LET’S MOVIE 437 da NYC commenta “LE BONHEUR” di Agnès Varda

LET’S MOVIE 437 da NYC commenta “LE BONHEUR” di Agnès Varda

Marmotte, Moviers,

marmotte, una distesa di marmotte. Tutta la popolazione delle marmotte dello Stato settentrionale di New York. Sono loro che hanno beneficiato della fine del lockdown, venerdì, dato che è stato concesso a cinque contee dello stato che suonano decidamente silvestri, tre delle quali in special modo: Finger Lakes, Mohawk Valley, the North Country.
Ci vivranno degli esseri umani veri, in quelle contee? Forse trentadue, trentatrè. Di marmotte, di quelle, ce ne saranno sicuramente una distesa.
Un mare di marmotte.

Venerdì, quando è rintoccata la fine del lockdown per quei boschivi territori, ho dovuto ingoiare un boccone amaro, da imputarsi a un mio macroscopico fraintendimento.
Ho passato due mesi a ripetere — a ripetermi — che il lockdown a New York sarebbe finito il 15 maggio. In quel “New York”, oltre alle marmotte, includevo la City. Ma ho fatto i conti senza Cuomo, un oste molto molto cauto, che ha detto agli abitanti della City, forget about it. Finché ogni regione non soddisfa sette criteri, non se ne parla nemmeno.
I sette criteri suonano un po’ come degli irrealizzabili. O meglio, realizzabili per le contee delle marmotte, ma certo irrealizzabili per la città che non dorme — dormiva? — mai, e che, al momento, ne totalizza solo quattro.

Quindi venerdì riceviamo la doccia fredda. Il lockdown si protrae fino al 13 giugno.
Mai giorno di giugno rintoccò così funereo lungo il corridoio del calendario. Nemmeno nell’anno della maturità. Ma a due ore dall’emissione del comunicato, forse conscio di aver ucciso le speranze di 8 milioni di persone, l’oste Cuomo, ha fatto emettere un secondo comunicato.
Il rintocco s’è fatto ritocco. Il 13 giugno è diventato il 28 maggio.
Otto milioni e rotti di “adesso cominciamo a ragionare”.
Tuttavia i sette criteri rimangono, e incombono su di noi, neutralizzando qualsiasi ragionamento e allontanando qualsiasi speranza.
 
Cuomo ha il pugno di ferro, ma, ricordiamocelo, è pur sempre un cool dude in a loose mood.
Allora ha acconsentito all’apertura delle spiagge, a partire dal 22 maggio, bontà sua.
Tutte le spiagge.
“Se avessi aperto solo quelle in New Jersey, avremmo assistito a un’orda di newyorkesi della città, prendere dall’assalto quelle spiagge, mettendo a rischio i cittadini di quelle aree”.
Il Lov Gov conosce i suoi polli.

Ma ecco che dal suo nulla sindacale spunta De Blasio, il Bill che in qualche modo vuole sempre distinguersi dal Governatore, facendo come lui, ma cercando di fare meglio di lui — non riuscendoci, ovviamente.
Niente, le spiagge di New York City rimarranno chiuse almeno fino al 28 maggio. Poi si vedrà. Sarà comunque un’estate molto diversa da quelle scorse, gracchia il sindaco dalla Gracie Mansion, nero come il malaugurio.
Per dare refrigerio ai newyorkesi squagliati dal caldo estivo, promette delle “misting oases” — quelle oasi di vapore che increspano i capelli e appiccicano i vestiti. Too nice of you, Bill. Ah, e la città si prepara a spendere 55 milioni di dollari — praticamente il PIL della Grecia — per comprare 74.000 condizionatori per gli anziani a basso reddito. 
You don’t buy me, Bill.

