LET’S MOVIE 439 da NYC commenta “IL PROCESSO” di Orson Welles

LET’S MOVIE 439 da NYC commenta “IL PROCESSO” di Orson Welles

Floyd, Fellows,

faceva George di nome, ma tutti lo chiamavano Floyd. Un gigante afroamericano originario di Houston, con la fissa per la pallacanestro. Qualche anno fa si trasferisce a Minneapolis, per trovare lavoro. Camionista sulle prime, poi addetto alla sicurezza di un locale.
Lunedì 25 maggio entra in un Cup Food, un ristorante messicano su Chicago Avenue, e paga con una banconota da 20 dollari che il commesso pensa sia falsa. Si chiama la polizia. Floyd aspetta in macchina. La polizia arriva, il poliziotto Derek Chauvin lo strattona fuori dal veicolo. Lo ammanetta. Floyd rifiuta di entrare nella volante e cade, accanto alla ruota della macchina. Chauvin lo blocca a terra, premendogli un ginocchio sul collo.
Floyd protesta. I can’t breathe. Non respiro. Please, man, I can’t breathe.
Chauvin non sposta il ginocchio di un millimetro.

Per 8 minuti e 46 secondi Chauvin non sposta il ginocchio dal collo di Floyd.
8 minuti e 46 secondi di un ginocchio piantato su un collo vivo.
Intorno alla macchina della polizia e ai poliziotti coinvolti comincia ad assepiarsi una folla.
Dopo 8 minuti e 46 secondi, il corpo di Floyd perde coscienza. Floyd tace.
“He is not responsive, man. He is not responsive!”. Grida un ragazzo ai poliziotti che tengono lontani tutti.
Chauvin ha ancora il ginocchio piantato sul collo di Floyd.
Lo tiene lì per altri 2 minuti e 53 secondi.
2 minuti e 53 secondi di un ginocchio piantato su un collo morto.

Sappiamo tutti questi dettagli grazie ai video delle telecamere a circuito chiuso piazzate tra Chicago Avenue e la East 38esima, e grazie ai video che gli astanti hanno girato da diverse angolazioni. Tutti hanno capito immediatamente che qualcosa non fiunzionava, e hanno schiacciato “record”.
Il Washington Post ha cucito tutti questi fotogrammi con perizia cinematografica, e ne ha fatto un video che sicuramente passerà alla storia.
Nei tanti episodi di aggressione che insanguinano le mani alla polizia americana, caso non fu mai così platealmente schiacciante. Di solito in questi casi prevale sempre il confuso, il poco chiaro. Molto spesso si fanno sparire filmati e fotografie, si ritocca, si abbozza. La polizia vuole proteggere la polizia. Lo sanno tutti, ovviamente. Il back-up-for-your-buddy è un codice in vigore nei quartier generali e nelle volanti delle forze dell’ordine dacché forze dell’ordine sono forze dell’ordine.
La differenza tra questo caso e i precedenti, è che qui ci sono minuti e minuti di video diversi che propongono la stessa versione dei fatti.
Ciò che discorda, ora, è il referto dell’autopsia, secondo il quale il decesso non è sopraggiunto per asfissia o soffocamento.
La famiglia ha richiesto una seconda autopsia, esterna.
Se per caso esce fuori che Floyd è morto per arresto cardiaco o qualsiasi altra causa non legata al soffocamento, la polizia può approfittarne e alleggerire il carico d’imputazioni che gravano sulla testa di Chauvin.  

Da cinque giorni Minneapolis brucia.
I protestanti sono scesi in strada a poche ore dall’accaduto e hanno cominciato a incendiare tutto, spaccare tutto. La rabbia non conosce le mezze misure.
Un unico grido collettivo guida la rivolta.
“I can’t breathe I can’t breathe I can’t breathe”.
Il Sindaco della città ha imposto un coprifuoco per venerdì sera, ieri e oggi che è servito a gran poco.

