LET’S MOVIE 432 da NYC commenta “IL PALLONCINO ROSSO” di Albert Lamorisse

LET’S MOVIE 432 da NYC commenta “IL PALLONCINO ROSSO” di Albert Lamorisse

Meadow Moviers,

Quello sul lato est di Central Park. L’East Meadow. Quello che l’estate accoglie le schiene di quelli che prendono il sole, e i frisbee di quelli che ancora negli anni 2000 si ostinano a giocare a frisbee. Quel prato lì, all’altezza della 90esima Strada è stato colonizzato dall’ospedale da campo offerto dall’associazione benefica Samaritan’s Purse.

Lo trovo lì lunedì mattina, quando esco per la corsa. È una giornata di cielo color grigio latte. Il bianco dei tendoni sbatte violento contro il verde vivo del prato. È così abbaccinante, quel bianco con il grigio latte sullo sfondo, che, pur sforzandomi di contare i tendoni, non ci riesco. La vista mi si annebbia, e non posso nemmeno strofinarmi gli occhi perché ai tempi del Coronavirus, se ti tocchi il viso con le mani, rischi di contagiare te stesso (!).
Ne conto dodici. Li riconto e sono quattordici. Ritento e sono ancora dodici. Desisto.

È una presenza aliena, questa. Necessaria, ma aliena. Un gesso attorno al braccio di un bambino. Questa è l’impressione che mi dà. Il lato sinistro del mio cervello, quello che regola i processi sequenziali, riconosce il valore di questa donazione. Il lato sinistro, quello che si occupa dell’elaborazione visiva e della percezione delle immagini, mi fa pensare a marziani, arti rotti e gessi.
Corro via da lì. E per qualche giorno evito di tornarci.

Cambio tracciato anche perché in certe ore Central Park è più affollato, e lo sarà sempre di più. Giovedì il Governatore Cuomo ha deciso di chiudere tutti i parcogiochi della città. Aveva molto perso la pazienza vedendo dei giovani assembrarsi in un parcogiochi di Manhattan.
Allora, enough, I’ll lock them up.
Qui Cuomo piace molto, il suo piglio deciso.
Prima o poi lo troveremo alla Casa Bianca.
Meglio prima che poi.
 
Mi oriento sul lato Ovest di New York. Prendo Riverside Drive, e costeggio l’Hudson, verso sud. E’ tantissimo tempo che non ci torno. Era il mio tragitto quando abitavo ad Harlem, sulla 150esima.
Prendo la Cherry Walk, la passeggiata che scrive il suo tracciato dritto parallelo lungo il fiume.
Arrivo all’altezza della 72esima. Il Café Pier-i incastrato sotto la sopraelevata è deserto. Ci sono venuta a luglio, a sentire un po’ di musica all’aperto. Suonavano una canzone che non ho più scordato —“C’est magnifique” di Cole Porter — e che è finita in un mio libro. Sembra passato un ventennio. No, di più.
Prendo atto del silenzio al posto delle voci. Non sono triste, né nostalgica. Ho la certezza che il silenzio cova le voci, quindi no, non sono triste.

La mia corsa non è priva di scopo — nessuna lo è. Voglio vedere la Comfort, la nave ospedale che la Marina Militare ha gentilmente donato alla città, come i Samaritan’s Purse l’ospedale da campo a Central Park. A bordo ci sono mille letti.
Lunedì ha attraccato al Pier 90. Ho letto che quando è arrivata, le persone, sulla sponda opposta, nel New Jersey, hanno applaudito e tifato. Il supporto è stato così forte che le persone sulla sponda di Manhattan riuscivano a sentirlo.

Arrivo al Pier 90, ma rimango delusa. Il molo è rientrante e protetto da muri, non ho modo di vedere la Comfort. Vedo solo dei soldati con addosso delle tute color sabbia che credevo s’indossassero solo in Iraq. Alcuni di loro sono assiepati all’ingresso, a mo’ di posto di blocco. Lasciano passare le ambulanze.
Mi spingo giù, e arrivo ad altezza Hudson Yards.
Par quasi bello, da questa prospettiva, il complesso.
Ho detto quasi.

