LET’S MOVIE 345 from NYC – commenta “THE SQUARE” di Ruben Ostlund

LET’S MOVIE 345 from NYC – commenta “THE SQUARE” di Ruben Ostlund

Mad Moviers,

Non è che i newyorkesi non mi facciano incavolare. Mi fanno incavolare, come no. Come lunedì. Poi li perdono, perché esistono i mercoledì della scorsa settimana. And peace is back.
Lunedì metto piede per la prima volta alla Cooper Union. Se sapete di cosa si tratta siete più avanti di me.
Me ne parlò per la prima volta un mio amico italo-americano, un mesetto fa. Prima non l’avevo mai sentita nominare.
“La Cooper Union è nata per i poveri e adesso è solo per i ricchi sfondati”. Così mi ha detto, più o meno.
La Cooper Union sta per “Cooper Union for the Advancement of Science and Art” è un’università privata — di architettura e ingegneria — che sta ad Astor Place, nell’East Village. E’ stata fondata nel 1859 da un certo Cooper, che voleva un’istruzione gratuita per tutti i suoi studenti — “open and free for all”. E per centocinquant’anni l’università ha ammesso studenti in base al merito e garantito una borsa di studio per coprire l’intera retta — poi nel 2014, si è passati alla copertura di metà retta. Proprio per questo, è una delle più selettive di tutt’America — la facoltà di architettura ammette 30 studenti all’anno.
Il mio amico, che ha lo spirito critico dell’italianità, mi dice che ora entrarci è praticamente impossibile e devi fare i salti mortali — o conoscere il classico santo X in paradiso.
Nel basement della Cooper ci sta la Great Hall, un’aula magna che non è una semplice aula magna. E’ un luogo che per New York rappresenta la libertà di espressione fatta architettura. Ci tenne un discorso anti-schiavitù un certo Abraham Lincoln, e altri certi tipo Woodrow Wilson, Bill Clinton, Barack I-miss-you-much Obama e Salman Rushdie. Metterci piede è speciale. Sia perché pensi a quante menti ci hanno messo piede, sia perché, quando organizzano un dibattito alla Cooper, significa che c’è un tema caldo su cui c’è bisogno di confrontarsi.
Il tema di lunedì era “Monument, Myth and Meaning. A conversation about civil war monument”.
Ora, come forse avrete intuito dai miei precedent pipponi, la questione sui monumenti storici vilipesi e bistrattati mi sta particolarmente a cuore. E questo perché dietro intravedo una condizione americana nei confronti della storia. Intendo “condizione” nell’accezione medica. Una condizione significa uno stato patologico. Quando c’è del patologico, il Board corre.
Appena ho saputo della conversation, mi sono lanciata in Astor Place.
Quello che qui chiamano “Conversation”, significa dibattito. C’è una tavola di studiosi chiamati a illustrare la loro opinione — una decina di minuti ciascuno — e poi si passa a dibattere. Alla fine chi del pubblico ha qualcosa da dire si mette in fila dietro due microfoni piazzati in platea, e dice quello che ha da dire.
Gli studiosi questa volta erano cinque. Appartenenti a diversi ambienti. Un paio di storici, una specialista nella conservazione di opere pubbliche, un fotografo, un architetto. Ovviamente una donna di colore e un uomo di colore. Ho cominciato a notare che in tutti i panel c’è la quota black: io mi pongo nei confronti di questa “modalità partecipativa” così come mi pongo nei confronti delle quote rosa nel parlamento italiano, giudicandole fastidiose, ma necessarie quando un sistema, se non regolamentato, sarebbe ancora così retrogrado da optare per l’esclusione dei soggetti da sempre esclusi.
Tutti i panelist espongono le loro posizioni. La conservatrice, Michele Bogart, sostiene la difesa dei monumenti pubblici, prima di tutto come luoghi estetici e veicoli di conoscenza. “Cerco di guardare ai monumenti senza colpa”, dice. E credo che questo sia una delle questioni particolarmente difficoltose al popolo americano, perseguitato com’è da colpa, dannazione, redenzione, un triangolo importato direttamente dall’Europa sul Mayflower.
Uno dei due storici, Julian Laverdiere, è assolutamente contro. Ed è il tipico intellettuale brillante — o che ambisce ad esserlo — uno che usa il sarcasmo per catturare il pubblico e demolire l’avversario. Apre con questa domanda retorica. “What makes sanctity of an object to make it stay perpetually?” A suo dire i monumenti sono oggetti sexy, oggetti del desiderio, generalmente voluti dai detentori di potere con il culto di se stessi — la maggior parte delle volte dittatori. Cita il Fascismo, il Nazismo, Giulio Cesare. E punta sull’azione catartica della demolizione. L’altro storico, James Grossman, il Bersani del gruppo, tira fuori l’esempio della Russia: a Mosca si è deciso di spostare nel Parco Muzeon tutte le statue e i monumenti scomodi del passato, creando una specie di cimitero del passato — io userei il termine ghetto, ma si sa, vivo ad Harlem… (!) Secondo questo storico, è la comunità che deve decidere.
I due studiosi di colore, Mabel Wilson e Brian Palmer, riconducono la presenza dei monumenti sul suolo americano alla supremazia bianca, e sostengono che l’estetica, e il concetto di bellezza, sono costruzioni della supremazia e parte del processo razzista.
Quando si passa al dibattito, è evidente che tutti si schierano, bene o male, per il “contro-monumenti” e l’unica “pro-monumenti” è la povera conservatrice, Michele.

