LET’S MOVIE 430 da NYC commenta “LA NOTTE” di Michelangelo Antonioni

LET’S MOVIE 430 da NYC commenta “LA NOTTE” di Michelangelo Antonioni

Munizioni, Moviers,

e fucili, ma soprattutto munizioni. È questa la lista della spesa di un bel po’ di americani del Midwest e dell’America meridionale.
Tanti di voi che in questi giorni mi hanno amorevolmente raggiunto per chiedermi news, mi hanno indicato, inorridditi, la lista della spesa all’odor di polvere da sparo. Credo che per capirla, uno debba andare molto indietro nel tempo, e guardare alla genesi di questo paese, che ha avuto luogo attraverso la violenza. La terra espropriata a forza dai nativi. La terra strappata a forza a una Natura sovrana e molto spesso inospitale, dal Far West alle paludi della Louisiana. Il patrimonio genetico storico americano è fatto per il 99% di “impiccalo più in alto”, di giustizia fatta con le proprie mani, sovente, appunto, a forma di cappio. Lo Stato, in America, arriva tardi.
Se alle elementari vi siete presi l’influenza durante la settimana in cui la maestra ha spiegato le moltiplicazioni, forse avete impiegato il doppio del tempo dei vostri compagni a capire il riporto. Ecco, l’America ha sofferto una mancanza, quella di res civica. Ovvero il senso che ci sia una forza istituzionale superiore che non solo regolamenta, ma anche che tutela, la vita dei cittadini.
Come essere orfani di un genitore. Te la cavi comunque, ma devi trovare il modo di colmare l’assenza.

Gli americani colmano quel vuoto riempiendolo di munizioni. Se le cose si mettono male, “if things go bad”, non posso permettermi di confidare nelle forze dell’ordine —se siete non-bianchi, quest’ipotesi sembra inquietantemente verosimile—posso solo confidare in me stesso e nelle mie forze. Se sono armate, avranno qualche possibilità in più di farcela.
Quindi, munizioni e AR-15.

Le persone in fila fuori dai gun-shop di mezza America, hanno risposto più o meno in questi termini agli intervistatori che chiedevano loro, il Coronavirus si combatte con le armi?
“No, it’s just to stay safer”. Per sentirsi più sicuri. Ovvero. Se l’ordine civile crolla, messo sotto pressione da un evento eccezionale come una pandemia, io devo badare a me stesso. Dietro quelle smozzicate parole, strappate a una bocca che molto spesso mastica risentimento e delusione, intravediamo una sfiducia totale nei confronti del proprio paese.
“Se l’ordine civile crolla”. Pensiamoci un po’. In Italia, per quanto messi male sotto tantissimi aspetti, non mettiamo in dubbio l’ordine civile della società. Forse il periodo delle Brigate Rosse ci era andato pericolosamente vicino, ma alla fine l’abbiamo scampata.

In più, gli americani —sto parlando di americani con un basso livello di istruzione e con una visione molto ristretta del mondo, non di tutti gli americani— quegli americani sovrappongono alla realtà, il cinema.
“Cioè, nei film, se arrivano gli zombi, non è che aspetti la polizia, giusto? Gli devi sparare tu”.
Anche questa è stata una risposta data a un giornalista.
Gli zombi.

Ora, è evidente che non possiamo fermare la fantasia degli sceneggiatori perché là fuori ci sono degli individui che credono che i morti viventi, un giorno, lasceranno le loro fosse e ci attacheranno. Però è altrettanto evidente che film apocalittici o post-apocalittici come Doomsday, The Road, Eli, hanno minato ancora di più la fiducia del cittadino-spettatore nella capacità delle autorità di gestire situazioni estreme, una fiducia che, come abbiamo visto, è sempre stata molto labile.

Poi c’è anche da dire che il governo americano ci ha messo del suo. Nei disastri seguiti a uragani come Katrina, Sandy e Harvey per citare i pezzi da novanta, il governo ha agito in maniera lenta e disorganizzata. L’americano medio avrà anche dei dubbi gusti cinematografici, ma non scorda certe scene viste a New Orleans che hanno segnato il suo paese.