Ci sono alcuni soldati con le uniformi sabbia che si fanno delle fotografie con i grattacieli, the Vessel, e la Highline sullo sfondo. Siamo in pandemia, ma la voglia di immortalarsi continua, specie magari se sei dell’Arkansas e la Marina ti ha mandato a sorvegliare i lavori intorno alla Comfort, attraccata a Manhattan, a due passi da Hudson Yards.

Lo scorso luglio scoppiò un caso qui ai moli di Manhattan. Al Pier 40, per la precisione.
Una “brunch cruise” doveva partire per Liberty Island e ritornare in mattinata. Una brunch cruise è una nave che vi ospita a bordo, vi rimpinza di food&booze e ha una meta — Liberty Island, in questo caso— giusto per dare una parvenza di credibilità itinerante all’iniziativa. Ebbene, a luglio, le cose sono sfuggite di mano all’equipaggio della Hornblower. La nave non ha nemmeno lasciato il molo: i passeggeri a bordo erano tutti talmente ubriachi ancora prima di partire che è stato necessario chiamare il 911 per far rinvenire i passeggeri in coma etilico. E per dare assistenza a quindici feriti — feriti da che o da chi o perché, ancora non si sa.
La notizia finì su tutti i giornali.
    
La brunch boat e la Comfort sono il ritratto galleggiante di due epoche separate da appena otto mesi.

Mi giro e torno indietro.
Nelle orecchie ascolto dibattiti sull’Europa, sui Coronabond, sui Frugal Four.
È da qualche giorno che li ho in testa, con o senza approfondimenti radiofonici.
 
Una pandemia non riguarda solo l’aspetto sanitario di un paese. È il banco di prova di un’unione.
Mai come prima quel banco ha scricchiolato sotto il peso di una situazione senza precedenti.
Ho guardato con grande apprensione, tristezza, sdegno e imbarazzo alla posizione presa da Olanda, Germania, Austria e Finlandia.
I quattro parchi.
Ritoccherei, i quattro tirchi.

Da sognatrice in perpetuo stato di veglia qual sono, non posso che essere un’europeista convinta. Nel mio piccolo, l’Europa vuol dire innanzitutto l’Erasmus che l’Europa mi ha permesso di fare, tanti anni fa. Nel mio grande, vuol dire condividere un passato di sangue e buio come quello di due guerre mondiali. Vuol dire riuscire a superarlo in nome di un legame che è più forte persino delle storiche ripicche, dei meschini nazionalismi. Quel legame è fatto di valori che non hanno nulla di religioso, ma che ho sempre creduto inscritti nel patrimonio gen/etico di ogni uomo e donna abitanti in Europa.

Un mattino di aprile 2020 mi sveglio e scopro che ci sono quattro stati europei ricchi che tirano indietro. Che dicono no.
Poi, anche loro, ritoccano.
No, ma non è che non vogliamo aiutarvi. Vi vogliamo aiutare alle nostre condizioni…”.
Quando la solidarietà mette delle condizioni, smette di essere solidarietà. È un prestito. Un prestito è una transazione economica.
Si chiamassero le cose con i loro nomi.

Allora mentre correvo, con questi pensieri in testa, e l’amaro in bocca, mi è venuto in mente il discorso che ho sentito qualche giorno fa pronunciato da Edi Rama, il premier dell’Albania. Ho pianto, sentendolo. È un periodo in cui le lacrime corrono spesso, a lungo, per nulla. Ma davanti a queste parole, anche Darth Vader avrebbe pianto. Anche Hitler.

Come sapete meglio di me, l’Albania ha fatto arrivare in Italia trenta medici per aiutare durante l’emergenza. L’Albania non è il Liechetenstein, non può permettersi grandi donazioni. Eppure ha donato trenta preziosissimi dottori in un momento di grande carenza di personale. A un’Italia che, certo ha accolto molti dei suoi cittadini negli anni ’80-90, ma che a tanti di loro ha fatto anche sentire il gelo del razzismo, riducendoli, molto spesso, a un punto in agenda di certi programmi politici — specie quelli di colore verde vivo sulle rive di un fiume, forse celtico, chiamato Po’.

Ho sentito da qualche parte questa cosa. C’è una divinità, si chiama Karma e ha un senso dell’umurismo perverso.
Io laicizzo e la chiamo Storia.
Ai Quattro Parchi Tirchi — e a Salvini — direi, guardate quelle mani albanesi che oggi curano un malato di Pontida, Bergamo.
Non aggiungerei altro.

