LET’S MOVIE 435 da NYC commenta “LUCI DELLA CITTA'” di Charlie Chaplin

LET’S MOVIE 435 da NYC commenta “LUCI DELLA CITTA'” di Charlie Chaplin

Faccio fatica, Fellows,

questo weekend.
Oggi è domenica 3 maggio.
Stasera sarei dovuta essere a Palazzo Roccabruna, Trento, all’interno di Montagnalibri, la sezione letteraria del Trento Film Festival, per presentare L’istante largo — ora, per salvarlo dalla pandemia, dovrebbe uscire il 18 giugno.
Vi avrei rivisti dopo anni. Avremmo riso di gusto e di brutto, usando tutti quei muscoli che in questo momento servono solo a fare degli insulsi addominali. Ci saremmo abbracciati così forte da toglierci il fiato. Di sicuro avremmo strozzato la voce nelle nostre reciproche gole — sicuramente la mia. Sicuramente avrei cercato di sciogliere il groppo in gola che si sarebbe stretto nel momento in cui vi avrei visto. Ci saremmo lamentati del meteo — piove spesso, sul TFF. Oppure avremmo gioito per un sole inaspettato. Sembra fatto apposta, avremmo detto.
Vi avrei parlato di questo pargolo di libro, che mi ha fatto tanto penare, come tanti pargoli, ma che alla fine mi ha dato una gioia immensa. Come tutti i pargoli. Mi avreste fatto delle domande. Io avrei cercato di rispondere. Dopo saremmo andati a bere qualcosa. E lì le domande sarebbero continuate. Il tempo sarebbe volato e a me sarebbe dispiaciuto molto, dover partire alla volta di Milano l’indomani mattina, per il lancio del libro alle Messaggerie.
Ma vi avrei promesso che sarei tornata di lì a una decina di giorni. Per il tour. Torino, Venezia, Vicenza, Firenze, Bologna, Trento, Rovereto, Urbino, Trieste. Ma prima di tutto, Torino, al Salone del Libro, che avrei visto finalmente dalla parte degli autori, non dei lettori, prospettiva che ho sempre avuta ben chiara.
Allora i saluti sarebbero stati con il sorriso, non con i musi lughi.

Mercoledì ho insegnato il condizionale passato ai miei studenti dell’FIT. L’ho presentato come “the bummer of the verb tenses”. Il tempo verbale del non-realizzato, delle ripicche, (“avresti dovuto…”), delle recriminazioni (“avresti potuto…”), delle aspettative disattese (“sarei andato ma…”).
Come vedete, oggi il condizionale passato trionfa su tutto.

Contro ogni previsione o aspettativa, non mi sto strappando le vesti e non sto scrivendo il seguito di Fedra, né di alcuna altra tragedia greca.
Cosa vuoi che sia tutto questo se paragonato ai disastri causati dal Covid-19?
(Da un po’ di giorni lo chiamo così, col suo nome ufficiale. Basta nomignoli. Salvo la corona, senza nemmeno bisogno di un inno).
Porre sullo stesso piano questa mia perdita con le morti e tutto il resto mi mette a disagio. Quindi non lo faccio.
Tuttavia, la perdita rimane.

Allora ho fabbricato una stanza. Ci ho messo e ci metto dentro tutto quello che avrei dovuto sentire in merito al tour saltato/rinviato/chissà. Tutto quello che non posso permettermi di sentire ora. Perché questo deve essere il tempo della lucidità. Almeno per me. Se la perdo, finisco trascinata dentro quella stanza.
So che è lì. Prima o poi ci dovrò fare i conti. Entrare e vedere.
Adesso no.
Per questo non ho versato una lacrima, niente vesti strappate. Tutto quello che avrebbe fatto la Sara di prima. La Sara di prima sarebbe entrata, avrebbe chiuso la porta e avrebbe ingoiato la chiave.

Non so come è successa questa cosa della compartimentazione emotiva. Non sono mai stata brava a ripartire le emozioni. Tutto per me è sempre stato estrememante panico e fluido. Se dovessi raffigurare la mia interiorità, sarebbe una convoluta struttura di vasi comunicanti.
Ma in questo preciso frangente, invece, si è creato questo vaso chiuso, separato. Pienissimo o vuotissimo, non lo so ancora.
Forse quando si cresce è così? O forse è così con le emergenze? È una sorta di auto-salvazione? Sì delimita la parte che potrebbe mettere a rischio l’equilibrio del tutto? Una quarantena predisposta dall’anima per salvare se stessa e il corpo?
Oppure m’illudo e tutto questo non è positivo, non fa bene, e dovrei urlare e piangere e sfogare.
Ma qualcosa si è inceppato e non permette di farlo. Un blocco. L’anima impedita?
Mi chiedo co sa ne pensate voi.