Io rimango perplessa. Brighton Beach, Coney Island e Rockaway Beach, sono spiagge così immense, così californiamente espanse in verticalità e orizzontalità, che quello di vietare ai singoli di poterne beneficiare sembra una precauzione di gusto calvinista. Capisco le comitive con tanto di cucine da campo. Ma i singoli?
Di solito qui ti circondano miglia di solitaria sabbia quando vai al mare, caratteristica che fa del beach-going americano un’esperienza completamente diversa da quella che si può vivere in Italia, dove le spiagge sono più piccole, e spesso iper affollate. La spiaggia qui può assumere la forma di un ritiro spirituale, un momento di profonda solitudine. Hai il costume, e profumi di cocco, ma sei dentro un chiostro di sabbia.
Il timore sono ovviamente le comitive. I picnic, i bbq, per non parlare poi degli esercizi commerciali che gravitano attorno alla spiaggia — parchi divertimenti, piscine, negozi. E poi naturalmente beach-volley, beach-soccer, qualsiasi tipo di gioco collettivo, siamo pazzi? Punitissimi dalla legge.

Parlando di punizione della legge… La scorsa settimana è esploso un caso, sempre nelle mani del sindaco. Se in Italia vi siete lamentati delle multe che sono fioccate sulla testa dei cittadini che hanno osato infrangere, in modo più o meno da italiani medi — ovvero con la mirabile arte del sotterfugio — il divieto di uscire di casa, qui a New York City, la lamentela è stata punita in altro modo.
De Blasio si è visto atterrare sulla scrivania quaranta casi di arresto per resistenza a pubblico ufficiale. Di questi 40 arresti, 35 erano afroamericani, 4 ispano-americani, e 1 bianco.
“This is America” cantava lo scorso anno Childish Gambino. Il paese dove tutto tira in ballo la razza, persino il Covid-19.

In effetti, se si guardano alcuni dei video girati dagli astanti durante questi arresti, non si capisce perché queste persone siano state arrestate. La motivazione iniziale è il mancato rispetto della distanza sociale. Ma come si passi da un monito a una multa, dalla multa al tafferuglio e da lì a un arresto, nel giro di pochi secondi, è un mistero che puzza di Mississippi Burning. I video pubblicati su The Gothamist o il New York Post sono poco chiari nelle dinamiche degli scontri, ma chiaramente inquietanti nei modi in cui gli arresti sono stati effettuati — qui capite di che parlo.
Sta di fatto che se in Italia si veniva multati e stop, qui si viene arrestati.
E quello è uno stop un po’ più definitivo.

Poi è un fatto. Questi arresti succedono tutti nel Bronx, nel Queens e a Brooklyn dove la popolazione è a maggioranza nera. Aree in cui c’è più bisogno di far rispettare la legge. A Manhattan, dove la maggioranza è bianca, ce n’è meno bisogno.
Questo corrisponde al vero? Significa che a Manhattan il social distancing è rispettato? Certo che no.
Una paio di domeniche fa, complice una giornata estiva, un’orda di visipallidi manhattiani si è riversata nei parchi lungo l’Hudson, dall’Upper West Side giù giù fino a Chelsea.
Le distanze sociali erano rispettate? Certo che no. Le foto cantano altra musica.
Vedete come qui il Covid-19, da disturbo virale diventa anche sintomo di un cancro contro cui l’America combatte da quattrocento anni.

Inoltre i newyorkesi non si scordano certo dello stop-and-frisk, la pratica voluta dall’ex sindaco Michael Bloomberg nel suo programma per ripulire i quartieri ad alto tasso di criminalità, nella prima decade del 2000. Lo stop-and-frisk prevedeva perquisizioni estemporanee senza apparente motivo sia di civili per strada, sia di case private senza l’obbligo di un mandato.
Ovviamente chi finava per essere bersaglio prediletto dello stop-and-frisk? Qualsiasi non-bianco, nei quartieri non-bianchi.
Stiamo parlando della prima decade del 2000 a New York City, non degli anni ’60 nel Sud del paese piagato da Jim Crow.

Secondo molti esperti, la pratica dello stop-and-frisk ha toccato così profondamente la memoria collettiva, che i newyorkesi non sono mai riusciti a perdonargliela, a Bloomberg, nonostante tutte le cose buone che ha fatto per la città.