La rabbia non conosce mezze misure e si muove veloce. Più veloce di un fuoco. O di un contagio.
Le proteste, a oggi, stanno infiammando Los Angeles, Bakersfield, Sacramento, San Jose, Oakland, San Francisco, Denver, Chicago, Des Moines, Louisville, Indianapolis, New Orleans, Boston, Detroit, Las Vegas, Charlotte, Columbus, Cincinnati, Dallas, Houston, Richmond, Washington DC davanti ai cancelli della Casa Bianca, e naturalmente New York City, prima a Brooklyn, dove venerdì il quartiere intorno al Barcleys Center è stato invaso dai protestanti — duecento dei quali sono stati arrestati, decine picchiati — e poi in tutti i quartieri.

La città è nervosa. L’ho sentito pedalandola, ieri pomeriggio. Su Columbus Avenue, all’altezza della 94esima, mi sono imbattuta in un corteo di protesta che occupava tutta la strada per una decina d’isolati e si dirigeva a sud. Molto composto, ma molto incavolato.
“No justice no peace” era l’unico coro intonato. Pugni alzati. Mascherine nere sui volti. Cartelli fra cui un “NYPD kills”, retto da un bianco.
So che simili cortei hanno attraversato tutta Harlem, il Queens, il Bronx. Brooklyn, come s’è detto, è stata il centro di altri scontri, ma le proteste, tra ieri e oggi, sono arrivate fino a Times Square.
La notte scorsa, a mezzanotte, un elicottero ha ronzato sopra l’Upper West Side per più di un’ora.
 
New York City ha sempre l’abitudine di riversare in strada i propri umori, scrivendoli in gesso sui marciapiedi quando qualcosa succede in città o nel mondo. Proprio come il “Mornigside Pride” per il lavoro del Mount Sinai durante la pandemia, “NYU Tough”, oppure “I love NY” con la mascherina sopra il cuore di “love”.
Ieri ho trovato un “Justice for George Floyd”, ai piedi della rotonda di Cathedral Parkway, sulla 110ima, a due isolati da casa. In mezzo alla rotonda, sorge la statua di Frederick Douglass, attivista dei diritti dei neri, figura amatissima, insieme a Adam Clayton Powell, James Baldwin, Malcolm X e naturalmente il Dr King. Tutte queste figure riempiono, con i loro nomi, la toponomastica di questa parte di Manhattan che confina con Harlem.
Anche i muri esprimono il dissenso. Oggi ho trovato un eloquentissimo “Fuck Tha Police” in un sottopassaggio sulla ciclabile lungo l’Hudson. E altre scritte.
Ho creato un piccolo Frunyc-for-Floyd con gli scatti che raccontano questo momento.

La situazione sta prendendo una piega talmente brutta che venerdì Trump ha mobilitato l’esercito, e potrebbe scattare un coprifuoco in tutti gli Stati Uniti per impedire il diffondersi di un virus che di sanitario non ha nulla.
Se Trump non può essere il colpevole di tutto — anche se… — una posizione che spero il Partito Democratico eviti di cavalcare, giacché la pratica dello scapegoating ha vita molto breve in politica e si ritorce sempre contro chi la adotta, è pur vero che quattro anni di linguaggio trumpiano, inneggiante apertamente o alludente implicitamente all’animosità interraziale, hanno guastato ancora di più un organismo nazionale già sufficientemente minato dalla storia del paese.

La questione razziale, in America, spazza via anche il timore del Covid.
Più assembramenti di così, meno social distancing di così.
Per quanto sconvolgente, un evento di questo tipo — spietato, filmato, documentato — lega il presente Covid al passato pre-Covid. Dopo due mesi in cui non facciamo che ripetere e sentirci ripetere che nulla sarà più come prima, che il mondo sarà diverso, che tutto cambierà, ecco che arriva il ginocchio di un poliziotto a smentire tutto, a cancellare mesi di congetture, previsioni, scenari futuri, e a provarci che invece sì, tutto è esattamente come prima, il mondo è sempre lo stesso, nulla cambierà.
Cos’è il Covid-19 davanti a un’infezione che sta devastando questo paese sin da quando questo paese esiste?
Ciò che è successo a Chicago Avenue lunedì scorso congela il tempo e ci proietta tutti negli anni ’60, quando i neri cadevano come le mosche, e gli attivisti per i diritti civili con loro.
In uno dei paesi che si considerano fra i più avanzati del mondo, la ruota della Storia si inceppa, e invece che disincagliarsi e andare avanti, torna indietro, portandosi appresso tutto il paese.