Ho riascoltato Edi Rama e il suo discorso ai “fratelli italiani”, e ho provato ancora più imbarazzo per la classe di governo dei Quattro Frugal. In questo disagio, però, ho anche capito che devo evitare di imboccare una strada molto spianata e in discesa. Quella che porta a sovrapporre a una posizione di uno stato, quella dei cittadini di quello stato. Non dobbiamo mai confondere lo Stato con il popolo.
Così come gli americani non sono Trump, gli olandesi non sono Rutte, né i tedeschi Merkel.

Per quanto amareggiata, e anche, per qualche istante, scioccata, devo sforzarmi di non essere quella che ero. Il virus, Fellows, non dà solo l’occasione di passare più tempo in famiglia, per chi ha una famiglia con cui passarlo. O di leggere, guardare film e visitare musei online.
Il virus chiama nuovi noi.

La dieta a base di film d’essai del passato continua. Questa settimana, nella pancia della balena Kanopy, ho pescato “Il palloncino rosso”, o forse dovrei dire “Le ballon rouge”, di Albert Lamorisse, anno 1956.
Dura 35 minuti, con una manciata di parole. Un film poema, se così si può dire — tranquilli, ci ritorno su questo punto.
E’ un titolo talmente noto al mondo — ma ahimè, e ahivoi, non al vostro Board — che è disponibile anche qui su Youtube, per quelli che non hanno accesso alla pancia della balena Kanopy.
E’ passato alla storia anche perché ha incassato una fila di premi quando uscì. Palma d’oro a Cannes nel 1956. Premio Oscar nel 1957 per la migliore sceneggiatura originale. Un BAFTA Special Award e un Premio Luois Delluc.
Ed una storia minima, costruita intorno ad un’idea semplicissima.

Un giorno Pascal, che è pure il figlio del regista, trova un grosso palloncino rosso attaccato con una cordicella a un lampione. Il bambino si arrampica, lo libera e da allora diventano inseparabili. Non immaginatevelo come i palloncini comuni, ovali, oblunghi. Il palloncino di Pascal è molto grosso, tondo, d’un intenso rosso mela biancaneve.
Un palloncino così, ogni bambino, se lo sogna. E anche ogni adulto.

E già il sogno comincia qui. Una mela rossa senza peso che si sposta sopra un bambino per le strade grigie della città. Una Parigi degli anni successivi alla guerra, non una Parigi da Moulin Rouge e Folies Bergères. Il tono è dimesso, i cittadini camminano in fretta e a testa bassa. Immaginate come può stagliarsi un palloncione rosso mela su uno sfondo così fosco, così mesto.
La particolarità di questo palloncino, oltre la dimensione e la forma, è il fatto che sia senziente. Pensante. Ebbene sì, Moviers, il palloncino segue Pascal. Lo segue dappertutto. In casa, a scuola. Fa persino in modo di liberare il ragazzino dalla punizione a scuola, pur di star con lui. Lui e Pascal diventano two-peas-in-a-pod. Pascal a livello stradale, e il palloncino a un metro sopra di lui. E badate, Pascal non lo tiene per la cordicella. È proprio il pallone a seguirlo.
Un idillio.
Pascal felicissimo. Il pallone, anche: splende in tutto il suo rossore.

Però si sa, il mondo è un posto di bruti. Di bulli. E i monellacci del quartiere, che spiano la coppia felice, fanno di tutto per rovinare il quadretto, e impossessarsi del palloncino. Pascal scappa sempre e ogni volta salva il suo fedele amico. Ma i monellacci gli fanno la posta ovunque, finché, un giorno, riescono a prenderglielo.
Cercano di farlo fuori tirandogli i sassi con le fionde. Una scena davvero cruenta che mostra quanto adulti possano essere i bambini, o quanto degli adulti che diventeranno sia già dentro di loro.
Nessuno di quei proiettili raggiunge l’obbiettivo. Ma succede una cosa stranissima — stranissima brutta. Il palloncino, lustra mela rossa, con la pelle tesa e liscia, comincia ad avvizzire. Si sgonfia piano piano, si rattrappisce, fino ad agonizzare per terra, minuscolo. Nello stesso tempo un’altra cosa stranissima —stranissima bella— succede. Tutti i palloncini della città sfuggono alle mani dei legittimi proprietari. Bambini, adulti, negozi, feste. Si alzano in cielo, si raggruppano in un unico enorme grappolo colorato, che raggiunge il luogo dove si trova Pascal con i monellacci, e lo salva. Lo alza in volo, e lo porta via, lui attaccato a questa mongolfiera di palloncini colorati, vola via, sopra Parigi.