De Blasio dice faremo chiarezza, ma è in una posizione molto molto scomoda. Non può inimicarsi l’opinione pubblica: New York è la città più multietnica al mondo, lui è un italo-americano sposato a un’afroamaericana: non può rischiare di buttare all’aria quattro anni di politiche “multiethnically-correct” e lotta alla discriminazione raziale. D’altro canto, non può nemmeno attirarsi i malumori della polizia, di cui sente il bisogno, in un momento in cui la città va controllata.
“We have to do better and we will”, ha commentato.
Ma sappiamo tutti che le buone intenzioni lastricano le vie all’inferno.
Il mio professore di storia del liceo diceva sempre “Anche Hitler agiva in buona fede”.
Non l’ho mai scordato. Ora più che mai mi risuona argentino nelle orecchie.

Un altro duro colpo da incassare per la città, è stata la notizia della chiusura di Broadway “at least through September 6”. Almeno fino al Labor Day.
Non che ci si aspettasse la riapertura, ma la speranza di poter concepire qualche spettacolo con i posti distanziati, quella sì, nell’aria c’era.
Se togliete agli italiani la pi(a)zza, otterete dei newyorkesi senza Broadway.
Così, miei Moviers, New York City langue, stretta a un guinzaglio che la costringe al passo, quando lei, di sua natura, correrebbe selvaggia nelle terre del domani.
Io languo con lei.

Questa settimana mi sono trasferita cinematograficamente in Francia, e credo che ci rimarrò per un po’. Non ho mai esplorato la Nouvelle Vague come si confarrebbe a un Board. Mi aspettano giorni godardiani.
Per cominciare però, ho scelto un nome che mi sta particolarmente a cuore. Agnès Varda è considerata universalmente la madre di questa corrente cinematografica che ha segnato la storia del cinema, non solo francese. Ho scoperto Varda in due documentari, che forse riuscite a recuperare online — sicuramente il primo, disponibile su Netflix: “Vaysages Paysages / Faces Places” — con l’artista JR, una delle riflessioni più corroboranti, originali, sull’arte, attraverso il cinema e la fotografia. E “The Beaches of Agnes”, un documentario che la regista girò su se stessa nel 2009, e in cui racconta il suo cinema e la sua vita.

Decido anche di parlare di Agnès Varda per farne proprio una questione di genere. Prendete tutti i pipponi lezmuviani che ho scritto negli anni. Di quante registe ho parlato in paragone ai registi? Il numero imbarazza. La disparità è ancora così disturbante da farmi sussultare ogni volta. C’è un documentario molto interessante a questo proprosito dal titolo “This Changes Everything” che mostra quanto l’industra cinematografica — nello specifico, hollywoodiana — sia sempre stata una torre inespugnabile per le registe.
Non so voi cosa ne pensiate, ma io, ogni volta che sento statistiche, vedo numeri, guardo alla realtà, rattrappisco. La vergogna rimpicciolisce.

Allora decido di gaurdare “Le Bonheur” (1965), tradotto in italiano con il molto bucolico “Nel verde prato dell’amore”. Personalmente preferisco il francese, che significa, “La felicità”. Ma per quanto fila-e-fondi, anche il titolo italiano ha un suo perché.
Il paesaggio che ci accoglie e ci accompagna per tutto il film è oggettivamente bucolico. Siamo nella campagna francese, molto spesso all’aperto, tra boschi estivi scaldati dal sole, prati in fiore e cieli sereni. Come ti aspetti l’Arcadia. E anche l’atmosfera scelta dalla regista, è proprio quella del racconto che ammicca, se non proprio al fantastico tout cour, al favolististico.