A me sembra tutto abbastanza assurdo. I monumenti che ci riportano alla mente una parte della storia scomoda assolvono a un compito persino più importante di quelli che che sono lì per commemorare gesti eroici. Ci ricordano i momenti bui, gli sbagli. Sono un memento che quello non deve succedere più. La statua di un generale sudista è lì per dirmi che la schiavitù è esistita e che c’erano uomini pronti a morire per difenderla — follia. Se noi togliamo quella presenza, togliamo il discorso attorno ad essa. Togliamo conoscenza, dialogo. Coscienza.
E poi cosa dovremmo fare noi in Italia con tutto quello che richiama il Fascismo? Oppure con il Colosseo? — visto che Julian, me l’hai citato. Era un luogo di atroci sofferenze. Dovremmo demolirlo perché inneggia la supremazia della stirpe giulia?
Per come la vedo io, smantellare i monumenti ha la stessa efficacia del botox per contrastare l’invecchiamento…
Della miseria, ne parli soltanto quando ce l’hai sotto gli occhi. Con la rimozione non elimini il fantasma, ma lo sposti in un altro luogo — molto spesso più profondo, buio, difficilmente raggiungibile e sanabile. Freud non ha insegnato nulla? Siete davvero convinti che “occhio non vede cuore non duole”?

Bollivo come un geyser, nella mia seggiolina. Non vedevo l’ora di eruttare. Ma quando hanno aperto il Q&A, cinque, sei persone più vicine di me ai microfoni mi hanno preceduto. Ovviamente dopo ogni intervento c’è stata la risposta degli studiosi. E il tempo passava… Ed è passato talmente tanto che, arrivati finalmente al mio turno — ero l’ultima — la moderatrice ha convenuto che s’era fatta una certa, ed era l’ora di andare.