Allora vedete, non mi stupisco —ma certo rabbrividisco— quando immagino il film che un cittadino del North Dakota si fa in testa all’idea di un imminente svuotamento di supermercati, oppure sovraffollamento degli ospedali. Se c’è un’ultima lattina di fagioli sullo scaffale, e ne va della mia vita o della tua, il mio AR-15 mi dà più probabilità che il contenuto di quella lattina finisca nel mio stomaco, non nel tuo.
E’ un esempio molto estremo, questo, ma illustra il modo mors-tua-vita-mea di (s)ragionare in una situazione di forte stress.

Avete notato come la percezione del tempo cambi, durante una pandemia di questo tipo? Mi sembra sia passata un’era geologica da domenica scorsa, quando avevo lasciato i newyorkesi a godersi, ignari, la loro prima domenica di primavera.
La città ha fatto i conti con la realtà del virus e da lunedì abbiamo assistito a un’escalation di provvedimenti. Prima la chisura delle scuole, poi dei ristoranti e dei bar, fino ad arrivare a ieri con lo shutdown degli esercizi commerciali non essenaziali.
 
E’ tutt’ora in corso un braccio di ferro tra De Blasio e Cuomo. Il sindaco vorrebbe lo shelter-in-place, il domicilio coatto sul modello italiano e californiano. Cuomo dice no way. Il timore è un fuggifuggi selvaggio dalla città che diffonderebbe ancora di più il virus. Quindi al momento tutto è chiuso, ma le persone possono ancora uscire, correre, fare due passi.
Ovviamente il numero di contagi è aumentato esponenzialmente, anche perché finalmente si cominciano a fare i tamponi —anche grazie a quelli arrivati da Brescia, e questa è un’altra grana di cui qualcuno dovrà rendere conto, prima o poi.

Anche qui i problemi sono gli stessi che in Italia. Carenza di respiratori, mascherine, posti letto. Si stanno prendendo misure straordinarie. Una di queste si è ripercossa sulla testa dei poveri studenti NYU. Li hanno evacuati tutti per riconvertire i dormitori dell’università, all’evenienza, in ospedali da campo. E lo stesso si sta facendo con vecchi alberghi in giro per la città.
I poveri studenti hanno imballato le loro cose e sono tornati da mammà.

Mercoledì dovevo passare alla biblioteca dell’FIT, e ci sono passata.
Prendo la metro alla 110ima, e arrivo alla 42esima. La fermata di Times Square non sembra più la stessa. Pochissime persone. Vagoni praticamente vuoti. Se la raffronto con la Times Square di sempre, in cui le persone sembrano lievitare tanta è l’energia che le ascisse e le ordinate dei loro tragitti incrociati sprigionano, questo sembra un altro posto.
Alla 28esima, scendo. Anche per strada le persone sono meno, molte meno del solito.
Tiro un sospiro di sollievo, e dico, i newyorkesi si stanno convincendo della serietà della situazione.
Appena aggiusto gli occhi, però, mi rendo conto che, per quanto le persone siano meno, ci sono comunque. Ce ne sono ancora troppe.

Di loro, si e no il 20% porta la mascherina. Molti, hanno la bocca coperta da una sciarpa, un foulard, da tutto quello che può mimare la funzione di una mascherina, ma senza scientificamente riuscirci.
Anch’io ne sono sprovvista —non si trovano più. Allora trattengo il fiato più che posso. E’ stupido e inutile, ma lo faccio.
Ora che non ho più accesso a una piscina, sarà questo il mio nuoto?

Percorro la 23esima tra la Settima Avenue e la Sesta.
Cammino come se fosse l’ultimo giorno in cui mi è liberamente permesso. Arriverà presto un’ordinanza, mi dico. E non potrò più farlo senza un bisogno da dimostrare, un’autocertificazione da esibire. 
Allora, vincerà la necessità.
 