François eThérèse una coppia versione idillio. Il ritratto della felicità. Si amano, hanno due figlioletti bellissimi e una grande passione per le domeniche in campagna. Non una nuvola a oscurare il loro cielo. Lui falegname, lei sarta. Buoni e simpatici anche con gli altri, non solo fra loro, François e Thérèse sembrano davvero due personaggi dentro un libro di favole.
Ma come sappiamo bene tutti, la felicità non ha mai fatto la letteratura, quindi ecco che spunta l’elemento dirompente, nei panni di un’avvenente Emile, un’impiegata dell’ufficio postale accanto alla falegnameria dove lavora François. Emile è una copia carbone di Thérèse. Entrambe belle, bionde, aggraziate, gentili, dimesse. Due Beatrici. Emile potrebbe perfettamente sostituire Thérèse…

I due cominciano a vedersi. Ma tutto è raccontanto dall’occhio-cinepresa del genio Varda, in maniera assolutamente naturale, tanto che lo spettatore non esterna la classica commiserazione per la povera moglie tradita, né sibila sdegno verso il marito fedifrago.
François confessa a Emile di essere felicissimo con la moglie, di essere legatissimo alla sua famiglia. Ma di amare anche lei. E cosa c’è di male nel provare amore? Ho il mio giardino, le dice François, e tu “sei un altro albero di mele”.
Tutto appare così normale, che ti ritrovi a pensare, certo, non fa una grinza: François non fa altro che rivendicare il proprio inalienabile diritto alla felicità, giusto?

L’uomo è talmente sereno che non sente di dover nascondere nulla nemmeno alla moglie. Allora un giorno, durante l’ennesima passeggiata in campagna, mentre i bambini dormono beati sotto un albero e loro due sono sdraiati nel verde a decantare tutta la propria felicità, François le racconta di Emile. Dopo un piccolo momento di esitazione, Thérèse accetta il fatto. Tu, spettatore rimani assai stupito davanti a tanta remissività, e intuisci che qualcosa sta per succedere. E infatti. Dopo aver giaciuto per un’ultima volta insieme, François si addormenta. Al suo risveglio, non trova più Thérèse. Un presagio lo coglie, e comincia a cercarla disperato fra i boschi. Dopo una breve ricerca, eccola. Il vestito fiorato zuppo, il corpo ricoperto di vegetazione, Thérèse giace annegata sulla riva di un laghetto, soccorsa troppo tardi da alcuni abitanti del posto.

Attraverso una rapida e sapiente alternazione di fotogrammi, Varda istilla il dubbio nello spettatore: è stato un incidente, oppure Thérèse si è suicidata? Thérèse è vittima del caso, oppure ha perversamente trovato, in un estremo gesto di ribellione, la propria libertà?

Il seguito, lo potete immaginare. Cosa fa un uomo ritrovatosi solo, con dei figli da allevare, e una sostituta bell’e pronta a portata di mano? Le spalanca la porta di casa. Così Emile diventa la nuova Thérèse. Ricordate la loro somiglianza, le due Beatrici… un caso? Mais pas du tout, evidamment!

E tutto riprende esattamente come prima. Le faccende di casa di cui si occupava Thérèse, ora sono passate a Emile. E poi le scampagnate tutti insieme appassionatamente. Fiori e alberi e natura sempre pesantemente presenti, tanto che, alla fine, lo spettatore ne è quasi stomacato. Come se la circolarità dell’ordine matrimoniale e la ciclicità della natura, che si muovono nel film all’unisono, ci facessero provare una sorta di nausea fisiologica. Non morale, proprio fisica.
E non capiamo. Ma come? Va tutto così come ci si aspetta che debba andare, allora perché ci sentiamo così male? Perché questo malessere?

Varda il genio 🙂
È solo attraverso lo svelamento dei ruoli introiettati socialmente che noi capiamo quanto quei ruoli non corrispondano al nostro autentico sentire e volere, e come, anzi, essi ci costringano, e facciano il nostro male. È soltanto guardando nel profondo della normalità che possiamo capire quanto ciò che viene proposto/imposto alla donna come normalità, le sia invece nocivo — e infine, fatale.
La felicità del titolo, e quella esaltata durante tutta la prima parte del film, è solo quella dell’uomo: per François, ricorderete, l’appagamento è un diritto inalienabile, e come tale va perseguito, in ogni circostanza. La tragedia capitata alla prima moglie, non può ostacolare la tensione verso tale diritto. E così, per ottemperarlo, Francois attua la sostituzione della Beatrice numero uno con la Beatrice numero due. Un idillio nuovo e identico al primo può ristabilirsi. La felicità, ripristinarsi.

