LET’S MOVIE 431 da NYC commenta “LA STRADA” di Federico Fellini

LET’S MOVIE 431 da NYC commenta “LA STRADA” di Federico Fellini

Mani, Moviers,
 
le due che ho, cadono a pezzi. A furia di lavare, lavare, lavare. Come una stoffa che non tiene più e si sciupa, si slabbra. Le guardo e mi sembrano mani di lavandaie. Di operaie. Invece sono semplicemente mani di una che le lava il doppio di prima, e già prima se le lavava tanto.

I vestiti che indossi fuori casa, li tieni lontani dai vestiti che indossi dentro casa. La distanza tra fuori e dentro non è mai stata così netta. Stiamo tracciando confini che non avremmo mai pensato di tracciare.
Avete mai pensato a quanto stiamo riscrivendo il nostro spazio? A quanto la geografia soggettiva stia aggiungendo capitoli su capitoli all’atlante originale, quello che ci è stato dato in dotazione alla nascita, e che non abbiamo mai messo in discussione? Oltre al sovvertimento delle regole sociali — la lontananza dall’altro — ora stiamo anche mettendo mano — manomettendo? — gli spazi intimi. Quanta distanza devo frappore tra me e quella giacca, quel paio di scarpe, che sono state fuori, hanno toccato il mondo fuori, sono state contaminate?
Non si tratta più solo di collettività ed esteriorità, Fellows. Siamo entrati nella sfera dell’individualità, dell’initimità. Per questo sono così preoccupata del tempo di ripresa del dopo.
Quanto impiegheremo a cancellare quei confini? Quanto, a riposizionarli?
Quando un meccanismo diventa abitudine, e mette radici dentro di noi, è difficile estirparlo.

Le mani sono anche quelle che mi hanno raggiunto dall’Italia negli ultimi tre-quattro giorni. Tutte le persone preoccupate per quello che sentono in tivù o che leggono in internet riguardo a New York.
città che a tante testate piace definire “spettrale”.
Li/vi ringrazio tutti, di cuore. Mi fate sentire ricordata. Taken care of.

Quanto alla New York spettrale… In un servizio su Il Corriere della Sera online, che descriveva New York attraverso delle immagini con delle didascalie, leggo, “uno scorcio di Manhattan con il Chrysler Building sullo sfondo e in primo piano una strada deserta: ‘la città che non dorme mai’ si è scoperta vulnerabile per il suo cosmopolitismo e l’elevata densità abitativa, e ora sembra dormire anche di giorno”.

Che la quiete regni là dove prima regnava la tempesta, è un fatto. E fa impressione, certo, vedere le strade vuote quando di solito sono invase da fiumi giallo taxi. I marciapiedi sgombri dove prima sfrecciavano orde di persone dirette a fare chissacché. Ma questo non riguarda forse tutte le città colpite dal virus? Se guardate Milano, non vi pare la Milano di Antonioni? Silenziosa e sospesa come una tela di De Chirico? E anche se guardate il vostro piccolo paese, la vostra cittadina, quelli, sono forse meno impressionanti perché non assurgono alla definizione di metropoli? Ogni peasaggio urbano, piccolo o grande che sia, risulta straniante, quando nessuno lo circola. È pensato per noi, gli umani. Quando noi umani non ci siamo, diventa immediatamente minaccioso, perturbante. Questo non vale per la Natura — una spiaggia deserta o un bosco, non fanno lo stesso effetto. La Natura basta a se stessa.
Le città senza uomini sono involucri senza il regalo dentro.

A voler essere precisi, a New York le persone girano ancora per strada. Non c’è il domicilio coatto che è in vigore in Italia. Se vuoi fare quattro passi, li fai. Se vuoi andare a correre, vai a correre. Tutti cercano di mantenere il social distancing, ma la città, a guardarla bene, non è affatto vuota. Di persone, ne circolano fin troppe, a voler ben vedere.
Quindi la spettralità d New York è una cartolina dall’inferno che fa sensation, e aumentare i click su un articolo, più che un oggettivo dato di fatto.
La stampa newyorkese stessa contribuisce ad allarmare, sia chiaro. Il New York Times pubblica certi articoli da cui sembra che moriremo tutti da un giorno all’altro.
Quindi capisco che la stampa europea segua quella linea.