Ho fatto l’espressione da Bambi. Anche se avrei dovuto sapere che in America non funziona. Allora ho provato con lo sguardo da Medusa. Ma anche quello, evidentemente non produce grandi risultati.
Me ne sono andata con il fumo che usciva dalle orecchie — io e il mio geyser abbiamo dovuto aspettare questo Lez Muvi per sfogarci. E con una preoccupazione. Questo paese non è in grado di accettare l’ambivalenza davanti alla quale la storia ci pone. Gli americani sono per le categorie. O buoni o cattivi, statua su o statua giù. Ma la vita e la storia non sono un fumetto di Superman — pensare che siamo a Gotham City, dove Batman, con i suoi chiaroscuri, vive e vegeta. Dobbiamo imparare a convivere con quello che ci crea disagio, e che insinua in noi il dubbio. Perché se pensiamo di essere imparati, allora siamo i primi degli stolti.
Mi è dispiaciuto non poter dire quello che avevo da dire, tra l’altro nello spazio considerato la culla della libertà d’espressione.
Ma come vi dicevo in apertura, ci sono i mercoledì della scorsa settimana, dove evidentemente mi sono giocata tutta la quota di fortuna settimanale.
Se in febbraio, alla Notte della Filosofia alla Brooklyn Library, ho avuto la sfacciata fortuna di ascoltare Gayatri Spivak a circa due metri di distanza, mercoledì scorso la fortuna è stata più che sfacciata, è stata quasi spudorata. E mi ha fatto scoprire che il MoMA, quella sera, alle 6:30 pm, avrebbe ospitato un incontro dal titolo un po’ spaventoso ma molto allettante, “Authority, Appropriation and the democratic Imagination”. Fra i tre panelist, il suo nome, Homi Bhabha, che per me da sempre siede alla destra di Shiva, Vishnu e Shakti.
Per quel Movier là fuori che non lo conoscesse, Homi Bhabha oltre ad essere la quartà divinità induista (!) è un filosofo fra i massimi teorici del postcolonialismo. A lui dobbiamo il concetto di ambivalenza — applicato alla dinamica post-colonialista — ibridità, interstizio, che ha ripreso da Lacan, ripassandoli prima in una pastella di semiotica e friggendoli poi nel decostruzionsimo — fatemi fare del fun altrimenti vado sul post-strutturalismo pesante. Insegna ad Harvard, e io confesso di aver passato qualche bella settimana a spaccarmi la testolina su “I luoghi della cultura” durante i miei anni universitari.
Bhabha, da bravo demiurgo, non parla come mangia — e questo gli è valso qualche bella critica in passato. Parla in codice: a noi sta il compito di interpretare, spaccarci il cervello, far macinare le meningi. Parla in parabole derridiane.  Fosse vissuto intorno all’anno zero, ora leggeremo la Bibbia e Bhabha. 🙂
Insomma, mi scapicollo letteralmente tra la 53esima e la Settima Avenue, dove svetta il MoMA, che è diventata la mia seconda casa: se succede che sono persa tra troppe cose e non so scegliere oppure non ho voglia di scegliere, il MoMA rappresenta la mia salvezza — c’è sempre qualcosa da ascoltare/vedere/capire/non capire al MoMA. MoMA mon amour.
Arrivo sul filo di lana. E prendo posto in seconda fila, a due metri da lui, God Bhabha. A febbraio i due metri mi separavano da Spivak, a ottobre da Bhabha. C’è una mistica escatologica dietro il numero due, l’ho sempre detto.
