmente, infila il bastoncino nello scarico, gira la manovella e, più o meno per lo stesso principio dell’arricciacapelli, tutto l’orrore di capelli — e chissà cos’altro — presente nello scarico si attorciglia intorno al bastoncino. Poi voi, anzi lei, Isa, lo sfila, e si ritrova con tutto l’orrore intorno al suo bastoncino.
Voilà.
Sulle prime ho molto faticato per non uscirmene con un ben poco elegante “ARE YOU SERIOUS??”, e per tenere a bada un’ondata d’ironia di portata australiana. Come resistere, davanti a uno strumento del genere, acquistato su Amazon??
Ho faticato, believe me.
Poi però, vedendo la serietà con cui l’operazione veniva trattata, e la serietà del concept dietro a Mr Drain Weasel, ho pensato che ogni paese sviluppa il proprio approccio ai problemi. Gli americani hanno ideato Mr Drain Weasel. Noi italiani Mr Muscolo.
Sempre di un Mister si tratta, dopo tutto.
Solo che il nostro attenta molto meno alla nostra schizzinosità nazionale. Quando mai, una casalinga italiana, che pulisce il pavimento in media due volte al giorno e pattina sulle pattine per non lasciare impronte, potrebbe mai avere l’ardire di maneggiare Mr Drain Weasel?
Noi semplicemente rovesciamo un gel, trasparente e profumato, nelle tubature. Quello fa il suo dovere e si porta via tutto. Noi non tocchiamo nulla. Soprattutto, non vediamo nulla.

Vedere certe cose, certe cose brutte, a noi Italiani, proprio non va — sarà forse legato a tutta la bellezza in mezzo a cui siamo nati? Anche per questo gli standard della nostra pulizia sono ben diversi da quelli americani, da quelli britannici — dio ci salvi dalla moquette made-in-UK! — e suppergiù da quelli di tutto il mondo, dall’Africa all’Asia passando per l’America del Sud.
Forse sarà anche per questo che tendiamo a non riportare l’illegalità? Noi, storicamente, giriamo la testa e facciamo finta di niente. Questo nel grande e nel piccolo, nel bene e nel male. Non ci sogneremo mai di riprendere qualcuno che fa qualcosa di sbagliato, qualcosa di piccolo e insignificante, come per esempio, pedalare su un tratto di parco dove si dovrebbe accompagnare la bici… Giusto per farvi un esempio
Qui lo spirito di correttezza è molto radicato. C’è un cop in ogni americano — “you have to walk your bike here”, “you are supposed to stand in line”… Il che mi costringe a dei notevoli sforzi di autocontrollo, non ve lo nascondo. Sono italiana. C’è un complice in ogni italiano.
E questo, nel grande e nel male, si chiama mafia.

Quindi sì, avrei potuto addurre il nostro Mr Muscolo. Magari anche chiedere se esiste un Mr Muscle, un suo gemello americano. Poi ho pensato alle tubature americane, agli infissi americani, alle generali strutture edili degli americani: in questo paese le trombe d’aria portano via le case, e non solo perché le trombe d’aria sono oggettivamente potenti, ma perché le case sono di aria tanto quanto le trombe. Un Mister Muscolo, una soda caustica, insieme ai capelli, corroderebbero la tubatura!
Quindi no, meglio non rischiare di corrodere la doccia di casa. Non vorrei mai essere costretta a frequentare la piscina per l’igiene personale anziché per il nuoto e l’alba.

