LET’S MOVIE 359 from NYC – commenta “L’AMANT DOUBLE” di François Ozon

LET’S MOVIE 359 from NYC – commenta “L’AMANT DOUBLE” di François Ozon

Maryland, Moviers,

è lo stato che ho sempre associato a “The Blair Witch Project”. Il film che nel 1999 spaventò mezzo mondo. Ma non me. O forse dovrei dire me soprattutto. Sono riuscita a guardarlo solo nel 2007 (!). Con 8 anni di vita in più sulle spalle pensavo me la sarei cavata. Non me la sono, ovviamente. Da allora per me il Maryland è foreste sinistre infestate da spiriti di streghe e spettri di bambini morti ammazzati. Non è quel che si dice lo stato ideale in cui andare a far gite.
E qui potrei aprire tutt’un capitolo sull’inquietante che popola i boschi. Ma la maggior parte di voi risiede in Trentino, e/o è amante di monti e verzure, e sentirne evocare il lato dark può esservi sgradevole. Però, dico io, ci sarà un motivo per cui anche Lui, il Sommo, il Dante internazionale, immagina oscura la selva in mezzo a cui si ritrova dopo aver smarrito la diritta via. La narratologia del bosco fatato popolato da gnomi gentili e ninfe belle come Kate Moss è un fenomeno più recente, che possiamo far risalire agli anni ’70, quando i funghi smisero di condire il risotto e divennero i migliori amici di notti allucinogggene… Ma concordate con me: il bosco può essere un luogo ambiguo, in cui il silenzio non è mai veramente silenzio, in cui non sei mai veramente solo. C’è sempre qualche presenza presente, un paio d’occhi che ti tengono d’occhio. E quella che la maggior parte dei viandanti prende per pace, quiete, tranquillità, non è altro che una prospettiva Heidi-mit-Peter dai contorni New Age che cozza violentemente contro quella proposta da “The Blair Witch Project” e dal Maryland.

Però il Maryland non è solo foreste piene di streghe assassine. Il Maryland è anche lo stato che ospita Baltimora, ed è lì, a Baltimora, che il destino mi ha condotto, domenica scorsa.
Perché? Be’, perché Baltimora è un sacco di cose. Innanzitutto ha dato i natali a tanti “certi”. Un certo Edgar Allan Poe, che fece sicuramente da apripista per la strega di Blair. Un certo Philip Glass, padre della musica minimalista che ha confezionato fior fiore di colonne sonore. Un certo Dashiell Hammet, dalla cui penna uscì un certo “Falcone Maltese”. Una certa Billie Holiday, che cambiò la storia della musica mondiale. Un certo Edward Norton, che come fa il cattivo lui, nessuno mai. E una certa Gertrude Stein, che magari a voi non dice nulla, ma che a me dice fantabulosa collezionista d’arte, poetessa rivoluzionaria, amicissima di Hemingway, Picasso, Modigliani e tutta la Lost Generation nella Parigi anni ’20. E poi un certo Frank Zappa, che voi sapete chi sia meglio di me. Quindi Baltimora vanta. E se siete stati a vedere “The Shape of Water” e tra una scena comica e una scena struggente vi siete chiesti in quale città fosse ambientato, be’, ora avete la risposta.

Personalmente volevo andarci per il BMA, il Baltimore Museum of Art. Così come la Yale Art Gallery di New Haven, il BMA è un caveau di meraviglie, gratuito, e a due passi dalla John Hopkins University e il suo campus — ovviamente trovate tutto nel Frunyc III. 🙂
E fatemi dire della John Hopkins. Pur non essendo nell’ivy league, è considerata uno dei migliori atenei al mondo: occupa il decimo posto nella Best Global Universities Ranking List — indovinate un po’ chi ci sta al primo posto… H _ _ _ _ _ D. Come tante università americane, il campus è praticamente una città. Quello della John Hopkins in modo particolare. E assomiglia in modo imbarazzante a quello di Harvard, la prima della classe sempre e dovunque — si tratterà di plagio? Edifici in mattoni rossi, inserti e steccati in legno bianco, intervallati da giardini, di solito di forma rettan-quadrangolare. Luci soffuse da lampioni simil ottocenteschi. Poi sbirci nella biblioteca, oltre il cartello “Shirt and shoes required” — i nerd scordano l’una e sembrano preferire alle altre le ciabatte con calzino — vedi tutti chini sui loro MAC bianchi. Quindi, di ottocentesco, rimane solo l’idea.
La retta annuale — leggo dal sito della John Hopkins — ammonta a $52,170. Moltiplicatela per quattro e aggiungete le spese per l’alloggio e il vitto, e capirete perché gli studenti americani finiscono di pagare il loro debito universitario ben oltre i quarant’anni. Come possano, a questo, aggiungervi mutui per la casa e acquistare quantità abominevoli di cibo, rimane un mistero.