Poi mi rendo conto che l’America faccia paura dal punto di vista sanitario. Fa paura agli americani stessi, figurarsi a un’immigrata con un visto ballerino, e agli italiani che la guardano dal loro paradiso sanitario sopra cui scintilla il cartello “Healthcare-for-all”.
Ma anche in questo caso, New York è un caso a parte.

Sparsi per la città, spuntano dei totem interattivi in cui la Città comunica con i suoi cittadini. In tempi pre-pandemici, questi totem rivelavano informazioni curiose sulla città — tipo “The couple who owned Coney Island’s original Thunderbolt lived in a house beneath the rollercoaster”. Oppure condividevano citazioni celebri, sempre sulla città. La schermata è mobile, quindi è un continuo susseguirsi di informazioni curiose e citazioni. Mi sono sempre chiesta se fosse un loop infinito, oppure se ricominciasse, a un certo punto.
Mi sono sempre ripromessa, un giorno ti pianti davanti a uno di ‘sti affari e ci rimani fin quando non ti ripropone la prima scritta.
In tempi pandemici, questi totem sono diventati strumenti a servizio degli Healthcare Services per trasmettere ai cittadini messaggi relativi al virus. Incoraggiano allo stay-home, e alle buone pratiche per limitare il contagio.

L’altro giorno, sono riuscita a immortalare questo messaggio: “COVID-19 Info Healthcare Services: NYC will provide medical care regardless of immigration status or ability to pay”.
In questo, New York si distingue dal resto d’America. L’ha sempre fatto. La città è piena di cliniche noprofit in cui puoi farti curare, a prezzi da ticket italiano, un’influenza, una carie, una sciatalgia. È con il cancro, o patologie serie, che son dolori.

Certo, Moviers, io non posso prevedere come evolverà la situazione. Se precipiterà, e allora si sarà costretti a curare gli americani “first”, e tutti gli altri “second”. Questo, non posso saperlo. Ma non posso permettermi il lusso di pensare il peggio. È del possibile meglio che dobbiamo riempirci la testa adesso. Altrimenti non ne usciamo. Psicologicamente, intendo.

E non è facile, psicologicamente, riservare lo spazio mentale al meglio. Il dato che occupa maggiormente le mie preoccupazioni non è quello dei contagi, che sono impennati e continueranno a impennare nelle prossime settimane. Non sono le armi, le munizioni, l’assalto ai supermercati. No, no. Quella che mi spaventa, è la fascia più colpita, ben diversa dall’Italia. Qui la maggior parte dei decessi si verifica tra i 18 e i 44 anni. Ragazzi, giovani.
Mi spaventa anche il 17. A New York muore una persona ogni 17 minuti per il virus.     
Mi spaventa Trump. La sua ignoranza. Con un virus così, anche la mente più brillante si offusca, figurarsi la sua.
 
Mani, Moviers, sempre mani. Quelle che vedo in tasca, quando non sono nei guanti in lattice. Quelle che non si reggono più ai pali in mezzo al vagone della metro, oppure a quello che che corre in orizzontale sopra le teste dei legittimi proprietari.
La metropolitana è forse lo spettacolo più desolante della città. Adesso non la prende quasi più nessuno. In mancanza di passeggeri, gli homeless sembrano ancora più numerosi, e si aggirano per le fermate e per i vagoni. La maggior parte di loro sono inoffensivi. Ma alcuni sono imprevedibili, difficile capire quali demoni vedano al loro fianco e in quali direzione li porteranno.
Quando entro in un vagone, non mi siedo più, né tocco nulla. Mi pianto con i piedi per terra e faccio surfin’-USA, solo che al posto della tavola da surf c’è il pavimento del vagone.
La metropolitana è sempre stato un mio punto di riferimento qui. Vederla insquallidire così, giorno dopo giorno — e già prima era a livelli di squallore sopraffini — mi mette tristezza. Ho deciso che dalla settimana prossima, con l’arrivo, speriamo, di un po’ di caldo, vado nella bike-room al pianterreno, vedo di pompare le gomme della mia bici, e di risalire in sella. Scorrazzare in una New York con pochissime macchine sarà uno dei pochi privilegi concessi da questa situazione.