Tutto mi arriva molto nitido. La consistenza delle cose. I loro profili. Noto quello che normalmente non noto. In alto, in basso.
Lassù certi cornicioni bianchi e terracotta che scrivono il cielo con callligrafia newyorkese.
Quaggiù, impresso nel cemento, il calco di una forbice. Sollevo di poco lo sguardo. Incontra l’ingresso di un barbiere. Made Man Barbershop.
Sorrido.
 
Lo stay-home che cerco di autoimpormi fino a quando non sarà legge, è bell’e infranto, quindi proseguo fino alla Libreria Rizzoli, nell’area NoMad, a due passi dal Flatiron Building. Giusto per toccare con mano un po’ di parole.
Troppo tardi.
Sulla porta mi accoglie un avviso.
Rizzoli Bookstore will be closed until further notice to help protect our customers
Faccio il percorso a ritroso e mi spingo giù fino alla 21esima, dove c’è Trader’s Joe. La fila, fuori dal supermercato è ordinata, silenziosa.
 
Ieri, sabato, sono tornata lì, fra la Sesta e la 21esima. Mercoledì avevo visto un pusher di mascherine.
Ai tempi del Coronavirus, sono le mascherine, le sostanze stupefacenti che si vendono sottobanco.
Non c’era più.
Mi maledico per non averlo avvicinato l’altro giorno.
“How much, bro?”, avrei dovuto chiedergli, guardandomi le scarpe e sperando che non sparasse una cifra da assicurazione sanitaria.
 
Ho notato la differenza con mercoledì. Le persone erano molte molte meno in giro, e molto più mascherinate. L’unica fila, era sempre quella fuori da Trader’s Joe. Molto rispettosa dei 6 feet di social distancing imposti dal virus, prima che dalle direttive sanitarie.
Sulla via del ritorno a casa, mi sono fermata a Times Square, luogo che di solito evito volentieri. Ho fatto due passi fino a Bryant Park.
Le strade, vuote. Il silenzio, assordante.
È proprio quello, più che l’assenza delle persone, a colpirmi come un pugno.
Non avrei mai pensato di rabbrividire sentendo gli uccellini a Times Square.
 
Sono anche i muscoli, che mi preoccupano, Moviers. La memoria che è inscritta in loro.
Da qualche giorno, ho cominciato ad allontanarmi dalle persone. Se un marciapiede è più sgombro del suo gemello di fronte, attraverso la strada. Correndo, schivo i passanti o gli altri corridori un bel po’ prima di incrociarli.
Le mie gambe hanno un cervello e vanno dove è sicuro prima ancora che lo pensi.
 
Penso a quanto tempo impiegheranno i muscoli a reimparare la nostra grammatica. Quella italiana. Che parla gli abbracci, i baci, il modo che abbiamo di starci vicini.
Poi penso a quando finalmente riporteremo alla luce quella lingua, sepolta viva, dentro di noi.
Dopo tutto, quel tesoro ci attende.

Visto che le sale cinematografiche ci sono negate, noi aggiriamo il problema con scioltezza e ci affidiamo a Kanopy, una piattaforma strepitosa con più di 30.000 film e documentari a disposizione. Nata inizialmente per essere gratuita, è stata poi resa disponibile a certe biblioteche del New Jersey, e a docenti e studenti universitari. Kanopy è il bengodi dei cinefili. Ci trovate classici italiani della serie “I vitelloni” e classici moderni tipo “Lo chiamavano Jeeg Robot”. E questo per il comparto italiano. Moltiplicatelo per tutti i paesi del mondo.

In questi giorni obliqui, in cui l’umanità è stata scossa nel profondo, ho fatto un tuffo nel cinema autoriale.
E ho visto la trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni.
Non guardatemi con gli occhi sei-matta-in-un-momento-del-genere??
È proprio in un momento del genere che bisogna riprendere in mano i classici, e interrogarli. Questo sono i classici, oracoli. E sì, anche miracoli.