Governors Island dovrà aspettare anche questa settimana. Priorità alla notizia di ieri. De Blasio ha deciso di smantellare la statua di Colombo che domina Columbus Circle — appunto — sulla 59 esima.
Sapevo che prima o poi si sarebbe arrivati a questo. Se studiate letteratura inglese postcoloniale, prima o poi vi capiterà di chiedervi. Sì ma Colombo allora, e Magellano, tutti gli esploratori con cui siamo cresciuti tra manuali di storia e Monopoli, tutti loro sono eroi o bastards? E se sono bastards, cosa facciamo? Revisionismo storico? Columbus Circle si chiamerà Circle e basta?
Già la settimana scorsa, davanti alla City Hall, si è tenuta una manifestazione della comunità italo-americana, che, immaginate, si oppone strenuamente alla rimozione della statua. Ovviamente la questione, come ogni brava questione nell’anno dell’elezione del sindaco, si strumentalizza. Ma questo non fa scalpore. Lo scalpore, piuttosto, viene dal tempismo. A Charlottesville è successo quel che è successo — avrete sentito dei tafferugli tra i membri del KKK che protestavano contro la rimozione della statua del Generale Lee e dei manifestanti antirazzisti, protesta finita nel sangue.
Un generale sudista, quindi schiavista, come Lee è uguale a Colombo? Per tanti evidentemente sì. Sta di fatto che nell’area metropolitana newyorkese ci sono altre quattro statue dedicate all’esploratore genovese, 24 nello stato di New York, e 32 in New Jersey. Le togliamo tutte?
A Los Angeles, intanto, hanno tolto a Columbus il suo Day, il secondo lunedì di ottobre, e l’hanno sostituito con l’“Indigenous and Native People Day”, la festa delle popolazioni indigene, aborigene e native, “vittime del genocidio”.
Questa patata bollente — immaginate che effetto domino si creerebbe se davvero smantellassero la statua a Columbus Circle — è sintomo di un dissidio ben più grave e profondo all’interno di questo paese. Un dissidio identitario. Se gli USA rimuovono Colombo, anche solo attraverso una ruspa, rimuovono una parte della loro storia. Una parte assai importante, direi. E la storia non puoi rimuoverla. Puoi correggere il rapporto che hai con essa, ma rimuoverla è un gesto vacuo e pericoloso. Cosa dovremmo fare, allora, noialtri? Abbattere la Macchina da Scrivere a Roma? La stazione ferroviaria di Milano, perché celebrano l’idea di grandeur fascista? Dovremmo togliere le vie e le borse di studio intitolate a Fermi perché le sue ricerche hanno portato alla bomba atomica? Condanniamo Touring perché oggi esiste la pedopornografia online? E i francesi? Togliere tutti i monumenti dedicati a Napoleone perché ha saccheggiato mezzo mondo?

Le domande da farsi sono innumerevoli, ma sconfinano nel campo dell’esperimento mentale, e si fermano, pertanto nel nulla-di-fatto. Se Colombo avesse saputo dei genocidi e delle barbarie a cui la sua scoperta — per altro casuale, come da bravo italiano pressapochista —a cui la sua scoperta avrebbe portato, avrebbe gridato “Terra! Terra!”, oppure avrebbe tirato dritto? Se Einstein avesse saputo a cosa avrebbe portato E=mc2, avrebbe divulgato la formula oppure l’avrebbe tenuta per sé?
Sono ròsa dai dubbi, Fellows. Forse sarebbe meglio dedicare piazze e strade agli artisti, agli attori, ai pittori. Come hanno cominciato a fare negli ultimi decenni a Roma, con Largo Mastroianni e Via Alberto Sordi. But here again, di Pirandello, che per un periodo aderì al Fascismo, che facciamo? Escludiamo un Premio Nobel dalla toponomatisca urbana?

La macchina da scrivere mi porta a parlarvi di “California Typewriter”, di Doug Nichol, documentario godibilissimo che ho visto al Lincoln Center Plaza, un cinema che mi ricorda piuttosto un locale a luci rosse degli anni ’80. Interrato, moquette macchiata, odore di chiuso e capelli. Una specie di Pornoroma, ma sulla 66esima, Broadway.
E con il Lincoln Center davanti. 🙂