E mani, Moviers, ancora mani. Quelle che venerdì, alle 7 pm in punto, hanno cominciato ad applaudire.
Ero alla scrivania e ho sentito degli applausi, e il cheering tipico di qualcuno che incita, che tifa. Ho guardato fuori dalla finestra e, in basso, nei primi piani del mio dell’edificio di fronte, ho visto tante persone affacciarsi alla finestra e applaudire. Ho ricordato immediatamente i balconi cantanti le cui canzoni sono arrivate fino a qui dall’Italia.
Ho tirato su la ghigliottina della mia finestra e mi sono sporta — sempre il solito capogiro oddio-adesso-precipito. C’erano persone in strada, e persone alle finestre, che applaudivano. E anche dalla Broadway sentivo gli applausi. Allora, senza nemmeno sapere perché, mi sono messa ad applaudire anch’io, e ho sentito tutto quello che avete sentito voi con le canzoni dai balconi. Quella spinta che vi parte dentro, che vi scioglie tutti e vi fa confluire in un unico fiume di sentire comune. Applaudivo e piangevo e ridevo agli inquilini del palazzo di fronte, che mi sorridevano e applaudivano e anche loro erano visibilmente commossi.
Poi ho scoperto che è stata un’iniziativa collettiva per ringraziare quelli che qui si chiamano “first responders”, ovvero medici, infermieri, operatori del settore ospedaliero. Che tutta New York alle 7 pm si è fermata e ha applaudito per una decina di minuti.
Lo stesso applauso collettivo si è riproposto oggi, poco fa, sempre alle 7 pm.
Una metropoli che si ferma in mezzo a una pandemia, e rende grazie a chi salva vite.
New York spettrale?
No. Non per il momento.
 
In questi giorni di classici della cinematografia, dopo Antonioni, ho ripreso in mano Fellini. Perché non avevo mai visto “La strada”. E dovrebbero forse ritirarmi la cittadinanza italiana. Perché come fai a essere un italiano, un italiano totocotugnamente vero, senza aver visto “La strada” di Fellini?
Spero che un’amnistia generale mi grazi, e mi conceda ancora il beneficio del tricolore.

Il film è di una circolarità che richiama le giostre dei circhi, i pois sulle tute dei pagliacci. La fascinazione circense di Fellini comincia qui, con questo film, che di clownesco non ha nulla, di comico men che meno. Ma è il mondo degli artisti di strada che il regista romagnolo cattura in questo film del 1954, e che tre anni dopo, gli valse l’Oscar come miglior film straniero, il primo in assoluto in quella categoria.

Ragazza innocente, povera e piccola —nel senso proprio minuscola— Gelsomina (Giulietta Masina) vive con la madre e quattro sorelle in un’anonima periferia laziale. La madre la vende per 10.000 lire al saltimbanco Zampanò (Anthony Quinn), un murgugno a metà strada fra Barbanera e Barbablu con derive Mangiafuoco. Si guadagna da vivere itinerando con uno spettacolo in cui gurdate-gente-guardate-Zampanò-che-riesce-a-rompere-una-catena-di-ferro-con-la-sola-forza-dei-muscoli-pettorali. I due, Zampanò e Gelsomina, partono per un viaggio che li porta ad attraversare l’Italia del neorealismo. Le campagne poverissime, l’ignoranza, ma anche la solidarietà, una voglia di svago ritrovata dopo la quaresima della guerra.

Lungo questo viaggio, incontrano il Matto, un equilibrista un po’ filosofo un po’ enigma che è una sorta di doppio opposto di Zampanò. Tanto burbero e terragno Zampanò, quanto arguto e aereo il Matto — non a caso entra in scena camminando su una fune a dieci metri d’altezza.
Gelsomina serve a Zampanò da assistente, suona un po’ la tromba, introduce gli spettacoli, raccoglie le offerte dal pubblico, e, ovviamente, fa anche da sguattera.
Vedendola, piccina dentro un cappottone sformato, con la bombetta da Charlot calcata sulla testa, e un trucco vagamente pagliaccio su naso e occhi, e il suo talento con la tromba, capiamo immediatamente che è lei la vera artista del duo, non il rude Zampanò. E’ lei il folletto con il fuoco dell’arte che brucia dentro. Ma naturalmente siamo nel 1954, e l’omo è omo: lei, talentuosa, brillante, è l’assistente, lui, Zampanò, villico e bifolco, il capo — il femminismo era ancora lontano a venire.
Gelsomina sviluppa sentimenti contrastanti nei confronti del suo carceriere-padrone Zampanò. Dapprima ne è terrorizzata, poi se ne invaghisce e subisce in silenzio ogni sorta di soprusi dall’empio, poi lo sopporta, amorevole, quasi come una sposa dopo un matrimonio cinquantennale. Infine dopo un evento terribile che marcherà la svolta del film, lo ripudierà e, in qualche (triste) modo, si libererà di lui.

