LET’S MOVIE 436 da NYC commenta “MAMMA ROMA” di Pier Paolo Pasolini

LET’S MOVIE 436 da NYC commenta “MAMMA ROMA” di Pier Paolo Pasolini

Questa settimana di recupero classici scandalosamente non visti, è toccato a due film di Pier Paolo Pasolini. Nella notte bianca della scorsa notte, ho preso in mano il colore nero. Ho visto “Accattone” e “Mamma Roma” (1962). Vi parlo del secondo perché lo trovo più potente rispetto al primo, che ho trovato troppo lungo e un po’ ripetitivo.
In “Mamma Roma” la protagonista è una donna, e tutto ciò che accade, ruota attorno a lei, un sole corvino, come i capelli di un’Anna Magnami che la interpreta, e che certo non ha bisogno dei miei elogi per celebrare una performance d’una potenza taurina.

Mamma Roma è una prostituta di borgata che decide di cambiare vita per amore del suo unico figlio, il diciottenne Ettore. Il ragazzino è cresciuto a Guidonia, lontano da lei. Ma ora Mamma Roma è pronta a riprenderselo, e a portarlo con sé nella periferia di Roma. Ha trovato un appartamento, vende verdura al mercato del mattino. Vuole cominciare una nuova vita. Ma la vita di prima torna a bussare alla sua porta, assumendo i contorni del suo vecchio protettore. La scoperta della verità sul conto della madre porta Ettore a lasciare il lavoro che lei gli aveva trovato, e a darsi alla piccola criminalità. Il giovane scende una china il cui fondo è rappresentato da una febbre allucinata che lo condurrà al supplizio estremo, in un letto d’ospedale.

Guardare “Mamma Roma” è ritrovarsi una grossa gigantografia della Magnani davanti, e vedere tanti piccoli esserini scorrazzarle intorno, minuscoli: gli attori che recitano con lei.
Pasolini, fedele alla poetica neorealista, la circonda di attori non protagonisti, che raccoglie nelle giungle desolate delle periferie romane dove era solito bazzicare alla ricerca di volti autentici. Pasolini autore scrive “Ragazzi di vita”, e Pasolini regista porta in scena quegli stessi ragazzi.
Anna Magnani grandeggia nei panni di un personaggio scomodo, scandaloso, debordante. Prostituta e mammifera, una donna conosciuta solo con il nomignolo di strada: un appellativo il cui titolo è Mamma, e il nome, Roma — altra protagonista del film.
La donna ama suo figlio d’un amore infinito, possessivo, forse vagamente incestuoso. Riverberano in lei Fedra e Giocasta. Senz’altro, “La madre” di Grazia Deledda.

Avendo visto “Joker”, non posso fare a meno di tirare una riga di congiunzione fra le risate dei due personaggi. La risata del Joker è conato di dolore che parte dalle viscere di un essere umano traumatizzato dagli affetti e dalla società. Mamma Roma porta in sé quel germe di pena. Ride sguaiatamente, soprattutto nella prima metà del film. Una risata che ha qualcosa di animalesco e sgraziato, che fa da contrappunto umorale alla bellezza fisica dell’attrice — non convenzionale, asimmetrica, grezza.
Ma, a differenza del Joker, quella risata, racchiude uno slancio vitale, una specie di energia di sopravvivenza che spacca gli equilibri della convenzionalità, come nella bellissima scena di apertura in cui la donna ride di gusto davanti al banchetto di un matrimonio di pura facciata.
Ma con la vitalità c’è anche tristezza, in quel riso, un rimpianto che parla di un’esistenza sprecata, sciupata.
Così come la risata del Joker, quella di Mamma Roma rimane nelle orecchie dello spettatore, tanto che anche adesso, la sento echeggiare ben distinta giù per i corridoi della mia memoria.

Il film di Pasolini intreccia piano individuale e piano sociale, dove l’impossibilità di un riscatto di classe muove dipari passo on l’infelicità del singolo. Il film mostra un’Italia parallela a quella del boom economico, un’Italia di poveracci che aspirano a quel sogno, polarizzandosi agli estremi: sgobbando duramente pur rimanendo sempre sull’ultimo scalino della società, oppure facendo l’esatto opposto, ciondolando tutto il giorno, come i giovani “amici” di Ettore, a cui Ettore si unisce, e vivendo di espedienti.
Fra la Roma borghese, e la borgata, si spalanca un abisso, ben raffigurato dalle scene in cui Roma è vista lontana lontana, anche se gli scheletri dei condomini in via di costruzione svettano spettrali tra la città e la periferia potrebbero fungere da raccordo fra le due. In realtà, le due non potrebbero essere più distanti.