Siccome avevo visto, ancora in Italia, “L’avventura” — uno dei capolavori insuperati del cinema mondiale, al sicuro nella mia personale rosa dei gioielli più amati — e siccome avevo visto al MoMA “Deserto rosso” — altro capolavoro, per quanto molto più provante — ho deciso di completare la tetralogia cominciata proprio con “L’avventura” e “Deserto rosso”, e di vedere “L’eclisse” e “La Notte”.

Vi parlo de “La notte” (1961) perché mi ha colpito di più. E anche perché fra Alain Delon e Marcello Mastroianni, decido di onorare Marcello — l’attore più bravo del cinema, l’uomo, obbiettivamente, più bello della terra. Monica Vitti, musa antoniana, è sempre lei. Sempre monumentale. Francamente, non mi spiego perché si tenda a dimenticarla, a non aggiungerla mai al trittico italiano Magnani, Mangano, Loren. Monica Vitti merita di diritto il quarto scranno.

Temporalmente, “La notte”, è più o meno come il romanzo “Mrs Dalloway” di Virginia Woolf. Dura un giorno, dal mattino fino all’alba del giorno dopo. Solo che nel film di Antonioni i protagonisti sono due, marito e moglie, Lidia (Jeanne Moureau) e Giovanni (il nostro Marcello), una coppia borghese, nella Milano del boom economico. Giovanni è uno scrittore di successo, ma in crisi di contenuti — Jep Gambardella potrebbe essere suo degno discendente, chissà se Sorrentino lo sa (certo che lo sa). Capiamo che Lidia è ricca di famiglia, quindi provvede un po’ a entrambi, e questo già mette Giovanni in una posizione di sudditanza nei suoi confronti.
Lidia è primariamente annoiata dalla vita, da tutto. Quell’ennui che percorre così tanta produzione letteraia e cinematografica coeava al film —si pensi al grande romanzo di Moravia, “La noia”. E che non coglie solo lei, ma anche il personaggio di Valentina, che incontreremo più avanti — “adesso sento che mi ripiglia: è come la tristezza di un cane” (come la tristezza di un cane…Ti amo, Michelangelo!).

La giornata che porta alla notte del titolo comincia con una visita in un ospedale dove è ricoverato Tommaso, noto scrittore, mentore di Lidia e amico di Giovanni. Poi si passa a una presentazione dell’ultimo libro di Giovanni con l’intellighenzia milanese riunita attorno a tartine e aperitivi, in cui la crisi dei contenuti esce fuori in una semplice fulminea battuta.
“Cosa ci sta preparando di nuovo?”
Il “niente” della risposta di Giovanni è il necrologio dell’ispirazione.

Nel frattempo Lidia prende a vagare per la città. Una flanerie che è una specie di film-nel-film, che la porta in vari quartieri della città mostrandone i vari volti. Il traffico del centro, il silenzio della periferia, lo squallore memore della guerra, la ruspanza di alcuni ragazzi di quartiere che si menano per passare il tempo —indubbiamente cugini dei borgatari ragazzi di vita pasoliniani.
Questa passeggiata urbana diurna per Milano di Lidia, mi ha riportato alla mente la passeggiata urbana notturna per Parigi che si concede sempre Jean Moureau, nei panni di Florence, in “Ascensore per il patibolo”, di Louis Malle. Osservandole, uno spettatore, ha la sensazione che siano più che semplice camminate per una città. Sono misurate espressioni di spaesamento e controllata angoscia esistenziale, che racchiudono e seminano, nei passi, un intero Zeitgeist.

E poi comincia la lunga notte del titolo. La coppia va prima in un locale notturno, dove una bella ballerina di colore si esibisce in una danza dalle forti tinte erotiche. Poi i due, annoiati, se ne vanno al party del Gherardini, un ricco cumenda brianzolo.