Mi chiedo anche se le persone a cui il virus ha portato via qualcuno, qualcosa, si sentano così. Se abbiano anche loro delle stanze ben chiuse che non accedono.
Oppure se sono solo io che funziono così. Che malfunziono così.

Cerco di non condividere mai questi dettagli del mio abitato interiore, Moviers. Non perché non riponga fiducia in voi, ma perché ho sempre visto Lez Muvi come un parcogiochi, uno spazio di racconto che dovrebbe dare un po’ di ludico sollievo, offrire, se possibile, anche cibo per la mente. Non certo un angolo dove riversare il mio piccolo autobiografico interno.
E nemmeno per far giganteggiare il mio sul vostro. Io, qui, ho la parola. Sono in vantaggio. Impongo la mia presenza. Non posso imporvi anche la mia interiorità — già vi sorbite i km cinematografici.
Ma ho pensato che fosse bene dar forma fisica a certi stati psichici. Perché magari potete rispecchiarvi. E se non vi rispecchiate voi, magari potete riconoscere dei lineamenti di qualcuno che conoscete, o che amate.

Allora oggi e ieri sono state giornate faticose. Per il condizionale passato. Per il futuro semplice, che non è affatto semplice in questo momento, e che se ne sta rintanato tra le falde di un presente adiposo, che sembra non volersi spostare di un centimetro.

E’ un po’ l’assenza delle lacrime, a inquietarmi.
Credo che questo periodo abbia sbloccato i canali lacrimali anche alle personalità più granitiche. I miei di certo.
Un paio di settimane fa sono scesa all’ufficio postale dietro il mio isolato, sulla 112esima.
La vita di quartiere di una metropoli è la stessa della vita di una cittadina. La posta sottocasa, la banca, il frutta&verdura, il calzolaio — quando mi sono trasferita in questa parte di Upper West, un paio di anni fa, e ho visto il calzolaio, mi sono detta, vedi mo’ che se guardo bene trovo anche Garrone e la Maestra con la penna rossa.

Ai tempi del Covid-19, anche la posta sulla 112esima si è adeguata. Davanti agli sportellisti hanno affisso, con del nastro adesivo, uno strato di plastica trasparente molto spesso, in attesa, molto probabilmente, delle lastre di plexiglass.
Il dispositivo video e bancomat con la penna elettronica che ti permette di scegliere la tua opzione postale e poi firmare, è stato rivestito di cellophan protettivo.
Tutto modalità condom.

Era una delle prime volte che indossavo la mascherina e i guanti. Dentro l’ufficio si moriva di caldo. Sentivo il mio fiato bollente, le dita mollicce.
Alle poste americane è sempre tutto un po’ imprevedibile. Ti danno una sfilza di opzioni per la spedizione della tua lettera/pacco. Certificata, assicurata, raccomandata, prioritaria, regular tracked, non-tracked, first-class international. Io non ci capisco mai nulla, e ogni volta cerco di scegliere la via di mezzo fra prezzo e certezza che arrivi. Ti appaiono sul display del bancomat tutte queste opzioni e tu, dopo aver giurato davanti a God the Allmighty che giammai inseristi nel tuo involto materiali infiammabili, liquidi, o in alcun modo nocivi alla grande madre America, puoi ticcare la tua scelta con la penna elettronica.
Poi ti danno la possibilità di inserire il tuo indirizzo email per inviarti la ricevuta elettronica della spedizione, che contiene anche il numero di rintracciamento.
Si farà così anche in Italia adesso? Quattro anni fa, no.

Per un po’ ho armeggiato, in visibile affanno, con guanti e mascherina, il loro bravo effetto serra, e quale spedizione scegliere. Dopo aver fatto la mia scelta, ho penosamente sbagliato a digitare il mio indirizzo email per ben due volte — lattice su cellophan non è la più agevole delle combinazioni.
La sportellista, una grossa e occhialuta afroamericana di mezz’età, ha intuito la mia difficoltà, di là dalla plasica, di là dalla mascherina, e di là dai suoi occhiali mi ha mandato il più dolce dei messaggi.
“Take your time, sweetie”.
A quelle parole così gentili, così necessarie in quel momento, io ho sentito tutto il mio imbarazzo dentro sciogliersi e salirmi agli occhi. Mi sono morsa il labbro dientro la mascherina per impedire al mento di tremolare. Ho sentito gli occhi riempirsi di lacrime.
Tra fondi di bottiglia suoi, strato di plastica in mezzo, e occhi bassi miei, credo che non l’abbia notato. O forse sì, l’ha notato, ma ha fatto finta di niente.
Ho pagato, ho preso la mia ricevuta e mi sono fiondata fuori, ho calato la mascherina e respirato l’aria fresca.
Ho pianto fino in camera mia.