Ma tornando al BMA. Tale e quale al Yale Art Gallery. Un tesoro pieno di tesori. La collezione di Matisse più grande al mondo — fra le streghe di Blair! Tra cui il “Nudo rosa sdraiato”, una delle tele più iconiche dell’artista francese. M’è preso un colpo quando l’ho vista. Siamo pur sempre fra le streghe di Blair.
Davanti a un grande tondo del Botticelli, con circonferenza giottesca, volevo piangere. Botticelli qui in America mi fa quest’effetto, scusate. Se aggiungete anche il ritratto di Pia di Monferrato di Raffaello, si potrebbe anche aver bisogno di un tranquillante. Non ricordo l’ultima volta che ho visto un Raffaello in Italia. Trovarlo in America è un miracolo, un dono per il quale non saprei chi ringraziare. Ma così come con tutte le opere straniere presenti qui, non posso fare a meno di pensare al saccheggio che è stato fatto. Cosa succederebbe se tutta l’arte italiana sparsa per il mondo tornasse magicamente a casa? E’ una domanda un po’ sciocca e assai sterile: l’arte è il nostro primo e insuperabile biglietto da visita — altro che Slow Food e Eataly… Ci fa bene averla in giro per il mondo, parla di noi, molto più di certo marketing selvaggio che le regioni italiane si dannano l’anima per attivare qui — soprattutto a New York City. Eppure quella domanda — cosa succederebbe se un giorno tutta l’arte italiana sparsa per il mondo tornasse magicamente a casa? — continuo a pormela ogni volta che m’imbatto in un capolavoro italiano all’estero.
Ma al BMA non c’era solo l’Italia. Due Van Gogh, Gaugain, un Periodo Blu di Picasso tra i più straordinari che io abbia mai visto, poi Mirò, e “La Montaigne Saint-Victoire” di Cezanne, il quadro che diede il via al cubismo. E Giacometti, Magritte, ma anche dei mosaici del secondo secolo che dio solo sa come abbiano fatto ad arrivare fino a lì sani e salvi.
La collezione di dipinti moderni si deve tutta alle sorelle Coen, due abbienti baltimorose con l’ossessione compulsione per l’acquisto di opere d’arte, all’inizio del ‘900. Se le sono godute in vita, e poi le hanno lasciate al BMA — nel Frunyc III trovate una foto che le ritrae con la citata Gertrude Stein, a Settignano. 🙂 Un applauso alle Coen.

Se poi siete dei patiti di architettura, a Baltimora ci andate per vedere l’edificio strabiliante del MICA, il Maryland Institute College of Art. Se siete sfacciati come il vostro Board, potete anche intrufolarvi dentro, mescolarvi tra i ragazzi con i capelli verdi o arancione sbiadito, e le scarpe in pendant… Tre moduli di vetro opaco e acciaio appoggiati accanto a una struttura tipicamente baltimoresca di mattoni rossi. L’opacità del vetro la mescola con il cielo e l’assurge —assurge??— a configurazione impatto zero. E’ buffo perché sul lato opposto della strada svetta una chiesa simil gotica che avrebbe fatto la gioia di Poe ma che non c’entra un ficosecco con il MICA. Eppure, dico io, il post-post-post-modernismo ci ha permesso questo: il non azzeccarci.
Il mio entusiasmo per questa città dal look color cotto e l’anima nera — e non solo per l’horror di Poe e delle streghe di Blair, ma anche per l’alto tasso di criminalità che da sempre la piaga, tanto da valerle il nome di “Bodymore, Murderland” in luogo di “Baltimore, Maryland”, macabri burloni che sono — il mio entusiasmo, dicevo, ovviamente è sempre commisurato alla mia domiciliazione a NYC. Baltimora può essere pittoresca, con tutto quel rossastro un po’ British, con quella tranquillità da provincia. Tutto questo va bene per una gita fuoriporta — 220 miglia da NYC, poco più di tre ore. Viverci? No, thank you. Ma questo forse dipende da New York City. Come si farà a vivere in un altro posto che non sia New York?
Correndo il rischio di precipitare nel banale e nel déjà-dit, posso solo dire che questo, lo scoprirò solo vivendo. Al momento non riesco a darmi una risposta. Nessuno è riuscito a darmela.