LeBron James, il giocatore simbolo del basket americano, erede in tutto e per tutto del compianto Kobe Bryant, ha postato un’immagine che commenta in maniera molto chiara e molto intelligente la situazione degli USA.
Ha affiancato una foto di Chauvin inginocchiato sul collo di Floyd, a una foto di Colin Kaepernick, il giocatore di football della NFL che nel 2016 si era inginocchiato durante l’inno americano prima di una partita, in segno di pacifica protesta contro il razzismo in America — qui il suo “kneeling down” fece grandissimo scalpore.
Sopra la foto di Chauvin campeggia la scritta “This…” e sopra quella di Kaepernick “…Is Why”
Il commento di LeBron James in calce alle due foto recita: “Do you understand NOW?! Or is still blurred??”.
Capite adesso, o vi è ancora poco chiaro??

A New York City questa è tutta benzina sul fuoco. Vi avevo già raccontato del diverso trattamento con cui sono stati gestiti i casi di resistenza a pubblico ufficiale in materia distanziamento sociale. 35 arrestati neri, 4 latini, un bianco. Tutti fuori Manhattan. Ma la questione riguarda anche il virus stesso, che no, contrariamente a quanto si pensa in Italia, non è democratico, non colpisce tutti.
Qui colpisce soprattutto i “soliti” quartieri: Bronx, Brooklyn e Queens. Non li colpisce per motivi geografici, o per ragioni legate all’inquinamento, alla mancanza di igiene. Li colpisce perché i loro residenti sono per la maggior parte i first responders, le persone che non hanno smesso di lavorare per permettere alla città di andare avanti. Autisti di autobus, metropolitana, riders per le consegne a domicilio, donne e uomini delle pulizie, commessi di supermercati e takeaway, inservienti e infermieri. I più esposti al contagio. Dove abitano tutti questi lavoratori? A Manhattan? Naturalmente no. Abitano nel Bronx, a Brooklyn e nel Queens. Quindi non c’è da stupirsi che quelle aree, che quelle etnie, abbiano registrato il maggior numero di contagiati e di decessi.
No, il Covid-19 non uccide tutti allo stesso modo.

La comunità afroamericana newyorkese ha tutte le cifre alla mano e fatica a tenere a bada il malcontento. Ora la morte di Floyd e le sommosse che agitano la città, hanno sparso altro sale sulla ferita.

Da quando abito a New York, la mia pelle bianca si è tinta di ombre che avevo solo intravisto in Italia, ma che qui mi sembrano riflettere la notte della civiltà.     Questa settimana ho reso omaggio a uno dei giganti solitari del cinema. Una figura tragica, d’una genialità sconfinata. Orson Welles. Parlo della sua tragicità perché ebbe una vita travagliata. Uno immagina che un genio, proprio perché genio, dovrebbe essere messo nella posizione di esprimere in libertà il suo talento. Welles tribolò tutta la vita per produrre i suoi film; quelli che riuscì a produrre, molto spesso vennero stroncati dalla critica americana.
Incompreso in patria, Welles visse buona parte della sua vita in Europa, dove si sentiva più libero di esprimere la sua arte. È stata una freddezza reciproca, bisogna dire. Se Hollywood l’ha sempre tenuto a distanza, Welles non ha mai avuto una briciola di Hollywood dentro di sé. Welles è lo sperimentatore degli sperimentatori. È l’artista con la cinepresa per pennello e lo schermo per tela. Non dici a Raffaello come dipingere “Lo sposalizio della vegine”. Gli procuri i mezzi, e lo lasci fare.
Purtroppo non è mai andata così per Orson.
L’idea che la maggior parte dei suoi film giaccia non finita per mancanza di fondi — ma anche, va detto, per il maniacale perfezionismo del regista — e resti a oggi dispersa fra l’America e l’Europa, mi provoca un male quasi fisico.