Pasolini non giudica, ma è evidente che cerchi di nobilitare questi borgatari, attraverso della costruzioni sceniche che richiamano chiaramente la pittura rinascimentale. Impossibile non rivedere Leonardo, nella tavolata del banchetto d’apertura, che somiglia troppo a quella del Cenacolo. Oppure il Mantegna, nella scena in cui Ettore, sdraiato su un letto di legno, i polsi e i piedi legati, è un Cristo quasi morto, ripreso dai piedi in su, proprio come il Cristo morto del Mantegna. Ma nessun compianto è possibile. Alla Madonna Mamma Roma non è consentito vegliare sul suo Cristo morente.

Attraverso “Mamma Roma”, Pasolini racconta anche la storia delle donne di strada. Una branca di umanità sfatta, ma che si tiene in piedi, che fa quello che deve fare. Bellissimo il monologo ambulante di Mamma Roma nella città notturna, mentre recita a semisconosicuti che si alternano al suo fianco, degli episodi di vita, mettendo insieme racconti/ricordi sconnessi, che, insieme formano un quadro realistico e immaginario dell’esistenza di queste donne sventurate, forti, perdute.

Racconta anche, Pasolini, l’iniziazione di un ragazzo all’amore. Sarebbe forse troppo parlare di formazione sentimentale, visto che la storia con la bella Bruna non porta da nessuna parte e l’iniziazione sessuale del ragazzo con la prostituta Biancofiore è soltanto allusa. Ma certo “Mamma Roma” è anche quello.
Così come è una tragedia in cui l’amore esagerato, parossistico di una madre per un figlio non può che portare alla fine drammatica di entrambi, come succedeva nelle tragedie antiche, su cui si sovrappone l’immaginario cristiano così sentito in Pasolini. Ettore crocifisso, la madre a un passo dal baratro, rappresentato nel finale da una finestra, che soltanto il popolo può, momentaneamente, impedire.

La Magnani ha qualcosa di fattucchiero, di demiurgico ed ellenico. Ma è anche allo stesso tempo terrenissima, italianissima. Non saprei paragonarla a nessun altra attrice, né del periodo, né successiva.
Nelle sue occhiaie scure scorre lo Stige, e da certi suoi sorrisi stilla l’ambra.
Guardatelo per lei.

Riflettevo. Questo film è del 1962. Lo stesso anno de “Il sorpasso”, capolavoro della Commedia all’Italiana. Guardandoli, si coglie nitidissima la critica nei confronti di un boom economico che, nel suo deflagrare, ha spinto l’italiano medio lontanissimo da un certo nucleo di valori che gli erano sempre appartenuti. Pasolini lo fa in toni drammatici e dai risvolti politici, attraverso la caduta di una donna e di suo figlio, neo-Cristo che muore agonizzante su un letto di ospedale. Dino Risi lo fa attraverso una commedia amara in cui il finale coincide con la morte, anche in quel caso, di Roberto, il debole, l’insicuro, l’anello debole in una società di nuovi forti.
Di queste due visioni dell’Italia nel bel mezzo del boom, mi piace applaudire lo sguardo obbiettivo e lucidissimo che due registi hanno saputo gettare su un momento che loro stessi stavano vivendo.
Mi chiedo se la nostra generazione sia in grado di guardare il proprio vicino, con occhi così distanti.   

Ed anche per oggi, Moviers, sono arrivata in fondo.
Stasera l’applauso delle 7 pm vi arriva direttamente da uno dei posti più speciali di tutta New York, almeno per me. Il rooftop di casa. Potete vedere l’Hudson accarezzato dal sole al tramonto. La Broadway giù sotto. Se stringete gli occhi, il Chrysler Building e l’Empire, in lontananza. La Cattedrale di St John The Divine, che ormai conoscete bene. E ventisette meravigliose cisterne dell’acqua il cui numero varia ogni volta che le conto. Ne spuntano sempre di nuove. Sono gli gnomi di New York.

Vi ringrazio sempre di tutto, amati Moviers, e vi mando dei saluti, stasera, accademicamente cinematografici.

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