L’evento terribile riguarda il Matto. In una scazzottata con Zampanò, il Matto perde la vita. Questo delitto macchierà per sempre non solo Zamapanò, ma anche l’innocenza di Gelsomina. Uno sguardo azzurro oscurato da una cecità irreversibile. La ragazza si ammala, o meglio, si rifugia in un mondo mentale tutto suo dal quale non esce più se non per suonare la sua amata tromba.
Zampanò, che non può portarsi appresso zavorre con una rotella fuori posti, la abbandona, lasciandole proprio la tromba, quasi fosse una specie di buonuscita. Ma il senso di colpa per il delitto commesso, e lo spettro di Gelsomina, non lo abbandonano mai.
Un giorno ritorna nei luoghi in cui l’aveva abbandonata e chiede in giro di lei. Una donna gli dice che Gelsomina è morta, dopo che lei e la sua famiglia si erano presi cura di lei — la solidarietà dei poveri. Zampanò, in una straziantissima scena finale, si ritrova solo e disperato, a piangere su una spiaggia, di notte, con il mare in tempesta. Un finale che si riallaccia alla scena iniziale, ribaltandola. Il film si apre con Gelsomina che gioca spensierata, libera, in pieno giorno, su una spaggia, il mare tranquillo. Il film si chiude sul suo speculare contrario, con Zampanò, disperato e imprigionato dalle sue colpe, di notte, le onde grosse.

La strada del titolo è proprio la strada. Quella che percorrono in un viaggio senza meta i due girovaghi, e come loro, tutti i teatranti/saltimbanchi/circensi che si guadagnano da vivere itinerando per l’Italia del dopoguerra. La strada è un luogo ambiguo, dalle forti contraddizioni. È luogo di insidia, e di tentazione, di adiaccio e di perdizione. Ma è anche lo spazio della libertà, dell’assenza di costrizioni domestiche — anche, banalmente, delle mura. La strada è il posto di tutti, striscia democratica, spietata e onesta. Non regala nulla, ma offre sempre una via di scampo.
È proprio su questa strada che Gelsomina cresce e impara. E certo non da sola. Ma dagli incontri che fa. E soprattutto dal Matto, che per lei diventa una sorta di mentore, di Grillo Parlante.

Disperata dopo l’ennesima sfuriata di Zampanò, Gelsomina si chiede, e chiede al Matto, ma che ci sto a fare al mondo io?
(Quante volte ve la siete chiesti, questa domanda, voi? Io non smetto mai di.)
Il Matto le dice così: “Tutto quello che c’è al mondo serve a qualcosa, anche questo sassetto. Perché se anche questo sassetto è inutile, allora è tutto inutile, anche le stelle. E anche tu servi a qualcosa, con la tua testa da carciofo” — il Matto prende in giro Gelsomina per il capelli corti.

Per quanto Anthony Quinn incarni a meraviglia il bruto, la bestia, noi del pubblico rimaniamo ammaliati dal folletto Gelsomina, il clown felliniano, triste ma buffo, capace di far sorridere ma sempre custode di un’incurabile malinconia. Con tutta la carica di pura umanità che sprigiona, Gelsomina riempie il mondo gravido di problemi quotidiani con la leggerezza dell’artista, ma ahimé soccombe, quando si scontra con la brutalità dell’altro.

Il film è una pietra miliare perché parte dal Neorealismo e aggiunge elementi totalmente nuovi per l’epoca, come il fiabesco e il grottesco, pescandoli dal mondo del fantastico, e facendo di loro un marchio di fabbrica che contraddistinguerà tutto l’universo cinematografico felliniano.

E anche stasera, Fellows, eccomi giunta alla fine.
Fatevi sentire, mi fa piacere. Io sono sempre qui, vicinissima.
Ora vi ringrazio di tutto, e vi mando dei saluti, tattilmente cinematografici.

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