È una bellissima storia di affinità elettiva, “Il palloncino rosso”. Il palloncino segue Pascal e obbedisce solo a lui perché Pascal l’ha trovato, l’ha salvato dalla sua solitudine, dal suo confino in cima a un lampione, e si è preso cura di lui. E così, un po’ come il Genio della Lampada con Aladino, il palloncino decide di contraccambiare il favore, e di star dietro al suo nuovo padroncino. Quando Pascal molla la presa per lasciarlo andare libero, lui, di sua sponte, torna indietro e vuole stare con lui.

Simbolicamente, il palloncino è il compagno di giochi perfetto, burlone e fedele, birichino ma sempre presente. E’ l’amico immaginario che infila una guaina rossa e si fa visibile. E’ anche, la rappresentazione dell’immaginazione dei bambini, che tuttavia è presente, pur in forma sotterranea e occultata, anche negli adulti. La scelta di concretizzarlo in un palloncino è piùcheperfetta: cosa c’è di più aereo, giocoso, concreto e astratto, terreno e celeste, di un palloncino?
La parte drammatica, con la persecuzione del palloncino rosso e la sua morte, ma, anche il trionfo di tutti i palloncini colorati che giungono in soccorso di Pascal, riporta il film alla realtà della brutalità umana per poi mostrare come possa essere sempre trascesa, sublimata, da altro colore, altra levità.

Un film poema —eccomi di ritorno— nel senso che non c’è poesia nel film, come molto spesso si dice, a sproposito, di tanti titoli. Il film è una poesia. Funziona esattamente come funziona un testo poetico. Senza troppi nessi, senza un filo narrativo che costringe il film a una trama, il film avanza, leggero. Proprio come il palloncino protagonista.
Ve lo dice una che ha un debole per i palloncini e che sono finiti in un altro libro… Stay tuned 😉

Se non vi regalate la mela rossa del palloncino di Pascal, vi negate davvero un momento per cui vale la pena essere umani. Foss’anche solo per quella scena che è finita tra le mie scene preferite in assoluto della cinematografia mondiale: durante un giorno di pioggia, Pascal chiede ai passanti di riparare il palloncino sotto i loro ombrelli. E tu vedi tutti questi ombrelli neri d’un nero magrittiano, scortare sotto di loro questo grosso testone rosso, mentre Pascal lì accanto, cammina sotto la pioggia.
Guardandolo ho pensato a Totoro. Siamo infatti nel lessico visivo ed emozionale che siamo abituati ad ascoltare dai disegni di mastro Myiazaki.

Guardandolo da spettatori attenti del 2000, non possiamo fare a meno di tracciare anche una linea —una cordicella!— fra questo film e “Up”, il film d’animazione che conquistò tutti nel 2009. La scena in cui la casetta del protagonista Carl si leva nel cielo grazie alla forza di una nuvola di palloncini che spuntano dal camino di casa sua, salvandola dalla demolizione, è sorella della scena finale del film di Lamorisse.
Non parliamo di plagio, per carità. Diciamo solo parentela d’aria. 🙂

Ecco Moviers, sono arrivata alla fine anche oggi. Vi ringrazio per la pazienza con cui mi state sempre ad ascoltare. Vi ringrazio anche per il calore che mi state dimostrando, che scioglie ogni rigore, che stende qualsiasi virus. Corona e tutto.

Gli applausi di New York per i first responders, continuano, puntuali, da undici giorni, ogni sera alle 7 pm. Ogni sera più convinti. Mi tirano su un sorriso del valore di un milione di dollari. 🙂
Ve li mando, dalla finestra della mia camera, with much love.

E questa sera i saluti sono parcamente cinematografici.

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