E per un’ora e mezza si disquisisce di concetti che credo commetterei qualche atto impuro a riportare nero su bianco. Il moderatore, nonché Direttore del MoMA, Glenn Lowry, esordisce così: “One of the most exacting challenges of our times is how to rectify the imbalances of informal authority”. E via di grandi voli in cui il pensiero sfiora il presente, la politica, la moralità, i social media, l’hideous buffoon — così definisce Bhabha il presidente di questo paese. “Buffone immondo”.
Prima di cominciare il moderatore-direttore si guadagna parte dello stipendio — 1.32 millioni di dollari all’anno, stando al New York Times — esortando noi del pubblico a scrivere eventuali domande su un foglietto: ne avrebbe scelte alcune, a seconda del topic e del tempo, e le avrebbe proposte ai tre luminari, al termine. La fortuna sfacciata e spudorata, a questo punto passa al livello sgualdrina.
Non c’è tempo, e il moderatore-direttore tycoon sceglie un’unica domanda
Sceglie la mia — e qui mi sono giocata la quota di fortuna settimanale.
Questo non perché io sia particolarmente geniale, ma perché quando siete a contatto con grandi menti, la vostra mente si espande insieme alla loro. E’ l’effetto Zelig — con esiti fortunosi per l’umanità. Per questo io rimbalzo da una parte all’altra di Manhattan inseguendo dibattiti e conferenze. Per mettere la mente sotto sforzo e sperare di vederla allargarsi. ‘Na fisarmonica, ecco. 🙂
La mia domanda era molto semplice e rispecchiava il cruccio che poi sarebbe stato al centro della conferenza alla Cooper Union. Chiedeva di approfondire sul rapporto tra autorità e storia, alla luce di quello che sta succedendo a certi monumenti.
Homi naturalmente m’illumina. “La storia rappresentata e pubblicizzata attraverso i monumenti è storia come affermazione politica. Quei monumenti in realtò vengono impiegati per far perdere la memoria collettiva, non per preservarla. Il fatto è che noi esseri umani non siamo abituati a gestire l’ambivalenza, ad amare ed odiare contemporaneamente. E la storia e certi personaggi della storia e la loro rappresentazione ci mettono davanti a questo: a una coesistenza di amore e odio. Dovremmo abituarci a vivere nell’ansia e nell’ambivalenza. Sono pedagogicamente importanti”.
Devo aggiungere altro?
Alla fine, come ogni fine di ogni evento, sono combattuta tra il dileguarmi nella notte newyorkese e palesarmi davanti al guru. Di solito vince la seconda, essendo io affetta da eccesso d’incoscienza cronica. Vado da Homi e gli farfRuglio qualcosa che contiene mozziconi di enunciati tipo “Laurea, Ca’ Foscari, letteratura post-coloniale, ‘Luoghi della cultura’, da un anno a New York…”. Lui, che vede e sa tutto — homi-sciente (!) — vede il mio stato confusionale e mi ringrazia per aver studiato i suoi libri, e mi abbraccia. Un abbraccio da mentore a discepolo. Poi si dirige verso l’uscita e a quel punto vedo che porta con sé una borsa porta-documenti dalla quale capisco che oltre a un cervello sconfinato, di sconfinato ha anche il gusto. E’ la sintesi perfetta tra una Birkin e le borse dei medici sgualcite dell’‘800, che alcuni portavano in pelle, altri in tappezzeria, soprattutto nel Far West. Quando la raffinatezza intellettuale incontra quella estetica, be’, cosa vuoi che ti dica Homi, fa’ di me ciò che vuoi.