Visto al Quad Cinema nel Greenwich Village, il film della settimana è “L’amant double” del nostro François Ozon. Quell’amato François Ozon di “Nella Casa”, “The Swimming Pool”, “Giovane e bella”, “Frantz”… Un regista che, soprattutto in alcuni film come “Giovane e bella” e “L’amant double”, scrive il cinema fregandosene assai della trametta. La trametta la cerchiamo nel mainstream che ci travolge quotidianamante. Ozon ci propone altro, qualcosa di celebrale e al contempo profondamente carnale. D’una carnalità tutta psicologica in un thriller dall’erotismo artico come il Polo. Avete capito che gli opposti sono i veri protagonisti del film. Gli opposti, che seguendo questo gioco della perversione, diventano, per inquietante incanto, gemelli.

Chloe, giovane, bellissima, magnificamente emaciata — l’incarnazione, o forse dovremmo dire, la scarnificazione del tipo tormentato francese — si reca da uno psicologo per risolvere i suoi problemi. Soffre di terribili dolori al ventre, che imputa al cattivo rapporto con la madre. Paul, lo psicologo impiega giusto qualche seduta a innamorarsi follemente di lei, e i due, dopo poco, vanno ad abitare insieme. Ma come dicevamo, a Ozon non interessano i dettagli del plot. A Ozon interessa la psiche che lavora dietro il corpo di ogni personaggio. E scopriremo che Paul nasconde un lato oscuro della propria vita che non vuole rivelare alla compagna. Un fratello gemello, Louis, dal carattere completamente opposto al suo. Violento, ribelle, arrogante.
Come facciamo noi spettatori a conoscere il carattere di questo doppio Mister Hyde? Ebbene Fellows, se volete nascondere qualcosa alla vostra compagna, non nascondeteglielo. Perché lei indagherà finché non troverà qualcosa… E Chloe scopre che anche Louis fa lo psicologo. E guess what? Decide di prendere un appuntamento. E guess what again? Di diventare la sua amante, in un gioco malato di compensazione d’una mancanza: in Paul trova il compagno dolce, fedele, amorevole. In Louis, il partner di letto che le fa scoprire le gioie dell’animalità che si possono scoprire solo nell’orizzontalità… Visto che Paul non le rivela nulla del suo passato, lo sentirà dalla campana di Louis: Paul è sempre stato geloso di lui, che è il gemello dominante: tra due gemelli capita talvolta che uno dei due sia più forte, in genere il primo a venire al mondo. In certi casi il gemello dominante finisce per inglobare — per uccidere — il gemello recessivo, diventare un unico feto, e portarlo in sé per sempre… Sì, è tutto molto scary. Ma seguitemi…
Ovviamente il menage à trois, come la maggior parte dei menages à trois, ha le ore contate. Ed è aggravato, in questo caso, dal fatto che Chloe scopre di essere incinta. Ma di chi? Gemello uno o gemello due?
In una scena dall’alto tasso Brian de Palma, la donna si ritrova con entrambi i fratelli davanti. Ha una pistola in mano, come maestro Hitchcock vorrebbe. Deve sparare e far fuori Louis, il cattivo, il bastardo che l’ha portata fuori strada dopo che aveva incontrato l’amore. Sì, deve far fuori lui, proprio lui, Louis (!). Ma come fare? Come fare? La sorte. Chloe si affida alla sorte e spara. Bum.
E mentre uno dei due precipita a terra colpito al cuore, il ventre di lei comincia a muoversi. Di quei movimenti alla Alien che tante tribolazioni erano costate a Sigurney Weaver. E da lì, dal suo ventre, spunta fuori il frutto marcio che tutto ha originato, il pomo della discordia letteralmente cresciuto in grembo alla donna…
E come reagireste ora se vi dicessi che tutto quello che fin qui avete letto — visto, fate conto — altri non era che la proiezione di una mente lesa? Una psiche affetta da un grave dolore subito da piccola — e un conseguente pessimo rapporto con la madre — che ha costruito — nutrito, potremmo dire — una narrazione distorta della propria realtà proiettando all’esterno un doppio, un gemello uguale e opposto del proprio compagno? Ebbene sì, nessun Louis, nessun gemello cattivo. Ma il dolore per una sorella perduta! E la costruzione si palesa attraverso elementi della realtà reinterpretati in chiave inconscia: come per esempio la spilla a forma di gatto che “Louis” le regala e che poi ritroviamo sul cappotto della madre di Chloe.
Genio Ozon!
“L’amant double” è una rete di rimandi. Abbiamo citato De Palma, Hitchcock: Hitchcock è talmente presente in talemente tante scene da farvi dubitare della paternità ozoniana della sceneggiatura, che, de facto, si rifa a un romanzo breve di Joyce Carol Oates. E credetemi, la letteralità del tessuto narrativo di partenza traspare sullo schermo in ogni fotogramma e ci fa ricordare quanto il regista sia sempre devoto alla parola scritta — legato al punto tale d’aver costruito, intorno alla parola scritta, un intero film, il mirabile thriller verbale “Nella casa”.
Ma la specialità di questo regista, sta anche nell’abilità di trasformare il verbo in carne. In “L’amant double” la carnalità è protagonista fin dal primo fotogramma: un’ispezione che dalla vagina della protagonista passa, in un rapidissimo gioco di camera, alle labbra della protagonista — from lips to lips sort of… Un’apertura così scioccante, così freudianamente-foucaltianamente esplicita nell’avvolgere carne e sguardo in un rapporto inestricabile, problematicamente inscindibile. Una scena come questa non può non far chiamare all’appello Bunuel — ve lo ricordate l’occhio e il rasoio di “Un chien andalou”? Ecco, io non me li scordo più. Ma dovremmo a mio avviso citare tutta la poetica surrealista, alternando fra letteratura e pittura, e nominare le atmosfere morbose di Salvador Dalì e Tanguy, o il Duchamp di Étant donnés: 1. La chute d’eau, 2. Le gaz d’éclairage (Given: 1. The Waterfall, 2. The Illuminating Gas. E se vi prendeste la briga di leggere il primo punto del Manifesto del Surrealismo di André Breton, vedreste “L’amant double” dipanarsi davanti ai vostri occhi come il più semplice dei rebus — “Automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza d’ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale”.