Da questo piccolo evento capite che le lacrime non sono un problema, spuntano per un nonnulla.
Una piccola gentilezza davanti a una grande goffaggine.
Di questi esempi potrei portarvene innumerevoli.
Per questo la stanza chiusa, e tutto ciò che ci sta dentro e le lacrime congelate mi fanno riflettere. È come avere una parte di me che non conosco e che non ho i mezzi per approcciare.
Ieri e oggi sono stati difficili perché la stanza ha continuato a chiamare.
Ho fatto fatica a resisterle.

C’è da dire che il weekend è cominciato venerdì.
E venerdì è successo un fatto assai comico.
Rincaso dal running e Bob mi indica una piccola busta, sullo scaffale all’ingresso.
Mail for you.
Quelle buste piccole che qui di solito contengono gli assegni.
E infatti, è proprio un assegno.

Emissario: United States Treasury
Luogo di emissione: Arkansas City, MO
Beneficiario: Sara Fruner, io, proprio io
Importo: $ 1.200
Causale: Economic Impact Payment
Firma: President Donald J. Trump

Trump che manda 1.200 dollari a una non-americana.
A unimmigrata.
Con un visto in precarissima fase di rinnovo.
Nell’era dell’America first.

Questo è stato persino più comico di Brad Pitt che imita Anthony Fauci al Saturday Night Live!

Per trascinarmi fuori da questo weekend, sapevo di dover scegliere un pezzo cinematografico da novanta. Sono andata sul sicuro. Solo lui, l’omino che potrebbe starvi in tasca e che vi sta sempre nel cuore — nel mio di sicuro — mai più uscito dall’immaginario di cinefili e non: Charlie Chaplin. Allora finalmente, ho visto, per la prima volta nella mia vita (SHAME!), “City Lights”, “Luci della Città”. Non so bene perché, ma ho visto tante volte “Il monello”, “Tempi moderni”, “Il grande dittatore”. Ma mai, “Luci della città”, che è considerato il suo capolavoro, e, oh boy, se lo è.

Il film è del 1931. Il sonoro stava facendo il suo ingresso nel cinema proprio alla fine degli anni ‘20, ma Chaplin era molto restio a lasciar andare il muto, con le regole della sua comicità, e quella grazia che nessun sonoro avrebbe mai potuto restituire — per osservare il passaggio fra muto e sonoro, ricordiamo quell’unico miracolo di Michel Hazanavicious, “The Artist”.
Cosa fai quando sei Charlie Chaplin e vuoi rimanere aggrappato a un mondo, ma ne senti un altro premerti alle spalle? Un altro così invadente come quello rappresentato dal suono?
Lo prendi in giro.
Allora Chaplin comincia il film come una scena memorabile, che, quanto a portata sberleffo, raggiungerà solo quello alle spese di Hitler ne “Il grande dittatore”.

Siamo a una cerimonia d’inugurazione di un monumento. Folla, funzionari comunali, personalità militari, la banda. Quando finalmente la signora di turno scopre il monumento, da sotto il velo, ecco Charlot, il tramp, il vagabondo, che se la dorme beato, accovacciato sulle ginocchia della statua seduta.
Una sintesi visiva di tenerezza, irriverenza, ironia, comicità.
Si sveglia di soprassalto e finisce con i pantaloni infilzati da una spada, sempre della statua. Lo sdegno degli astanti è proporzionale all’humour suscitato negli spettatori.
La critica del sonoro firmata dal regista arriva adesso. Tutta la pompa magna di solito espressa nei doscorsi durante le celebrazioni pubbliche è taciuta, sotituita e irrisa da una serie di pernacchiette. L’effetto è così inaspettato e spiazzante, che ho stoppato il film e controllato l’audio per vedere se ci fossero problemi.
Nessun problema, Board, that’s me, Charlie.

Se poi osservate tutti gli altri interventi sonori nel film, sono tutti a carattere disarmonico: una testata su un pianoforte, un colpo di pistola, un fischietto ingoiato per sbaglio da Charlot, che si fa sentire quando non dovrebbe, il risucchio degli spaghetti. In questa negazione del suono, Chaplin, sembra dire, nei miei film io creo la mia armonia: il resto, lo derido.

Nei titoli di apertura, “City Lights” è definita “una commedia romantica in pantomima”. E certamente lo è, ma è molto molto di più. Come sempre nei suoi film, Chaplin critica i ricchi, la società moderna, e mostra l’autenticità di sentimenti di cui sono capaci le persone semplici. Come sempre nei suoi film, la commedia strizza l’occhio al dramma. Si ride, ma spesso il riso vira nel dubbio.