Premettendo che “Citizen Kane” (“Quarto potere”) è forse una delle ragioni per cui vale la pena sopravvivere — se mai essere umano si trovi ad accarazzare prospettive suicide, l’idea che “Citizen Kane” è stato realizzato, che esiste, che è disponibile là fuori, dovrebbe essere sufficiente a tirarlo giù da ogni cornicione, a sciogliere qualsiasi cappio, riporre qualsiasi pistola. Premettendo che altri film come “L’orgoglio degli Amberson”, “Lo straniero”, “Il terzo uomo” sono tutti degli immensi capolavori, il capolavoro che ho scelto per Lez Muvi è “Il processo” (The Trial) del 1962, che Welles stesso considerava il suo miglior film.

Tratto dal romanzo di Franz Kafka?
Be’, non è così semplice. Diciamo che è la versione di Orson Welles del romanzo di Kafka, di cui ha stravolto soprattutto la seconda parte.  

I fatti richiamano quelli del libro. Un mattino, un comune impiegato di nome K., viene svegliato da un manipolo di poliziotti in borghese che irrompono nella camera da letto della pensione in cui abita, e gli comunicano che è stato denunciato, e che deve sostenere un processo. K. cade dalle nuvole. Io non ho fatto nulla. Sono innocente.
Ne sei veramente sicuro?, sembrano chiedergli le occhiate bieche dei poliziotti, e di tutti i personaggi che incontrerà.
Comincia infatti per lui una giornata surreale e allucinante, tutta volta a insinuare il dubbio nella sua presunta innocenza. K. è trascinato in uno strano gigantico e labirintico tribunale dove incontra strani figuri, strane donne vogliose, e il suo strano avvocato — interpreatato dallo stesso Welles. Nessuno gli spiega nulla.
Infine è condotto in una chiesa, dove gli viene comunicata la condanna per aver commesso un reato di cui non è ancora a conoscenza.
E il finale, be’, vi dico solo che è, letteralmente, col botto.

“Il processo” è un incubo. La versione cinematografica di un incubo. Forse Bunuel o Lynch avrebbero potuto uscirsene con qualcosa di simile. È la storia dell’uomo ordinario che rimane intrappolato nelle scatole cinesi della burocrazia, delle istituzioni giudiziare e, in ultima analisi, del potere. K., spaesatissimo, incredulo, ma anche attivo-propositivo — si danna l’anima a cercare il bandolo dell’assurda matassa in cui è finito — è come rinchiuso in un gioco meschino dove gli altri personaggi non gli sono affatto di aiuto, ma anzi, sembrano ostacolarlo in tutto e per tutto nella ricerca di una via d’uscita.
Di qui, la sensazione claustrofobica che proviamo dal minuto 1 al minuto 159. E che attacca da quella prima scena, angosciantissima, in cui la polizia irrompe, alle 6 del mattino, nella camera di K. La prevaricazione, il sopruso imposto, l’ansia crescente del protagonista. Soprattutto l’ansia crescente di K., e la nostra, che monta con la sua — inquietante per me aver visto il film proprio in questi giorni, con quello che sta accadendo qui: l’abuso fatale subito da George Floyd riecheggia brutale in quello subìto da K.
Welles innesca da subito la sovrapposizione K-spettatore. Lo fa introducendo elementi che ci sono molto famigliari, ma attraverso una prospettiva alienante, sinistra. L’ufficio dove lavora K. è una distesa di scrivanie dove siedono piccole personcine di spalle, tutte apparentemente uguali. Del lavoro spersonalizzante e dell’alienazione della società moderna ne parlava già Chaplin nel 1936 con “Tempi moderni”, ma qui Welles traspone entrambi su un piano onirico. Lo fa attraverso una serie di accorgimenti ben congegnati, come per esempio, l’uso sproporzionato delle dimensioni. Su tutti, una porta che svetta gigantesca davanti a K. E alcuni personaggi sembrano avere corpi molto grandi rispetto a quello di K., ma il loro viso è della stessa dimensione di quello di K. Si crea così un effetto dispercettivo che determina un senso di straniamento: il corpo enorme e il viso normale. Com’è possibile?
La deformazione è evocata anche dall’uso massiccio del grandangolo, che permette a Welles di schiacciare, gonfiare, stringere i corpi e gli oggetti in scena.
Parlando di deformazioni… L’onirico spaventoso è alimentato da altri dettagli inquietanti. Leni, una giovane che cerca di aiutare K — tutte le donne del film cercano di aiutarlo, non riuscendovi — gli mostra un suo difetto fisico: il suo dito medio è legato all’anulare e all’indice da una membrana di pelle. La mano diventa una sorta di arto anfibio, palmato, qualcosa di aberrante. Puro Lynch.
Non scorderò mai più l’immagine delle membrane in controluce.

