LET’S MOVIE 442 da NYC commenta “MANIFESTO” di Julian Sefeldt

LET’S MOVIE 442 da NYC commenta “MANIFESTO” di Julian Sefeldt

Questa settimana Kanopy mi ha regalato un film che avevo perso nel 2017, quando uscì, maledicendomi perché l’avevo perso. “Manifesto” di Julian Rosefeldt.
Un’avventura per gli appassionati di arte, letteratura e cinema. Una perla rarissima, un boccone talmente ricercato e inclassificabile che solo i palati fini lo potranno apprezzare fino in fondo. Fiction? Documentario? Something somewhere in-between? Di sicuro un film da intenditori. La cosa, detta così, solleva sempre certi sopraccigli e malumori di chi considera queste operazioni degli snobismi fini a se stessi, che tagliano fuori la maggior parte degli spettatori. Io dico che la Libera Repubblica della Cinematografia è un continente sufficiente grande per ospitare tutti, no? Io, per esempio, sono tagliata fuori dai film di fantascienza spinta, oppure dagli action movies tutto action. Ma non per questo mi scaglio contro i registi che li girano o i produttori che li producono. Né sollevo malumori o sopraccigli.
Poi, anche se proprio proprio non vi ricordate tutti i manifesti rappresentati in questo film, io lo guarderei anche solo per ammirare la performance di Cate Blanchett, che si è scissa in tredici personaggi diversi rimanendo credibile in tutti. A oggi, è sicuramente l’erede di Meryll Streep.

Tredici è il numero di personaggi, dicevamo, e il numero di monologhi che questi personaggi recitano, interpretando tredici manifesti dell’arte, dell’architettura e del cinema del ‘900. Il manifesto del Dadaismo, del Surrealismo, dell’Arte Concettuale, di Fluxus, della Pop Art, dell’architettura con Lebbeus Woods, il Manifesto del Comunismo naturalmente, quello di Dogma 95 di Lars Von Trier e quello della Nouvelle Vague by Jean-Luc Godard.

L’aspetto più accattivante di questo film sperimentale è il fatto che la proclamazione di questi manfesti avviene per bocca di personaggi e attraverso scenari che, nella maggior parte dei casi, sono in completa antitesi con il manifesto stesso. Il gioco che si crea punta dritto all’ironia e al contrasto ed è un vero spasso per chi coglie il riferimento.
Allora per esempio c’è la donna borghese, angelo del focolare che, dopo aver servito il pranzo a marito e figli perfetti, si siede per pregare prima del pasto, e la preghiera è il manifesto della Pop Art firmato Claes Oldenburg, le cui parole caldeggianti un’arte leggera, giocosa, libera, colorata, cozzano potentemente contro l’immagine compita della madre calvinista, con gli animali impagliati nel salotto dalle tinte beige.
Poi c’è la — esilarante — coreografa di danza russa, rigorosa come ogni coreografa di danza russa che si rispetti, intenta a impartire ai suoi incapaci ballerini la poetica di Fluxus, il movimento che per antonomasia esalta l’estemporaneità, l’improvvisazione, la libertà d’espressione e di azione.

Una giornalista televisiva avvia un collegamento con una collega in esterna, sotto la pioggia, e le due si rimpallano il Manifesto dell’Arte Concettuale e del Minimalismo, in un pingpong giornalistico-artistico che è una goduria. “Ciò che conta non è l’esecuzione dell’idea. Ciò che conta è l’idea stessa”. Detto da due portavoci del giornalismo moderno, fabbrica che sforna repliche senza fine di notizie copia-incollate da una emittente all’altra, distorcendole durante il processo, fa ridere anche un ragazzino, e riflettere su concetti quali originalità, falsità, verità.

Poi una donna dall’inglese con cadenza spiccatamente tetesca declama il Manifesto del Dadaismo firmato da Tristan Tzara, a un funerale. Qui il gioco non è il contrasto, bensì l’accordo. Il Movimento Dada inneggiava alla morte dell’arte, alla nullificazione di tutto. Più morte e nulla di un funerale…

E ancora le parole di Filippo Tommaso Marinetti che riecheggiano nella mente di una broker: l’ossessione dei Futuristi per la velocità, per il momento, la tensione alla distruzione del passato e la smania di agguantare il futuro sembrano fatte su misura per la forma mentis dei wolves of Wall Street.
E infine una maestra elementare — esilarante — che insegna ai suoi piccoli alunni le regole d’oro della cinematografia, unendo Jean-Luc Godard — sulla lavagna campeggia la scritta “Nothing Is Original” — ai rigidi principi del Dogma 95 — passando per i banchi e facendo notare come “La cinepresa deve essere sempre a portata a mano”, oppure “Nella fotografia di un film nessun filtro deve essere usato”.
Uno spasso!

Il film si chiude con il manifesto dell’architetto Lebbeus Woods, che non conoscevo, e che non scorderò PIU’, e che mi ha già ispirato.
Per gli appassionati, di poesia e architettura.

Architecture is war. War is architecture.
I am at war with my time, with history, with all authority
that resides in fixed and frightened forms.
I am one of millions who do not fit in, who have no home, no family,
no doctrine, no firm place to call my own, no known beginning or end,
no “sacred and primordial site.”
I declare war on all icons and finalities, on all histories
that would chain me with my own falseness, my own pitiful fears.
I know only moments, and lifetimes that are as moments,
and forms that appear with infinite strength, then “melt into air.”
I am an architect, a constructor of worlds,
a sensualist who worships the flesh, the melody,
a silhouette against the darkening sky.
I cannot know your name. Nor can you know mine.
Tomorrow, we begin together the construction of a city.


E su queste parole belliche, bellissime, distruttive e costruttive, i bambini escono in cortile. A giocare, ridere, creare con la fantasia e l’innocenza. Ed è proprio lì, nei giovani che forse dobbiamo confidare, nella loro vitalità, nella loro pristina incorrotta immaginazione, nella capacità, un giorno di cambiare il mondo, senza bisogno di manifesti.

Non so dirvi, Moviers, quante cose ho imparato da questo film. Siccome fra voi ci sono appassionati di arte, architetti, scrittori, poeti, registi, e anche persone che covano il desiderio di diventarlo un giorno, e questo fa di loro delle anime con una lucina dentro — ogni sogno in petto, una lucciola — e siccome ci sono creature curiose che magari non hanno velleità artistiche ma hanno fame di sapere, allora “Manifesto” potrebbe diventare un vero banchetto per loro.

E’ vero, magari il regista avrebbe potuto facilitare un pochino la vita allo spettatore, semplicemente scrivendo, per due secondi, di quale manifesto quel determinato personaggio sta parlando. Non tutti hanno i manifesti della storia dell’arte e del cine in punta di dita. Lo fa all’inizio, elecandoli tutti, di fretta. Ma non aiuta a molto.
A ogni modo, io mi alzo in piedi e lo applaudo questo Julius Rosefeldt, perché ha osato un progetto assolutamente anti-commerciale, prendendo ispirazione da un’istallazione che aveva visto in un museo.
E poi m’inginocchio davanti a Cate Blanchett. Immensa.
Spulciatevi le piattaforme che avete a disposizione, e vedete se lo trovate 😉

E anche per questa sera è tutto, Fellows… sono andata lunga lunghissima!
Allora se volete, vi aspetto martedì, mercoledì e venerdì.

Per stasera, i saluti, sono finitamente cinematografici.

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