Il documentario è un discorso molto intrigante tra tecnologia, creatività, nostalgia e futuro, tutti raccordati dalla macchina da scrivere, strumento solo apparentemente sorpassato, specie per i “type-writers’ addicts”, che sono molti più di quanto ci si aspetta.
“California Typewriter” è anche il nome di un negozio di Berkeley che sopravvive nonostante l’avvento prima dei pc, e di tutte le derivazioni/perversioni che ne sono conseguite — I-pod, I-pad, I-anything. Oltre alla storia di questo negozio ormai leggendario, il film combina sostanzialmente le opinioni di persone che sono legate, per un motivo o per l’altro, alla macchina da scrivere, e lo raccontano alla macchina da presa. Tom Hanks, per esempio, ne possiede 250, e non scrive mai email. Solo lettere.
“Se vi prendete 7 secondi per scrivermi una mail, io impiegherò un secondo per cancellarla. Se invece ne impiegate 70 per dattiloscrivermi un biglietto, io terrò quel biglietto per sempre”, dice l’attore. E qui dobbiamo tutti fare uno sforzo e sorvolare sul fatto che Mr Hanks avrà qualcuno che si occupa di andare alla posta a spedire la sua posta. Mentre noi, Mr and Mrs Mortals, dobbiamo andarci coi mezzi e fare la fila. Ho apprezzato i contributi di John Meyer, il cantante, che è un pischello della generazione 2.0. Ebbene, un giorno, in tv, ha visto Bob Dylan battere a macchina. “E’ come se suonasse il piano”, ha pensato. E si è detto. La mia arte sta tutta in un hard-disk. Non ho nulla in mano. In mano davvero. E sai anche che c’è? Non sono mai tornato su un file che avevo salvato dicendomi “ora ci metto mano e lo approfondisco”. E’ “high-concept trash”.
Così John è andato su eBay e si è comprato una macchina da scrivere. Da allora tutte le sue canzoni le scrive a macchina.
E poi c’è la storia di un altro Meyer, Jeremy, un artista che costruisce le sue sculture utilizzando pezzi di macchine da scrivere rottamate. Solo ed esclusivamente pezzi di macchine da scrivere. E da quei rottami, crea opere meravigliose. Vedere per credere.
Vengo a sapere che c’è addirittura un movimento con tanto di manifesto, “The Typewriter Revolution”, che raccoglie adepti in tutto il mondo, promuovendo il ritorno alla scrittura analogica, senza per questo rinnegare i mezzi tecnologici. Quelli servono, ma fino a un certo punto, sostengono loro… Quel punto è stato superato dall’addiction — ahimè, vero. La dimensione umana, tattile, va ritrovata. E cosa c’è di più umano e tattile di una macchina da scrivere, con il suo errare, con il suo tac-tac-tac cantante?
Là fuori, lo sappiate o meno, c’è tutt’un mondo di collezionisti, estimatori, conoscitori di macchine da scrivere, che non hanno nulla a che fare con la moda hipster del ripescare tutto quello che è vintage per farlo diventare, appunto, hipster. E’ più simile a una filosofia di vita. Come essere vegetariani o buddisti. Loro, semplicemente, battono a macchina.

“California Typewriter” batte (!) anche sul processo della creazione. Con il fatto che puoi cancellare e riscrivere, il computer si porta via tutto. Non rimane nessuna traccia del percorso mentale che ti porta a scegliere quella parola, quell’ordine di frasi. E questo è vero. Scrivendo al pc, hai la sensazione, ogni tanto, di non sapere come sei arrivato a ciò a cui sei arrivato. E’ come percorrere una strada che si cancella alle tue spalle man mano che la cammini.
Spero tanto che il documentario esca in Italia e vi esorto ad andare a vederlo. Mi ha fatto ripensare alla terza elementare, quando chiesi per il mio compleanno una macchina da scrivere e mi vidi arrivare della carta da lettera.
La lapidaria chiarezza delle madri di una volta, eh… 🙂

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Perdonate il fiume in piena… E vi vedete arrivare pure il Maelstrom…
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti tanti, e saluti, idraulicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi riporto due articolini che ho scritto per La Voce, sul Maestro Antonioni (in inglese) e su Easy – Un viaggio facile facile (in italiano).
Evviva il bilinguismo.
🙂

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