L’uso della cinepresa, la palette multicromatica scelta e la simbologia vegetale sono dispositivi che Varda impiega in maniera sapiente per costruire un impianto cinematografico il cui scopo è quello di far tremare la struttura patriarcale sopra cui la società contemporanea alla regista poggiava: il film è del 1965, pensate a come la donna stava messa nel 1965. Io, da donna, rabbrividisco.
Quando Emile rimpiazza Thérèse, e il ciclo domestico riparte uguale identico a prima, lo spettatore non può non notare le inquadrature al dettaglio, che mostrano pezzi di Emile. Una mano che rassetta, una che lava, una che cucina. Sezioni intercambiabili che raccontano un destino femminile oggettificato, anonimizzato e anonimizzante, non una singolarità di nome Thérèse o Emile.

Quanto ai colori, be’, il film è un quadro. Sulle prime pensate all’Impressionismo. Monet, Renoir. I gialli solari, gli arancioni caldi. Poi assistiamo all’avvento dell’azzurro, colore che, per quanto celeste/iale, stempera, porta il cromatico nella dimensione del freddo. Quando Thérèse muore, il suo abito è a fiori azzurri e verdi — mentre prima l’abbiamo sempre vista vestita di giallo, panna e arancio. Nella prima scampagnata di François ed Emile, tutta la famiglia è vestita d’azzurro: la famiglia è nella fase “fredda”, di rodaggio. Dopo alcuni mesi di vita insieme, la famiglia è pronta per la scena finale: François ed Emile indossano giallo zafferano e bruno dorato, i figli, l’arancione.
L’ordine, anche cromatico, è finalmente ripristinato.

Anche il vegetale ha un ruolo simbolico in questo mondo bucolico. I mazzi di fiori che riempiono la casa di François e Thérèse, e poi Emile, sembrano finti, posticci. Fiori da lapide, da cimitero. Il che è strano, in un film così impregnato di natura.
Ebbene, in quei fiori sembra scritto il destino di Thérèse, poi quello di Emile. Sradicati da una natura, riradicati in un terreno altro, confinati in un vaso, destinati ad abbellire, ma, inesorabilmente ad avvizziare. 

“Le bonheur” sconvolge, Moviers — mi ha sconvolto, profondamente.
Pensare che le femministe dell’epoca si scagliarono contro Varda, e l’accusarono di aver esaltato lo stereotipo di una donna remissiva che si fa andare bene tutto, mostrando, senza criticarlo, il pattern patriarcale del maschio che fa i suoi comodi.
L’ottusità! Varda ha fatto esattamente l’opposto. Ma l’ha fatto denunciandolo con la sottile arte dell’allegoria, che rende complesse, ed eterne, le opere. L’ha fatto attraverso la più nera delle favole. E l’aspetto forse più straordinario di questo splendido film è che cominciate a guardarlo a cuor leggero, convinti di attraversare il fiorito viale del sereno domestico, e poco a poco vi ritrovate ad affrontare le vie scoscese che vi portano dritti nell’Ade della normatività.

Cercatevelo online, s’il vous plait!

Anche questa settimana il video delle 7 pm è dal rooftop, in una bellissima giornata estiva, con il cielo azzurrissimo, il vento sbarazzino, e anche due inquilini sullo sfondo, che applaudono.
Quei metri quadri lì mi sono molto cari. Mi salveranno nelle prossime settimane, dal momento che le spiagge saranno inaccessibili — pena la galera.
Thank you, Bill.

E anche per oggi è tutto, Fellows.
Grazie per l’ascolto e la presenza. Stasera i saluti, sono roditoriamente cinematogrfici.

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