La trama è presto detta. Un vagabondo vagabonda per la città, ma con la levità tipica di Charlot, non la pesantezza degli homeless del terzo millennio. Nei paraggi del porto, s’imbatte in un aristocratico lì lì per suicidarsi, la pietra intorno al collo. In una gang che basterebbe da sola a sancire il successo del film, Charlot gli salva la vita. Grato per il gesto del vagabondo, il ricco lo ospita a casa e lo tratta da amicone. Ma il giorno dopo, passata la sbronza, non si ricorda più di lui e lo caccia da casa. Da qui comincia tutt’un balletto scandito dalla stessa dinamica on-and-off: se ubriaco, il ricco si ricorda di lui e lo tratta da amicone, se sobrio, lo ripudia.
Nel frattempo Charlot incontra una giovane fioraia cieca, inguaiata economicamente, di cui si invaghisce. Cerca di aiutarla, per racimolarle i soldi dell’affitto, iscrivendosi persino a un incontro di boxe — Charlot e boxe: vi lascio immaginare cosa ne esce. Alla fine riesce a procurarsi i soldi che le permetteranno anche un intervento agli occhi. Lui finisce in galera per un anno, ma almeno riesce a dare una chance alla ragazza.
Lei la coglie e, riacquistata la vista, apre un negozio di fiori, cercando in ogni cliente, quel benfattore che l’aveva misteriosamente aiutata da cieca. Alla fine i due si trovano, in una scena rimasta nella storia del cinema.

È un po’ un mondo sottosopra, quello che ci racconta Chaplin. Anche attraverso il suo stesso personaggio. Charlot si finge ricco con la fioraia, e non disdegna i lussi a cui l’aristocratico lo inizia, e al contempo non c’azzecca con il lavoro: quando ci prova, come netturbino, sarà cacciato.
Chaplin non riduce la dinamica narrativa dentro facili equazioni ricco=cattivo, lavoratore=buono. Ma è indubbio che la volubilità dell’aristocratico, che fa il bello e il cattivo tempo con il povero Charlot, vuole mostrare un lato ben preciso dell’alta società.
Un mondo sottosopra anche nell’ambito emotivo. È come se solo i personaggi afflitti da una qualche disabilità, oppure da un’indisposizione — come per esempio l’ubriachezza — riescano a provare sentimenti genuini. La fioraia è cieca, il nobile è amico di Charlot solo da sbronzo.
 
Charlot subisce un’evoluzione durante il film. Se all’inizio è tutto sorrisi e leggerezza, e sembra giocare anche con una botola che lo risparmia ogni volta, alla fine, dopo l’anno in prigione, sembra il ritratto sconfitto di quell’uomo. Degli strilloni, quei ragazzetti che vendono giornali per strada, lo scherzano, e lui risponde stizzito — non con il sorriso sulle labra, come all’inizio. Il suo lieto vagare perde la levità, la fiducia nell’inaspettato — l’incontro di un fiore di ragazza a un angolo di strada — e diventa sconsolato errare.
Ma ecco che la vita lo sorprende di nuovo, proprio attraverso quel fiore di ragazza. Lei lo vede veramente per quello che è, e la chiusa sul viso di Charlot, ci dice che quello non è più solo il viso di Charlot, ma quello dell’umanità tutta, che sbaglia, mente, s’inguaia, si sporca, si arrabatta, ma che ogni tanto, alla fine, riesce anche a fare cose straordinarie, come ridare il mondo (gli occhi) a chi l’aveva perduto.   

Le gag sono davvero uniche. La mia preferita, a parte Charlot addormentato sulle ginocchia della statua? Charlot al bistrot con l’aristocratico…

Questa settimana vacche grasse: due video per i Moviers 🙂
Per cambiare un po’ la prospettiva, sono scesa in strada, così sentite tutto da lì. E vedete un po’ di 111esima e di Broadway. Io sono una vera regista della domenica, e così, il video dell’applauso delle 7 pm, è uscito tutto un po’ con l’effetto mal di mare.
Per farmi perdonare ne ho girato uno della lobby del Rockfall, il palazzo dove abito. L’ingresso è un vero spettacolo, almeno per me. Con i marmi, le luci gialle, i due ascensori anni ’20 divisi dall’orologio con i numeri romani, le scale strette strette, che mi fanno sempre pensare, quanti passi newyorkesi, dal 1909 a oggi!
È tutto molto New York New York.

Ecco Moviers, sono giunta alla fine. E anche questo weekend. Menomale.
Vi ringrazio sempre della fiducia, della pazienza e della clemenza.
Stasera i saluti, sono, stentatamente cinematografici.

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