Villona, piscinona, l’alta borghesia di una Milano che negli anni ’80 sarebbe stata tutta da bere.
Lidia intravede Valentina, la figlia dell’industriale, e, in un piano tra il peverso e l’incomprensibile, cerca di spingerla fra le braccia del marito, riuscendovi, in parte. Giovanni è attratto da Valentina, tanto bella quanto tormentata, ma crede ancora di amare Lidia. Lidia, di converso, gli dice, no Giovanni, è troppo tardi. Ma non è fredda, aggiunge, lucidamente disperata, “Se stasera ho voglia di morire, è perché non ti amo più. Sono disperata per questo. Vorrei essere già vecchia per averti dedicato tutta la mia vita. Vorrei non esistere più, perché non posso più amarti.”
E Giovanni non è da meno. “Non ti ho dato niente. È strano come soltanto oggi mi rendo conto di quanto ciò che si dà agli altri finisca con il giovare a se stessi”.
I dialoghi sono talmente ricchi, nelle poche parole che impiegano, talmente letterari, che ti viene voglia di stoppare il film e segnarti tutte le battute.
  
Nella scena finale, e alla fine della notte, con l’alba ormai in cielo, una scena che concettualmente ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, Lidia e Giovanni si allontanano dalla villa a piedi e siedono in un prato. Lidia gli legge una lettera d’amore. Giovanni chiede, “chi l’ha scritta?”. E Lidia gli risponde: “Tu”.
Non riconoscendosi nemmeno più nelle proprie parole —lui che per giunta è uno scrittore!— Giovanni tocca il punto massimo dell’alienazione, sancisce la resa della comunicabilità. Se nemmeno io, scrittore, riconosco le mie stesse parole d’amore, che speranza abbiamo di stabilire una connesione autentica con l’altro? Di comunicare con lui? Di capirci?
Nel frattempo Tommaso, il vero intellettuale, incontrato al mattino in un letto di ospedale, muore. Il custode della verità e della parola non è più.

Dopo questo momento di grande potenza concettuale, il momento di spinta carnale. I due giacciono in un amplesso convulso, quasi animalesco. Vista l’impossibilità di capirsi attraverso il dialogo —luogo cerebrale— Antonioni sembra dirci, non ci rimane che l’atto fisico, primitivo, il corpo —luogo carnale. Lo stesso aveva fatto Moravia ne “La noia”, dove l’unica parvenza di comprensione reciproca che riuscivano a stabilire Dino e Cecilia, era attraverso il rapporto fisico.
Si conclude il film qui, significativamente qui, in un’alba che è ben più dell’alba di Lidia e Giovanni. E’ l’alba dell’umano, il momento indefinito fra giorno e notte, tra fine e inizio — o inizio e fine. Un cielo bianco sopra, un silenzio vuoto —o pregno?— tutt’intorno.

Ai tempi del Coronavirus, in cui il social distancing impera, il luogo carnale di Antonioni non è propriamente agibile. Chissà se è possibile tornare a riempiere la parola, svuotata dai suoi significati, e usarla come strumento di vicinanza, di verità, come prima degli anni ‘60?
Io dico ci provo. Proviamoci.

Ecco Fellows, sono arrivata in fondo. Il mio viaggio all’interno del cinema d’essai continuerà la settimana prossima. Certo, mi manca la sala cinematografica — Lez Muvi è nato lì, in sala — ma ai tempi del Coronavirus, considero Kanopy una benedizione celeste. Magari riuscite a procurarvi anche voi questi classici, su qualche cine-piattaforma italiana.

So che è tutto molto difficile, my Moviers. Lo so. Ma non vorremmo perdere la fiducia proprio adesso, vero?
Per tirarvi su, soffio verso l’Italia un coriandolo, su cui ho scritto una minuscola poesia, ieri notte.
È minuscola, così potete portarla sempre con voi. 🙂

sotto uno stagno
di mota e morte
di alghe e gelo
incuba la terra
il giorno
mille leghe di cielo

Vi ringrazio dell’attenzione e dell’affetto, fortissimi Fellows, e vi porgo dei saluti, stasera, a(r)matamente cinematografici.

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