Parlando di musei… Questa settimana è toccata a un film che mette al microscopio — e alla berlina — il mondo dell’arte contemporanea. Sono andata all’IFC Center a vedere “The Square” di Ruben Ostlund, regista che osanno sin da quando creò “Force Majeure”, vincendo il premio “Un Certain Regard” a Cannes nel 2014. Sempre a Cannes, “The Square” si è aggiudicato, quest’anno, la Palma d’Oro.

Protagonista del film è Christian, direttore molto cool di un museo di arte moderna e contemporanea altrettanto cool, sito in un palazzo storico — abbinamento molto molto cool. Christian è alle prese con un’istallazione che dà il titolo al film: “The Square” è quadrato dai lati illuminati posto per terra all’ingresso del museo: una metafora del mondo, che dovrebbe essere un’agorà di diritti, doveri e responsabilità condivise e in cui dovremmo aiutarci gli uni con gli altri.
Un giorno a Christian rubano, in maniera assai grottesca, cellulare e portafogli. Di lì cominciano tutta una serie di accadimenti che lo spingono — lo spettatore con lui — a confrontarsi con questioni macro, come l’onestà, la fiducia, l’apparenza.
Christian è un personaggio connotatissimo, nel senso che in lui rivediamo il prototipo dell’intellettuale di successo. Bello, brillante, affabile, gattone. La preda perfetta per Ostlund, degno discendente di scuola svedese — Bergman, per dirne uno. Il regista passa il film a demolire il suo protagonista. No, forse non propriamente a demolirlo, ma a riportarlo su un piano della realtà che il piano della finzione su cui vive gli impedisce di vedere. Oggetto della satira del regista in realtà è il mondo dell’arte contemporanea, le sue dinamiche artefatte e opportunistiche: Christian ne è la personificazione, il fantaccio che Ostlund trafigge per arrivare al cuore della questione. E lo fa ricorrendo a quella comicità micidiale-surreale tipica del Nord Europa, e tipica di Ostlund, che ci ricorda Roy Anderson nel famigerato “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” — mai avremmo pensato di citarlo, e invece. Una comicità che non è la risata amara della commedia all’italiana. E’ una risata nata da una situazione all’apparenza reale, fin banale, ma che si trasforma in grottesca, buffa, oppure drammatica — come l’inserviente del museo che aspira per errore i sassi di un’istallazione. Oppure spiazzante, come la scena della scimmia: Christian si ritrova nell’appartamento di una sua conquista, e poco prima di passare in camera da letto — dove si terrà il rapporto più comico della storia dei rapporti — si vede una scimmia attraversare il salotto, sedersi sul divano e mettersi tranquillamente a disegnare.
Di Anderson, Ostlund sembra mutuare anche il linguaggio episodico. E’ come se il film, in fondo, fosse una sequenza di vignette, ora grottesche, ora spietate, in cui nessun giudizio è espresso. Christian sembrerebbe capire qualcosa, alla fine del film. Forse tutto quello che gli è capitato, l’ha fatto ragionare. Ma non ne abbiamo la certezza…
“The Square” tocca molti punti dolenti della dolente umanità che siamo — forse troppi, e questo probabilmente lo rende meno compatto di quello che era stato il capolavoro “Force Majeure”, un ecosistema in cui tutto si teneva perfettamente.
L’umanità, la volontà di aiutare l’altro sono analizzati sia attraverso i gesti quotidiani di Christian, che si guarda bene dal fare l’elemosina a un povero homeless in un centro commerciale, ma che non si fa scrupoli a sfruttarlo chiedendogli di guardargli le borse dello shopping mentre va a raccattare le figlie. Sia attraverso le modalità che l’art-biz sta adottando. Esilarante, in questo senso, la coppia di esperti marketing che vende al museo il video per lanciare l’istallazione: una bambina povera che salta in aria in mezzo a “The Square” — e che determinerà il licenziamento di Christian. Inquietante la scena della cena con i Patrons del museo, in cui un artista si comporta come una scimmia — ritorno della scimmia — inscenando un happening/flashmob in cui la reazione degli invitati dice molto su quanto la pavidità sia caratteristica prima del genere umano…
Il film ha una conclusione non-conclusione che magari può lasciare perplessi. A me non ha sortito quell’effetto. Chiudere su un primo piano delle figlie di Christian, ci fa pensare, ma che diavolo di mondo stiamo dando in mano ai nosti figli? Un mondo di apparenze, di fuffa, di video demenziali su youtube, di arte che allude a ideali positivi, ma che molto spesso è vacuo dèjà-vu di un déjà-vu?
Film per palati raffinati. Ma pensate che il palato di tutti, in potenza, lo è.

Sono arrivata alla fine anche per oggi.
Prima di salutarvi, un breve sondaggio. Siete interessati alla coppia Richard Gere-Italo Calvino? Oppure a Nanni Moretti? Oppure alla coppia Vittorio Storaro-Ed Lachman? 🙂

Frunyc II aggiornato al solito posto, ringraziamenti di rigore, e saluti, irosamente cinematografici.

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