Il funzionamento reale del pensiero in assenza di ogni preoccupazione estetica o morale. “L’amant double” se ne infischia di qualsiasi moralità. Chloe, nella macchinazione che la sua mente costruisce, segue l’impulso carnale senza badare alle conseguenze etiche del suo gesto. Si fa s-battere da Louis e non c’è legge morale alcuna che possa impedirglielo. Il cinema di Ozon disvela il meccanismo mistificatorio che ogni essere umano cela nei meandri della propria psiche. E questo è un tema ricorrente nella sua poetica cienamtografica che, pur imparando le lezioni dei grandi registi/artisti del passato, non copia mai sterilmente da loro. Ozon non è un derivativo, è un vero ricreativo. Interiorizza e ricrea. E arreda gli interni della sua costruzione cinematografica con dei segni che ci aiutano a decodificare il mistero che ha intessuto per noi: Ozon ci getta in mezzo all’enigma, ma ci rimane, in qualche modo, sempre accanto — lo faceva anche il citato Dio Hitchcock, e forse quella era un’espressione del suo immenso egocentrismo, del voler essere onnipresente…
Esempi? Be’, gli specchi. Il film è costellato di specchi dall’inizio alla fine, e il climax si ha nella scena madre, quella con i due gemelli e Chloe, la cui testa è sempre riflessa, come se ella stessa fosse un essere a due teste, che rinvia, col senno di poi, a quella della sorella perduta.
Come si evince chiaramente, il cinema non è mai puro intrattenimento in Ozon. Scava là dove non vogliamo guardare. Fa, appunto, quello che i surrealisti facevano, riportando in superficie gli oggetti ambigui che nuotano nelle acque scure del nostro inconscio. Fa quello che David Lynch fa: lascia che il perturbante invada la scena, e intrida lo spettatore fino al midollo. Lo spettatore può non capire fino in fondo, rimanere scioccato, contrariato, irritato. Certo è che non può rimanere indifferente.
Ozon vince. Ma affrontatelo con lo spirito giusto. Come se vi sedeste a giocare a una nuova forma di “Cadavre Esquis”, con un regista che, mentre voi cercate di racappezzarvi, ha pensato a tutto, e sta lì a guardarvi…

E anche per oggi è tutto, Moviers. Frunyc III aggiornato con le foto del BMA, di Baltimora e di altro, ringraziamenti sempre vivi vivissimi e saluti, stasera, americanamente cinematografici,

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