E parlando di luce, ciò che Welles ha architettato dal punto di vista dell’illuminazione getta il film nella piena corrente dell’espressionismo. L’uso delle ombre in un black&white mai così efficace, i forti contrasti fra chiaro e scuro, le splendide trovate — un lampadario che oscilla e ora illumina, ora non illumina, il volto del personaggio — e ancora, le ambientazioni fritzlanghiane — come non pensare a “Metropolis”? — ricreano visivamente il paesaggio sinistro in cui K. si trova imprigionato e sul quale si riflette, anche, l’inquietudine e la minaccia avvertite dal protagonista e da noi spettatori.

I cinefili selvaggi considerano l’apertura del film, un capolavoro nel capolavoro. Prima di incontrare K. nella sua stanza alle 6 del mattino, ci viene sottoposto una specie di prologo, realizzato con uno schermo di spilli: una tecnica per cui, in uno schermo, vengono fissati migliaia di spilli mobili, che proiettano ombre diverse a seconda del modo in cui sono mossi. Immaginate il gioco di chiaroscuri.
Questo prologo, molto breve, propone la parabola della porta della Legge, che si trova nel romanzo di Kafka, e che, posta in apertura al film, funziona un po’ come un “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, e assume un tono quanto mai presago, facendoci intuire che no, il posto in cui stiamo per mettere piede, non sarà una sala giochi.
Eccovi la parabola. Un uomo di campagna persegue la legge e spera di conquistarla valicando la soglia di un portone. Il guardiano del portone dice all’uomo che non può superarla in quel momento. L’uomo chiede se potrà mai farlo, e il guardiano risponde che sì, c’è la possibilità che ci riesca. L’uomo aspetta lì per anni, finché sente che la morte sta per sopraggiungere. Un attimo prima di morire, chiede al guardiano perché, malgrado tutti cerchino la legge, nessuno è venuto davanti alla porta in tutti quegli anni. Il guardiano risponde: “Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo”.

“Il processo” è un film per spettatori pronti e corazzati. Per quelli che vogliono farsi prendere consapevolmente da certe inquietudini. Per quelli, anche, che sono pronti a due ore in cui lo scopo di Welles è quello di suscitare la colpa in ciascuno di noi.
Se siete portati a eplorare i campi accidentati della colpa, vi sintonizzerete immediatamente con il film e il suo intento. E la sua discesa agli Inferi vi sarà, se non più dolce, almeno più comprensibile.

Grazie, Orson. Du bist (m)ein Zauberberg.

Questa sera niente video dei first responders: ri-linko qui il video del Washington Post perché è importante che lo guardiate. È storia.

Vi ringrazio come sempre dell’attenzione e vi mando dei saluti, pen(s)osamente cinematografici.

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